Casty: la vita, le opere e il mondo che verrà

Questa lunga conversazione con Casty (al secolo Andrea Castellan) è frutto di una chiacchierata via mail nei mesi di luglio e agosto, in seguito editata. Casty si è dimostrato gentile e disponibile; è stato un piacere poter parlare con lui. E spero che piacerà anche a voi leggere quanto ci siamo detti.

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Quanto ti ha aiutato lavorare con Silver? Cosa ricordi di quel periodo?

Conservo un bellissimo ricordo del periodo silveriano. L’inizio in verità non fu facilissimo: mandai un soggetto-storyboard alla redazione ma dovetti rifarlo e aggiustarlo più volte prima che fosse definitivamente.. bocciato. Quella trafila durata parecchi mesi mi fece comprendere la differenza enorme tra lo scrivere in maniera professionale e il buttare giù le prime idee che ti vengono in mente magari perché le reputi divertenti e magari senza nemmeno pensare al tipo di lettore che potrebbe leggerle. Studiai così lo stile di Silver (e di Bonfatti) e feci tesoro di quanto apprendevo. Passai così a scrivere un secondo soggetto, che fu approvato, e fu il primo di una serie praticamente ininterrotta di ‘conferme’. La bottega si è limitata a questo: studiavo a distanza, potremmo dire. Silver fu sempre molto parco nei commenti sul mio lavoro e quando mi arrivavano -ed erano quasi sempre positivi-, la cosa mi rendeva particolarmente felice. Io poi ero agli inizi, e avevo un gran timore nel chiamare la redazione (e Silver). Oggi quando ci troviamo alle fiere ricordiamo entrambi con piacere quel periodo.

Nelle tue storie il cinema è fondamentale. Che origini ha questa passione?

Ho sempre amato le storie. In generale, proprio. Per cui da piccolo leggevo un sacco di racconti, libri, fumetti. Il mezzo più ‘spettacolare‘ per raccontare delle storie è però senza dubbio il cinema: ho bellissimi ricordi dei primi film visti in sala (mi vengono in mente un James Bond con Roger Moore, avevo sette anni oppure L’invasione degli ultracorpi) e ancor oggi quella passione è più viva che mai. Un sogno destinato a restare tale, a quanto pare, sarebbe proprio vedere tratto un film (ma anche un corto) da qualcuna delle mie storie. Così, essendo appunto un sogno irrealizzabile, mi diverto a simulare il cinema, realizzando e mettendo in rete veri e propri teaser trailer e locandine delle storie più attese. E inoltre adoro usare un montaggio cinematografico anche nella stesura delle storie. L’esempio più evidente è sicuramente questo, che riprende pari pari la tecnica della “handycam” tanto in voga oggi, specialmente nel genere horror.

Come hai metabolizzato nel tempo il passaggio dalla scrittura al disegno?

Non sono un disegnatore molto eclettico e mi troverei in difficoltà a realizzare sceneggiature altrui: perché il disegno non è solo saper fare delle belle pin up, ma è soprattutto entrare in sintonia col “tono” della storia. Mi sono divertito a disegnare queste tre storie alle quali non ho prestato i testi, perché in qualche modo erano già nelle mie corde. Ma mi troverei in imbarazzo a disegnare delle storie in costume o western, oppure a dover visualizzare situazioni su cui non sono d’accordo. Per questo preferisco di gran lunga lavorare su soggetti miei e con la possibilità di cambiarli in corso d’opera laddove necessario. Non dovrei litigare con alcuno sceneggiatore! Il fatto di disegnare in prima persona inoltre mi consente di utilizzare tutta una serie di sfumature nella recitazione che non sono quasi mai possibili, quando a realizzare i disegni è un’altra persona. Una volta De Vita mi disse che ci perse le ore a cercare di fare una determinata posa di Doppioscherzo, fino a che “si rassegno”, e la ricalcò pari pari da quella dello storyboard. La cosa ovviamente mi ha fatto molto piacere, perché dimostrava quanto De Vita ci tenesse alla buona riuscita della storia… Non era il modo di lavorare standard per un disegnatore, che di solito cerca invece di ottimizzare e trovare un compromesso tra il proprio stile e quello di chi scrive.

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Quindici anni fa Topolino non godeva di ottima fama. Ne eri consapevole?

Premetto: io adoro i Paperi. Sono cresciuto con le storie di Barks, di Cimino, di Pezzin ecc.. E negli anni ’70, tanto per cambiare, Topolino sul settimanale non presentava storie molto interessanti. È stato solamente leggendo “i Classici” e altri volumi speciali che da piccolo mi regalarono, che scoprii il vero Topolino, quello di Gottfredson e Scarpa per capirci. Me ne innamorai subito: questa fu una delle prime storie che lessi e ne rimasi folgorato. In Disney dunque, la mia idea era quella di realizzare storie di quel genere. Approccio che, inizialmente, mi fu però sconsigliato: Mickey era in effetti abbastanza “impopolare” in quel periodo -e la redazione stessa preferiva puntare su storie con i Paperi. Proposi quindi vari soggetti, con Paperi e Topi, e il caso volle che ne venisse approvato proprio uno con Topolino. Era una storia tutto sommato molto semplice, fatta seguendo rigidamente i paletti che vigevano all’epoca. Nulla di straordinario, quindi, ma sufficiente a far capire all’allora vicedirettore Ezio Sisto che sapevo maneggiare bene il personaggio di Topolino. Sisto -dandomi una grossissima fiducia- mi consigliò allora di scrivere solo storie con Topolino. E la volta dopo portai una mezza dozzina di soggetti, che furono quasi tutti confermati e dati, tra gli altri, anche ad autori come Cavazzano e De Vita. Fu lì quindi, nel giro di pochi mesi, che si ricreò un nuovo, piccolo ma forte entusiasmo, nel produrre nuove storie con Mickey. Fu un periodo splendido per me: durò qualche anno. Poi subentrarono altre dinamiche. Iniziai a disegnare io stesso alcune storie, e non fu più possibile lavorare in quella maniera. Però ogni volta che mi è lecito cerco di mettere su qualche bella storia assieme a colleghi appassionati come me di Mickey -il Pastro, ad esempio, o Enrico Faccini. Per la buona riuscita del progetto è essenziale che gli autori siano soddisfatti di lavorare assieme.

Di Faccini che cosa ti piace? E come è nato il vostro sodalizio?

Riapprocciatomi a Topolino settimanale solo a inizio 2000 rimasi subito molto colpito dallo stile di Enrico: mi sembrava nel tratto uno Scarpa quasi “onirico” e nel modo di scrivere mi ricordava Walsh e Siegel -ma anche un po’ Fanton a dire  il vero. L’unica cosa che mi spiaceva era il fatto che non facesse quasi mai storie con i Topi. Quando ci conoscemmo però, scoprii che in realtà quello era un suo grande desiderio. E che avevamo in comune la passione per parecchie cose: da Walsh e Siegel all’amore per un certo tipo di fantascienza surreale ed inconsueta. Fu così che ci scambiammo idee e soggetti per tanto tempo con il proposito di farne poi delle vere e proprie storie. In questa maniera sono nate molte delle avventure che poi abbiamo firmato in comune. Quando mi capita di scrivere qualcosa di particolarmente fuori di testa gli chiedo se ha piacere di disegnarle o anche apportare il suo contributo con gag o altro. Prima o poi mi auguro di riprendere questo tipo di collaborazione, sempre molto stimolante.

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In una storia di Topolino il protagonista influisce sul gruppo o viceversa?

Il gruppo è molto importante: nel momento in cui abbozzo un soggetto penso sempre a chi e perché affiancherà Topolino, quali dinamiche si instaureranno, etc. Un cast azzeccato determina già da solo la riuscita di una storia. Esempio: Eurasia è stata caratterizzata in quel modo perché secondo me era essenziale un personaggio che spronasse Topolino e Pippo a tuffarsi nell’avventura e che li accompagnasse pure; al contrario di Indiana Pipps, ottimo comprimario che però assurge troppo spesso a protagonista e mette in ombra Mickey, Eurasia è complementare ai due nostri amici e assieme formano un trio perfettamente funzionante in cui ognuno a turno, contribuisce alla risoluzione dell’intreccio. La sfida più grossa è comunque muovere Topolino da solo. Citerei due storie: nella seconda è ancora più evidente lo sforzo fatto per dimostrare che Mickey, contrariamente a quanto si crede, è una persona normalissima che deve dare fondo a tutto il proprio coraggio per uscire dai guai: coraggio, attenzione, non spavalderia. Per come la vedo io Mickey non è mai certo di cavarsela. Storie di questo tipo sono molto difficili da scrivere: Topolino non ha grossi difetti, che in genere rendono una storia divertente. Al contrario di Paperino, con cui puoi riempire pagine e pagine solamente sfruttando la sua goffaggine e pigrizia, un personaggio come Topolino richiede lo studio di ‘situazioni’ molto complesse al fine di rendere la storia divertente e interessante. Quando riesci a scrivere e a disegnare una storia completa, in sintonia col personaggio, la soddisfazione è enorme. Quando mi dicono che questa gag fa ancora ridere dopo tanti anni, sono sempre molto contento.

È risaputo che apprezzi molto Gambadilegno. Però hai un rapporto strano con lui, diverso dalla piega amicale che si sta consolidando in questi anni.

Va detto subito che Gamba deve essere un personaggio estremamente duttile e multiuso, e questo anche su richiesta della redazione: il Gamba “tontolone” piace comunque un sacco ai lettori, per cui noi autori siamo liberi di utilizzare la tipologia che preferiamo. Ovviamente il mio Pietro preferito è quello che si rifà direttamente alle avventure di Gottfredson e Scarpa: fondamentalmente un megalomane -e vedrete quanto nella storia che uscirà quest’autunno!- con un odio particolare per Topolino; capace di architettare piani di conquista, ma anche di mandarseli a monte quasi da solo, a causa di una certa maldestrezza di fondo che lo caratterizza. Ed è per questo che mi piace: se fosse intelligente e agile, sarebbe Macchia Nera! Ho visto che qualcuno ha storto il naso quando ha visto Pietro nel ruolo di Orloff, nella parodia di Martin Mystère, laddove un Macchia sarebbe stato addirittura somigliante, ma se ci pensi è stato lo stesso tono della storia a richiedere questa scelta. Un po’ come il Lord Casco di Balle Spaziali, dai. E comunque, facci caso, Pietro tenta di ammazzare anche qui gli eroi della situazione. E Topolino alla fine non ci mangia le patatine assieme…

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Doppioscherzo invece è farina del tuo sacco. Riacquisterà la memoria?

Uh! Quel burlone di Vito ha ancora molto da dire. Sicuramente! Ho almeno tre storie con lui nel cassetto dal… 2008, per cui prima o poi vedrò di riprenderlo. Ancora non so dire quando (non tutto dipende da me), ma lo rivedremo.

E Atomino? Cosa lo aspetta dopo due storie così diverse stilisticamente?

Sono davvero lieto che si noti la discrepanza stilistica, perché era fermamente voluta, sia nel disegno che nei temi. Recuperare Atomino è stata sicuramente una delle sfide più difficili: nell’andare a toccare un personaggio così amato -e così iconico- di un certo periodo scarpiano rischiavo davvero moltissimo. Così ho deciso di procedere per gradi: una prima storia che si riallacciasse in modo palese -come disegno e tempi appunto- al grande classico di Scarpa succitato e una seconda storia in cui invece, Atomino fosse coprotagonista di una trama estremamente moderna, tecnologica eppur con echi molto classici: Nataniele Ragnatele, l’atmosfera quasi fiabesca che si respira specialmente nel finale…
La terza avventura sarà ancora completamente, assolutamente diversa.

Parli di Topolino e la città senza cielo, ovviamente.

Sì. Per come è adesso -quindi a livello di soggetto, e ancor suscettibile di mille modifiche-, è una storia molto dark, quasi claustrofobica per la maggior parte del suo svolgimento. Non è sicuramente una storia facile, per cui credo questo non sia il periodo più opportuno per metterla in produzione. Va precisato che gestire Atomino non è mai facile. Una volta scritta la trama, passo moltissimo tempo a trovare il modo per non fargli risolvere le cose in un istante con i suoi superpoteri. È un po’ come Eta Beta: anche lui potrebbe sbrigare i problemi in un batter d’occhio grazie al suo fantastico gonnellino. Per fortuna Gottfredson e Walsh gli aggiunsero parecchi difetti (uno su tutti la fobia del denaro) quindi non è effettivamente invincibile. Con Atomino si può giocare sul fatto che lui è un bambino in fondo, e vive isolato nella dimensione Delta, per cui l’ingenuità e la bontà che lo caratterizzano diventano di colpo dei difetti, nel momento in cui si ritrova ad affrontare le malizie del nostro mondo.

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Ha scritto due sole storie con i Paperi. Credi di realizzarne altre in futuro?

Si tratta in entrambi i casi di storie on demand: la prima, se non ricordo male, fu una richiesta della Egmont che desiderava avere una mia storia… ma senza Topolino (ahimè, ebbene sì, nel nord Europa, Mickey proprio non è popolare). Scrissi quindi un soggetto a metà tra Rodolfo Cimino e Siegel: volevo lanciare Paperone in un’avventura assieme a un comprimario occasionale e bislacco, e vedere poi le dinamiche che si creavano. È molto “seventies” come storia, e la mia speranza era che fosse affidata al mitico Chierchini: lì, si sarebbe notata in pieno la matrice vintage. Ferraris ha fatto comunque un eccellente lavoro, eh! L’altra invece mi fu richiesta dalla redazione: specificamente, una storia con lo Zione alle prese con le stampanti 3D. Non ricordo per quale motivo. Scrissi un soggetto molto più attuale, sia come toni che come trama, e credo sia venuta fuori una cosa carina alla fine. La più grossa differenza tra questi due “macro-cosmi” (Paperi e Topi) è che a Topolinia tutti si vogliono bene: tutti sono amici e non c’è mai uno screzio (a parte qualche frecciatina tra Topolino e Minni) per cui diventa molto più difficile imbastire una trama interessante. C’è sempre la necessità di un intervento ‘esterno’, di un personaggio occasionale nuovo che porti un po’ di scompiglio. Per questo a un certo punto ho riesumato Topesio, che si presta benissimo per turbare e animare un po’ la quiete dei nostri. Ma il cast topolinese è comunque molto più ridotto di quello di Paperopoli: motivo per cui ho progressivamente cercato di introdurre personaggi nuovi, abituali.
È un modo per far sì che ci siano più possibilità di creare nuove avventure.

E avverti ancora il vuoto che via via hai tentato di colmare?

No, non più ormai. Per quanto mi riguarda al momento ho tutte le tipologie di personaggi necessari, per cui non credo ne inventerò di nuovi. Piuttosto ce ne sono alcuni che ho già introdotto come per esempio lo zio Svalvolo o i ragazzi del One Team di Darkenblot, che magari mi riservo di riprendere in futuro. Ma soprattutto mi piacerebbe riprendere Estrella Marina, che personalmente non ho mai realizzato, e per la quale avrei ancora un po’ di misteri “abissali“.

E Topolino? Non sente il peso degli anni, dopo tutte queste avventure?

Non avverto l’anzianità di Topolino, perché cerco sempre di scrivere.. come se fosse la prima volta. Nel senso che -ovviamente- tengo presente le avventure del passato, ma ho anche ben chiaro il fatto che coloro che leggono e trovano belle le mie storie sono solitamente bambini, e per loro ogni storia è una bella scoperta. Il segreto è riuscire a mantenere integro il senso della meraviglia: un personaggio di lungo corso come Topolino ne ha viste ormai di ogni tipo, ed è stato dappertutto ma è fondamentale non fargli perdere l’entusiasmo. Ed è lo stesso entusiasmo di cui mi devo ‘caricare’ io nel momento in cui intraprendo la scrittura di una nuova avventura. La cosa mi viene ancora assai automatica, per fortuna, e spero continui così, visto che avrei intenzione di scrivere ancora almeno un centinaio di storie, prima di andare in pensione.

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Frontespizio inedito di Topolino e il castello sulla Luna

Nel tuo ambiente i “lettori” coincidono spesso con intere famiglie. Creare storie che possano essere comprese anche dai bambini; questo è lo scopo. Ma anche l’adulto è importante. Quanto è difficile… arginare la censura?

Uh, argomento… delicatissimo! Va detto che la censura non è mai costante: vi sono dei periodi in cui è ben tollerata la satira sociale e altri in cui è moooolto meglio tenersi sul vago. Dipende da moltissimi fattori: in questi giorni, si parla tantissimo di problemi legati all’immigrazione, alle problematiche di Paesi del Terzo Mondo. Ecco, questo preclude già in partenza la possibilità di fare storie che anche solo sfiorino questi argomenti, perché l’opinione pubblica è molto sensibile al riguardo. In questo senso fare una storia come quella di Orobomis (ambientata tra i villaggi poveri dell’Africa) è stata una vera e propria sfida di.. equilibrismo sceneggiatorio: di paletti lì ce n’erano a bizzeffe ma quasi nessun lettore, probabilmente, ne ha percepito la presenza. È una fatica, sì, ma anche una grande soddisfazione. Altre volte invece cerco solo di stare più tranquillo: evito i riferimenti all’attualità e cerco di realizzare solo una storia interessante.

Hai accantonato Darkenblot (per ora). Un pregio e un difetto, secondo te.

Hai fatto bene ad aggiungere per ora perché, appunto, non si sa mai. In realtà, per quel che mi riguarda, Darkenblot così com’è ha già detto tutto. Se dovesse esserci chiesto un domani, di proseguire, la saga prenderebbe tutt’altra piega. Mi ha fatto un po’ sorridere quando ho letto su certi siti cose tipo “l’idea della quarta serie è copiata da PK, etc”. Tanto per capirci, tra le varie opzioni per un prosieguo c’era addirittura un Darkenblot ambientato a inizio 1900. E un altro ancora ambientato 10 anni ‘dopo’ gli eventi di Nemesis. E uno non precludeva l’altro. Lavorare a questo progetto assieme a Lorenzo è stata un’esperienza… entusiasmante: il Pastro cerca sempre di visualizzare cose belle e interessanti da mettere nelle storie. Poi, ovvio, tocca allo sceneggiatore scremare, spesso a malincuore, e dare una coerenza al tutto. Però lavorare in questa maniera è molto stimolante e appagante. Non ho ‘critiche’ particolari da fare al progetto di cui, ripeto, sono estremamente soddisfatto: credo anzi che verrà rivalutato, in futuro, allorché coloro che se ne sono tenuti distanti, ritenendolo solo “una brutta copia di PK”, avranno modo di leggerlo con serenità. Sono soddisfatto, soprattutto di aver utilizzato il classico Mickey assieme a Lorenzo e non quindi un alter ego o un Topolino dotato di superpoteri: se togli i robottoni dal plot ti accorgerai che Darkenblot non è altro che un giallone come ne faccio spesso. Mi piacerebbe comunque un giorno riprendere certe tematiche, come l’uso di robot che diviene comune: mi piacerebbe però farlo all’interno di “una” storia singola, slegata da questa saga, magari ambientata nel futuro. Ecco, potrebbe essere l’occasione giusta per Uma. Ma per adesso è ancora un’idea informe…

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Ci fai spesso dono di citazioni argute. Ma che idea hai della continuity?

Diciamo che la regola di base è che non esiste una continuity castyana, se non piuttosto una logica continuity tra “contesti”: sono evidenti i motivi per cui le storie con la macchina del tempo e il ciclo di Atlantide devono essere separati assolutamente. Mickey è un personaggio con novant’anni di storie sulle spalle e sarebbe quindi illogico, oltreché impossibile cercare una continuità tra tutte le avventure che ha vissuto: pensa solo al fatto che magari in una storia sbatte Gamba in galera per aver tentato di conquistare il mondo, e poche pagine più avanti, sullo stesso numero, i due possono tranquillamente essere in spiaggia a gareggiare a chi fa il castello più grande. Per quel che riguarda Tutto questo accadrà ieri, la logica era questa: mi serviva che nella storia ci fosse “almeno” una macchina del tempo e ho quindi utilizzato quella più famosa e ricorrente, ovvero quella di Zapotec e Marlin. Ero ben a conoscenza dei vincoli del viaggio temporale, ma sapevo anche bene che negli anni questi vincoli erano stati per lo più cambiati e resi funzionali alle varie storie in cui appariva. Tanto per dirne una, solo poche settimane dopo su Topolino uscì un’altra bella storia la quale “piegava” il funzionamento della macchina allo svolgimento della trama. Noi autori, poi, scriviamo le storie, ma non siamo mai assolutamente certi che tali storie siano approvate e realizzate. Può accadere quindi che nel “Cappotto da un dollaro” io inserisca Uma da piccola in una delle vignette finali, ma che poi la storia che avrebbe spiegato questo “mistero” non venga mai realizzata… Si cerca dunque la coerenza laddove è possibile attuarla: un ciclo ben circoscritto come quello di Atlantide per esempio. E il fatto che Eurasia sia stata ripresa di recente da atri autori non la “inficia” minimamente, anzi, mi rende orgoglioso vedere il personaggio vivere anche altre avventure. Idem per Estrella Marina.
Unica eccezione, per ora, è Vito, del cui
ritorno voglio occuparmi di persona.

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Mi è spiaciuto molto per Mondoplastica. Pensi di rimetterci mano?

Direi che l’esperienza ‘Mondoplastica’ è chiusa, anche se nel nostro ambiente non si può mai dire mai. Credo purtroppo di non godere di abbastanza credito al di fuori della cerchia degli appassionati di Topolino. Anzi, ho la sensazione che proprio il fatto che io mi occupi di un personaggio generalmente percepito come “antipatico” non sia stato un incentivo a darmi fiducia. La trama in ogni caso era molto bella: mi dispiacerebbe che rimanesse in un cassetto. Pensavo che in un futuro, con alcuni molti rimaneggiamenti, potrebbe quasi diventare un’avventura di Topolino. Sì, Topolino e la Mondoplastica mi suona assai bene.

Crisi di Topolino (come dispositivo): da autore come vedi la situazione?

Ach, maledetti iPad! Eh, purtroppo ormai, i bambini che leggono sono sempre di meno… e temo che continuerà così. Non entro nel merito delle “strategie” editoriali di Panini-Disney, perché non è compito mio e non avrei nemmeno le competenze per farlo. Penso che il fumetto popolare abbia avuto la sua lunga e gloriosa stagione, e che ora si avvii inesorabilmente a diventare un prodotto di nicchia, così come è successo a tante altre forme d’arte nel corso dei secoli. L’unica cosa che posso dire è che… spero di finire “prima io”, perché mi voglio divertire fino in fondo, scrivendo e fumettando fino alla pensione!