Il furto come espediente narrativo: da Jason a Tota

Giorni fa rileggevo Non puoi arrivarci da qui, di Jason. Una stralunata rilettura in tre atti del mito del prometeo moderno di Mary Shelley, in chiave minimale-umoristica. Fumetto un po’ vecchio, a dir il vero (è del 2006) ma che a distanza di anni riesce ancora a sprigionare un senso d’incompiutezza magistrale, quasi archetipico. Ritmo ben cadenzato; regia di chiaro stampo cinematografico che alterna ampie sequenze descrittive a flashback di breve durata, scanditi da un magistrale recupero di vignette simboliche assurte a didascalie prive di parole; e un commovente sottotesto poetico. Stavo appunto rileggendolo, quando mi sono imbattuto in una sequenza assai esplicita in cui il mostro di Frankenstein medita di rubare un giornaletto porno. Chi ha letto Non puoi arrivarci da qui sa già di che cosa parlo: una scena piuttosto introduttiva, che segna l’esordio del protagonista, evaso in precedenza dall’antro di un folle scienziato ubriacone. I disegni ci catapultano in medias res nella vita, appena cominciata, del mostro: il tratto espressivo di Jason raccoglie la provocazione di una vicenda muta per i suoi tre quarti, e rilancia, ribadendo il fattore tragicomico della situazione.

Il buffo personaggio -alto, schizzato, mai visto prima- sta leggendo con avidità qualcosa, ancora non ci è dato di sapere cosa. Stacco. Soggettiva sui contenuti della rivista. Stacco. Il mostro ripone la rivista sottobraccio ben nascosta nella giacca, al riparo da sguardi indiscreti. Stacco. Si avvicina lentamente all’uscita, mani in tasca; la cassiera sullo sfondo. Stacco. I sensori d’allarme richiamano i commessi: il piano è fallito. La cassiera si volta rapidamente. Stacco. Il mostro comincia a fuggire e, suo malgrado, è costretto ad abbandonare la “refurtiva”. Dove ho già visto questa scena?, mi sono chiesto in quel momento con la netta sensazione di non stare assistendo a nulla di nuovo vedendo un ‘tizio’ darsela a gambe dopo aver tentato di rubare una rivista o una qualsiasi pubblicazione cartacea che potesse farmi risalire a.. un momento. Avevo detto pubblicazione cartacea? Quindi anche un semplice libro? Ma certo! “Il ladro di libri”, di Pierre Van Hove e Alessandro Tota, ecco dove l’avevo vista. Ho recuperato il volume, accostato le due sequenze… ed ecco i risultati.

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Due stili radicalmente opposti. Da un lato la rigidità, l’incompiutezza, la fredda posa distaccata delle inquadrature, l’onniscenza. Dall’altro invece l’occasione, la possibilità, la verosimiglianza, l’evocazione e ancora l’incompiutezza, anche se l’incompiutezza di Tota e Van Hove è antitetica rispetto a quella di Jason: di forma, non di sostanza. Un esercizio raffinato di proporzioni, in cui è talmente facile ricavarsi una dinamica della lettura che i disegni possono permettersi di spaziare dalla semplice staticità -nella prima vignetta- al duttile cartoonesco, nell’ultima. Non è certo questa l’unica differenza. Osservate la scarna graficità dell’una: confrontatela con la dovizia di particolari nell’altra: in entrambi i casi è sintomo di una precisa “dichiarazione di intenti”. Perché se da un lato Jason vuole semplicemente ‘raccontare una storia’, prescindendo da ogni sottotesto politico, sociale e persino morale, il lavoro di Tota e Van Hove è pesantemente radicato alla Storia; anzi, fa dell’inattualità storica il suo punto di forza. Potrei persino dire, azzardando un paragone un po’ criptico, che nel ‘Ladro di libri’ la Storia è coprotagonista assente, mentre in Jason è “protagonista spettatrice”: aspetta cioè -invano- che gli sviluppi la coinvolgano.

Ora, che cos’hanno in comune i due protagonisti? Perché la creatura di Jason si comporta come un pallido ladruncolo, quale è il protagonista del fumetto di Tota e Van Hove? Agiscono per delle (stesse) motivazioni? Beh, non mi pare. In entrambe le circostanze mi sembra anzi che si tratti di un gesto istintivo, poco premeditato. Con la differenza che Jason scrive e disegna storie come tramite lo sguardo di Dio, oggettivo e distaccato, mentre gli autori del ‘Ladro di libri’ le raccontano come attraverso i ‘loro’ occhi, i miei, i vostri, quelli di uno qualsiasi dei clienti della libreria. Perché di nuovo: al talento del fumettista danese non serve tenere conto del contesto, della civiltà, della gente. Bastano i characters fissi, gli individui: è su di loro che la vicenda si ricuce. Daniel Brodin, il giovane ladro di libri del fumetto, è insieme occhio e maschera di un’epoca storica ben definita, di un preciso ceto sociale, anche di un certo modo di stare al mondo.
Un certo archetipo, direbbe Jung.

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Nel caso particolare di Daniel, è proprio l’io-narrante a rendere la vicenda più coinvolgente per il lettore, fin da questa bella sequenza d’incipit. Nello stile di scrittura limpido del protagonista, oltre allo svolgersi degli eventi, c’è il senso di un’intera vita. La forma autobiografica ci eleva a interlocutori privilegiati di Brodin, che ci interpella direttamente a raccogliere le sue confidenze. Solo noi lettori arriviamo a conoscere Brodin in ogni sua sfaccettatura, rispetto a tutte le altre figure di raccordo della storia. Al contrario, nelle vignette di Jason non c’è individuo che conosca veramente se stesso o gli altri; nemmeno i lettori. E il protagonista a ben guardare, non è davvero il protagonista della vicenda, ma una sorta di “primus inter pares”. Uno stereotipo di genere in fuga dal proprio stato d’essere. Il raffronto tra le due tavole, in questo caso, non lascia dubbi: a sinistra il furto commesso è davvero ingenuo; la cassiera del sexy-shop non lo impedisce nemmeno. Tanto, è tutto automatizzato. Nella situazione di destra, invece, le cose non sono così scontate: Brodin agisce con estrema cautela, ma il commesso del negozio si dimostra più accorto e più furbo. L’unica differenza sta nell’esito. Brodin ci crede fino in fondo e fugge con la refurtiva. Al contrario della “povera” creatura di Jason, costretta a dileguarsi con le pive nel sacco.

Entrambi poi riusciranno a scamparla. Ma questa è un’altra storia.