Perché il 2019 è stato l’anno di Sio

Nell’ultimo anno sui social è cambiato ben poco dal punto di vista del fumetto: su Instagram il ventinovenne Giulio Mosca, che ha recentemente firmato una pubblicazione cartacea, è ancora l’autore di strisce più seguito; Fumettibrutti ha ottenuto il verificato -con tutti i vantaggi del caso- e Labadessa si è chiuso in una sorta di silenzio stampa di sei mesi, in cui non ha postato alcun inedito. Soltanto Sio -che pure ha dovuto ridimensionare le proprie attività, complice la nascita del primogenito a gennaio- ha saputo mantenere costante un ritmo di pubblicazione già ampiamente consolidato: più di una striscia al giorno per un piccolo totale di 438 immagini e circa dieci milioni e mezzo di like.

Notevole, vero? È un fenomeno che meriterebbe di essere studiato prima o poi. Per il momento focalizziamoci sul periodo che ci siamo prefissati: gli ultimi 12 mesi. Se volessimo fare un’analisi ‘psicografica’ del rendimento del fumettista sul social, non sarebbe sufficiente soffermarsi sui numeri dell’account (quanti commenti riceve, quanto è potente l’engagement, etc). Avremmo bisogno di fatti concreti, episodi di divulgazione, frangenti in cui la fama del personaggio travalica i confini del fumetto-mondo e arriva, sottoforma di “invito a saperne di più”, anche a chi in effetti ne sa poco o nulla. Applicato al nostro caso questo discorso assume una portata decisamente ampia, che ci porta a riconsiderare l’ecletticismo di Sio. Da un lato il fumettista; dall’altro lo youtuber. In entrambi i campi Sio lascia un’impronta indelebile capace di creare nuove mode e nuovi miti nel sottobosco della rete: la matrice da cui proviene, però, non accomuna video e fumetti. Nei primi, Sio ha il pregio di sparare battute in continuazione: non sembri accorgerti del tempo che passa, quando li guardi. E riguardandoli diresti quasi che il loro artefice ami fuggire dall’immobilità, prediligendo una ricerca del vacuo, dell’effimero, del ‘tutto-e-subito’. Molte battute ovviamente rischiano di andare perdute, ma è un rischio calcolato se consideriamo il grado di attenzione maniacale di certi spettatori.

Nei fumetti il meccanismo cambia. Non tanto da un punto di vista ricercativo: come nelle animazioni i personaggi sono anonimi, agiscono in situazioni note al pubblico e consolidate, e i temi trattati rispecchiano la ‘poetica’ dell’autore. La vera novità sta nel rendere questi temi meno effimeri, più fissi, se vogliamo dirlo diciamolo pure: pedagogizzanti. Ma di una pedagogia esemplare poiché essenziale, breve e lapidaria. Una pedagogia che Sio ha compreso di veicolare in maniera adeguata soltanto ricercando la sintesi, e dilatando il più possibile contenuti di natura istantanea. Ancor prima che di politica, società o migranti le strisce di Sio parlano di ragazzini smarriti, di boomer destinati all’estinzione e di relazioni viziate dall’incapacità di comunicare. L’uomo contemporaneo di Sio non ha però una costituzione genetica. Non ci sono legami parentali che lo legittimano, lo legano, lo fondano. Lo si può comprendere soltanto se si tiene conto del principale scopo per cui è nato: assumere di giorno in giorno, striscia dopo striscia, sembianze diverse. Fatti i dovuti distinguo, cerchiamo di capire perché il 2019 sia stato a mio avviso l’anno di Sio. In quali circostanze si è fatto conoscere “al di fuori” e quanto potrebbero incidere sul suo futuro.

11 giugno. Su Scottecs viene pubblicato un video sulla ricerca di un antonimo per l’aggettivo “preferito”. Già allora mi aveva fatto sorridere la leggerezza con cui erano sintetizzati aspetti rilevanti nella formazione delle parole e nella loro eventuale affermazione; a giudicare dai commenti e dalle views ottenute, non credo di essere stato l’unico. La neoformazione schiferito -l’antonimo coniato dallo youtuber dopo alcune dissacranti peripezie- appartiene alle cosiddette parole ‘macedonia’ (schifo+preferito) e lo fa in maniera piuttosto anomala. La lingua italiana tende a privilegiare l’unione della parte iniziale di un vocabolo con un secondo, che rimane intatto – cantante più autore uguale cantautore – ma c’è dell’altro. Le caratteristiche che rendono schiferito una parola ben fatta e distintiva sono essenzialmente cinque: è conforme alle regole morfologiche della lingua; ha lo stesso numero di sillabe di ‘preferito’; se ne comprende con facilità il significato e come è stata formata; e non si confonde con altre parole già esistenti. E soprattutto è facile da ricordare e da pronunciare.

Per potersi affermare nell’uso quotidiano “schiferito” doveva essere utilizzato da un numero sufficiente di parlanti, come giustamente ricordava il video, ma non solo. Doveva essere usato spesso, ovunque, e in diversi registri linguistici, dimostrando di saper colmare il vuoto lessicale, generando a sua volta parole nuove -nei commenti era stato proposto “schiferire”, contrario di “preferire”. A distanza di sette-otto mesi, il fenomeno non si è dimostrato sufficientemente virale ma la parola è stata oggetto di numerosi dibattiti, e persino l’Accademia della Crusca ha manifestato interesse. Sfruttando la concisione del format, gli standard della prorompente comicità tipica del suo stile e un linguaggio facile ed essenziale, Sio aveva trasformato un semplice video di entertainment in un prodotto di servizio pubblico con protagonista se stesso in una versione buffa e surreale tanto quanto lo sono i personaggi dei suoi fumetti. Con la differenza che Sio esiste veramente mentre gli eroi nonsense del mondo di Scottecs -per fortuna o purtroppo- no. E qui si apre una riflessione. Sio, in genere, non ama ritrarsi nei suoi prodotti, video-fumetti che siano. Quando lo fa è per assicurarsi che il pubblico non si stia facendo di lui l’immagine sbagliata, o che non se la stia facendo affatto -molti lo conoscono per la sua voce, senza neanche averlo mai visto in faccia. È sempre rischioso filtrare se stessi nello stile per il quale si è noti, specie quando non si è noti alla totalità del proprio pubblico. Eppure le circostanze in cui Sio lo fa sono molto fortunate. Sotto due aspetti: ‘numerico’ -montagne di like- e mediatico –‘ah, ma quindi questo tizio ha anche un volto!’. Se il suo autore non ci avesse messo la faccia, le visualizzazioni di questo video non sarebbero granché cambiate, ma l’impatto che ha avuto sul pubblico sì.

10 luglio. Per chi, come me, segue Sio su Instagram -parliamo naturalmente di centinaia di migliaia di persone- nelle storie appare un sondaggio curioso. Agli utenti viene mostrato un post -uno dei tanti pubblicati da Sio- e viene chiesto loro di specificare se si tratti di una vignetta o di una striscia a fumetti. Tempo qualche minuto e il fumettista, visibilmente sconcertato, pubblica gli esiti del sondaggio: per il 54% dei votanti l’immagine di cui sopra -una classica striscia rimontata secondo il design di Instagram- è una vignetta. Risultato: una buona parte dei seguaci di Sio non ha idea – non se ne cura? è disinformata? crede di aver ragione?- di che cosa effettivamente Sio pubblichi. Ed è un aspetto che ci coinvolge tutti; forse quello di maggior rilievo quando si parla di social media. I contenuti che recepiamo non sono destinati, per nascita, ad essere classificati. Nessuno mai si porrebbe troppe domande sulla bontà del post di una fashion blogger o sull’effettiva carica umorale di una striscia di Sio, tanto è immediata la fruizione. I post devono attirare l’attenzione, dare la possibilità di “evadere” dal quotidiano. Classificarli, insomma, è costitutivamente innecessario; tanto che Instagram stesso, improntato al culto delle immagini, ci lascia imprimere segni fugaci, destinati a perdersi nel flusso ininterrotto di post. Attenzione: non sto dicendo che in virtù della loro caducità, le aziende dovrebbero smettere di farci affidamento; tutt’altro. Effimero non significa leggero, solo presume una dialettica praticamente opposta rispetto a quella a cui siamo stati abituati per tutto il secolo scorso, dall’informazione stampata, dal digitale e dal web. Sulle cosiddette social platforms a venir meno non è la profondità, ma la pesantezza del contenuto. Motivo per cui di una striscia di Sio possono essere chiari fin da subito gli intenti umoristici o “pedagogici”, la morale -ammesso che ci sia-, un messaggio qualsiasi. Ma non il fatto che essa sia una striscia, perché in genere chi la riceve non lo considera, o non ha sufficiente dimestichezza col fumetto.

Sio è un instagrammer d’antan e, come dicevo, un creator piuttosto eclettico. Motivo per cui una volta ricevuto l’appunto di un utente un po’ perplesso -che si chiedeva se una striscia non differisse da una pagina vera e propria in base a com’erano disposte le vignette- Sio decide di rispondergli pubblicamente. Se ricordo bene nessun fumettista prima di lui aveva condotto una tale relazione di critica del fumetto a distanza con i propri seguaci di Instagram. E con simile dovizia di tecnicismi, poi. Mi direte: ok ma ha soltanto fugato i dubbi di un tizio confuso, che avrà fatto di straordinario? Date un’occhiata a quest’altra storia. Siamo sempre al 10 luglio, Sio ormai deve averci preso gusto. Cita McCloud e si spende apertamente su un tema, anzi no sul tema: una definizione completa e corretta di “fumetto”. In un’epoca, peraltro, in cui stavano tornando di moda echi novecenteschi: gente che esulava dal principio di sequenzialità; che non ammetteva un’omogeneità linguistica alla base di comics e graphic novel, etc. È vero anche che nell’ultima storia che ho linkato Sio si contraddice da solo, e anche abbastanza ingenuamente, ma per questa volta lo perdono. Ciò che mi interessa davvero è l”eccezionalità’ del fenomeno. Il fatto che un fumettista si svegli, prenda in mano i propri follower e invece di chieder loro come abbiano trascorso la serata li sottoponga a un test fumettistico attendibile ed efficace -con annesso dibattito- mi sembra una ‘prima volta’ degna di essere ricordata.

storie-migranti

1 ottobre. Si intitola Storiemigranti ed è il primo libro a fumetti di Sio a essere premiato con il GranGuinigi a Lucca nella categoria miglior fumetto per giovani lettori. La giuria, composta, tra gli altri, da Alessandro Bilotta e Sarah Mazzetti, ne elogia soprattutto l’intento giornalistico: il volume infatti prende spunto da eventi realmente accaduti, narrando attraverso la viva voce dei protagonisti le vicissitudini di trentadue giovani migranti che hanno trovato rifugio nei centri di accoglienza straordinaria della provincia di Imperia. Un progetto coraggioso promosso da Feltrinelli Comics e realizzato a quattro mani col fotografo Nicola Bernardi, amico di Sio fin dai tempi dell’università. Perché cito Storiemigranti, vi chiederete. Beh, qualora la vittoria del GranGuinigi non bastasse -e avreste tutte le ragioni di crederlo- c’è un aspetto particolare che di questo libretto mi colpisce, e prescinde per una volta da qualsiasi sottotesto ‘socio-pedagogico’: rapporto con i lettori, perlopiù giovanissimi; peso specifico di una ‘cronaca’ di stampo serioso, antitetica rispetto al linguaggio, ‘poetico’, e via dicendo. Tutti aspetti che ritrovate in quest’ottima disamina che vi consiglio di leggere.

Il punto di Storiemigranti -dicevo- mi è sembrato in realtà un altro, ed è di tipo stilistico. Ogni racconto è preceduto da un fotoritratto del suo protagonista che Bernardi immortala sempre in posizione a mezzo busto, con uno sfondo ‘tinta unita’ dietro le spalle. Precedendo la storia vera e propria, i fotoritratti paiono non soltanto contestualizzarne l’umorismo: sembra quasi che ne legittimino il realismo, se non addirittura la veridicità dei fatti narrati. Subito, il deflagrante contrasto col fumetto vuole suggerire una rilettura ulteriore: non solo “è tutto vero”; è la rappresentazione grafica dei fatti che attesta loro una dimensione di emblematica veridicità. Telegiornali e siti web in genere non trattano migranti e profughi come esseri umani -sembrano dirci gli autori-; restituire l'”umanità perduta” si può, ma solo ricostruendo il singolo trascorso di ognuno. Efficace, in questo senso, la ripetitività dello stile minimalistico del fumetto, in antitesi all’espressività multiforme e ‘multicolore’ dei ritratti: persone sempre diverse, accomunate dal destino e dal setting, sia in foto sia su carta.

sio-storiemigranti

Mi fermo. Per il momento credo di avere detto abbastanza. Avrei potuto citare molti altri avvenimenti significativi -dal podcast alle illustrazioni per il centro di accoglienza Lucha y Siesta- ma va bene così. Mi bastava esplorare questi tre “gesti” della comunicazione di Sio. Così importanti da averne accresciuto – se non la fama – perlomeno il potere mediatico.

Perché un giorno, forse, lo ricorderemo anche per questo.

Le fiere (della critica) del fumetto

La notizia: nasce un nuovo sito di critica del fumetto, dall’unione di tre storiche realtà della blogosfera –Vignettae, BeComixDuluth– e delle rispettive menti creative: Angelo Ascani, Juan Scassa e Matteo Contin. Si chiama “Le Fauci”. La formula ‘editoriale’ è quasi inedita: articolisti e collaboratori si propongono di realizzare pezzi critici d’approfondimento slegati dalle narrazioni promozionali, come scrive lo stesso Scassa su FB. In questi giorni ho dato un’occhiata al sito non senza una buona dose di ottimismo, ed ecco alcune riflessioni. I contenuti sono pieni di energia, una vitalità “pop” quasi inattesa nella “bidimensionale” Italia -fumettistica?- degli ultimi tempi. Il taglio degli articoli è estremamente specifico, foriero di insights, link e nozioni suppletive degne di un nerd duro e puro (non li consiglierei a uno che non ha mai letto un fumetto, per intenderci) e lo storytelling si adatta perfettamente allo scopo: instaurare una narrazione mobile -e anche un po’ intellettuale- su un tema tutto sommato “di nicchia”. Il lavoro che questi tre appassionati hanno condotto online negli ultimi 4-5 anni li aveva fatti notare come “dinamici”, poco convenzionali, e talvolta eccellenti. Hanno realizzato interviste, ritradotto manga, firmato importanti articoli per Fumettologica e addirittura curato rubriche su Linus. Il bello del loro percorso è che il risultato del lavoro di gruppo avrebbe sempre potuto produrre il meglio rispetto alla somma dei singoli, e un’occasione come questa ne è la conferma. La diversità -contenutistica, critica, culturale- si sta rivelando una risorsa utile per definire una cifra editoriale caratteristica e vitale. Un’idea di “critica come approfondimento”, inteso e praticato nel solco di una pluralità di competenze che sino ad ora si sta dimostrando essenziale per sopravvivere nel vasto mare magnum di critici sbucati dal nulla*, e che della ‘critica’ in quanto prassi vuole essere anche una divertita presa in giro. E fin qui tutto bene.

Risultato immagini per le fauci sito

Il sito nasce da un’esperienza collettiva subculturale, prima ancora che da una profonda relazione di amicizia; e non è quindi certo sua intenzione rivolgersi a un pubblico inclusivo o generalista. Tuttavia, l’impressione che ho avuto degli sviluppi, seguendoli sui social e in chat, è varia e multiforme, e contempla dei difetti. Al solito non si tratta del contenuto, ma di ‘come’ questo contenuto sia stato ‘venduto’ a chi, come me, ne ha potuto fruire. Non voglio girarci intorno: se non fossi stato in qualche modo “in contatto” con uno dei tre fondatori non ne sarei mai venuto a conoscenza. Non mi sarei mai imbattuto nel sito. Scassa e Ascani, principali addetti alla comunicazione, non mi sembra abbiano fatto altro che annunciarne l’apertura su FB, autopromuovendosi i contenuti anche più volte se necessario. Immagino facessero leva sulla ricondivisione di amici e colleghi, soprattutto fumettisti. E ci sta: ma al di là di questo non c’è mai stato alcun endorsement, né del resto alcuna dichiarazione d’intenti da parte dei tre creator. Le Fauci esiste da qualche giorno, ormai, ma è come se neanche fosse mai nato. L’ho sentito nominare a Tizzoni d’Inferno, mi pare. Poi niente più.

L’autarchia è davvero la soluzione migliore nel 2020? E come mai con tutto che sono partiti come ‘nuovi’ fautori di un ‘nuovo’ sito di critica non hanno ancora pubblicato un articolo-bomba, un editoriale, anche solo due righe introduttive per illustrare sommariamente la loro visione delle cose a chi non ha seguito la genesi del progetto, e non si è imbattuto negli aggiornamenti social?

Risultato immagini per le fauci fumetti

La più tradizionale delle analisi valuterebbe la visibilità e la rilevanza degli altri supporti. Tolti i media tradizionali, tramite quali canali ci si “promuove”, oggi? I social, certamente. E tolto Facebook, cosa rimane? Instagram, inutile dirlo. E in effetti il popolarissimo social delle immagini contempla già la presenza della gang de “Le Fauci”, e con un profilo molto particolare. È online da pochi giorni proprio come il sito, e ospita contenuti totalmente differenti che non stonano con quanto già pubblicato online, ma anzi lo implementano, lo completano, lo trattano come del materiale extra. La ‘nicchia’ del sito di ‘nicchia’ che tratta un argomento di “nicchia”, per così dire. E che, paradossalmente, rischia di avere molto più seguito del sito in sé. Contenuti curati, intenti ben manifesti, rubrica d’avvio intelligente.. Se davvero al mondo del fumetto mancava un sito di tale forma, scopo e portata mediatica, questo piccolo ma efficace profilo potrebbe fugare i dubbi a qualsiasi internauta scettico o semplicemente dubbioso come il sottoscritto. Per il resto non c’è molto da dire, almeno per ora. Il database di Le Fauci è ancora sostanzialmente vuoto, eccetto una serie di vecchi focus dal blog di BeComix (compreso l’articolo di lancio spacciato per originale). Come ho già detto, tutti gli articoli hanno chiaramente un taglio elitario, per fumetti trattati -da Cerebus a Epoxy- e per tipologia di articoli. Da qui a dire che il sito si trasformerà in un salottino di amici intimi mi sembra davvero prematuro. Ci terrei a far notare, invece, che Le Fauci non nasce “dal nulla” come l’ennesimo sito di critica/approfondimento sul fumetto, ma come fusione di quattro realtà preesistenti, un tempo -queste sì- piccole ed elitarie, che si contendevano una audience molto simile, e che adesso possono contare su un discreto bacino di utenza comune, dato che il loro ex-pubblico vi si accosterà in massa. Resta solo da capire come verranno trattati i neofiti. Se riusciranno a intercettare questa realtà di nicchia, e soprattutto se i piani dei tre creator li contemplano almeno un po’. Per il momento hanno sicuramente il mio interesse.

[*] In realtà io dovrei solo stare zitto, ma vabbè.

Avere più follower (spesso) significa avere successo

Ma non è sempre così. Su Instagram, ad esempio, l’osservazione empirica del rapporto tra il numero di seguaci di un account e la media-like dei suoi post è spesso indice di una connessione molto debole, per diverse ragioni. Perché il ritmo di aggiornamento non è sostenuto; perché il contenuto si presta poco a diventare virale; perché il tipo di target cui si riferiscono alcuni profili non fa del passaparola un punto di forza ma anzi vive della pigrizia esponenziale con cui cresce nel tempo. Oppure più semplicemente perché l’algoritmo si guasta senza un apparente motivo. Per quanti tentano di fare fortuna coi social è un serio problema, capace di generare guai e perdite di denaro altrettanto serie.

I fumettisti italiani che lavorano su Instagram sono interessati dal fenomeno? Ho fatto una piccola indagine: ho cercato di capire quante sono le fortezze dei fumettisti con maggior seguito -da Sio a Natangelo, con parecchie sorpresine nel mezzo- e in seguito ho calcolato la media-like degli ultimi cinque post ad account. Nelle tabelle che seguono ecco riassunta la comparazione tra valori: appunto pubblico d’iscrittimole di apprezzamenti; con le relative annotazioni in calce: se l’account è verificato o meno, a quale casa editrice si appoggiano gli autori, eccetera. Cosa ho scoperto? Che nella stragrande maggioranza dei casi il grado di dipendenza tra l’uno e l’altro fattore è estremamente alto; che quindi in linea di massima, la piega digitale assunta dal fumetto -qui in Italia e solo nei casi eclatanti- sembra perseguire una stessa, immutabile direzione.

tabella-01
Giallo: Shockdom • Arancio: BeccoGiallo • Celeste: Bao Publishing • Grigio: autori di satira

I fattori che spiccano mi sembra siano essenzialmente due. Primo: la presenza attiva dei fumettisti su Instagram riguarda tutte le categorie di fumettisti: da chi utilizza Instagram come fulcro delle attività di lavoro a chi vuole rendere il proprio -presso una licenziataria, ad esempio- un pochettino più popolare. Da Mattia Labadessa a Giorgio Cavazzano. E, crisi o non crisi del social network delle immagini, la quantità di seguaci per ogni profilo è sensibilmente mobile anche nel giro di poche ore: c’è chi sale, vertiginosamente, e c’è chi scende. Il che non significa nulla di più e nulla di meno di questo: avere più follower non significa pubblicare contenuti ad hoc, pensati e sviluppati unicamente per la piattaforma; né tantomeno +like. I 7400 follower di Cavazzano reagiscono più attivamente degli 8500 di Martoz, per le stesse cause di prima: aggiornamento leggero, contenuto molto poco virale, differenze di pubblico… Pensate solo a tutti quei disneyofili di lunga data che impazziscono -ogni volta- per il fatto di poter avere un disegno di Cavazzano proprio là, sul display dei loro telefonini. Sono seguaci in attesa, che in qualche modo sanno già cosa aspettarsi da certi account. Sono lettori che sperano, direbbe Makkox.

tabella-02
Bianco: freelance • Rosso: Coconino • Corsivo: casi particolari • Font azzurro: Panini Disney

Guardiamo ora la classifica: un secondo aspetto significativo è il piazzamento dei soliti noti -Zerocalcare, Labadessa, Sio- la cui egemonia culturale, almeno sul social, è stata arginata da realtà non ancora dibattute nei salotti di critica e di cui si parla ancora molto poco. Coma Empirico (BeccoGiallo); Alessandro Perugini (Tunué); Boban Pesov (già Youtuber), Don Alemanno… Persino chi è in testa alla classifica, il ventottenne Giulio Mosca, con oltre 40mila iscritti di differenza rispetto a Sio, al di fuori del social non lascia traccia di sé. Perché? E come mai, pur essendo tra i 5 più seguiti di Instagram, il fumetto-mondo si allontana da realtà come pera-comics o dado-stuff che pure pubblicano con frequenza anche in cartaceo? Le risposte non mancano: da un lato è vero che le gerarchie statistiche non hanno mai soppiantato quelle socioculturali, per cui Sio resterà più famoso di Pietro Zemelo, nonostante la perentoria ascesa di quest’ultimo. Dare sempre la colpa al contenuto, però, rischia di diventare controproducente e, spesso, può trarre in inganno. Non scordiamoci che due delle più alte medie-like della classifica spettano ad autori monotematici per così dire, il cui tipo di contenuto è tanto esclusivo quanto irresistibile per il proprio fruitore-modello. Parlo ovviamente di Boban Pesov e Milo Manara.

tabella-03.png
Applicazione dell’indice chi-quadrato. Valori aggiornati al 20-10-2019