Le fiere (della critica) del fumetto

La notizia: nasce un nuovo sito di critica del fumetto, dall’unione di tre storiche realtà della blogosfera –Vignettae, BeComixDuluth– e delle rispettive menti creative: Angelo Ascani, Juan Scassa e Matteo Contin. Si chiama “Le Fauci”. La formula ‘editoriale’ è quasi inedita: articolisti e collaboratori si propongono di realizzare pezzi critici d’approfondimento slegati dalle narrazioni promozionali, come scrive lo stesso Scassa su FB. In questi giorni ho dato un’occhiata al sito non senza una buona dose di ottimismo, ed ecco alcune riflessioni. I contenuti sono pieni di energia, una vitalità “pop” quasi inattesa nella “bidimensionale” Italia -fumettistica?- degli ultimi tempi. Il taglio degli articoli è estremamente specifico, foriero di insights, link e nozioni suppletive degne di un nerd duro e puro (non li consiglierei a uno che non ha mai letto un fumetto, per intenderci) e lo storytelling si adatta perfettamente allo scopo: instaurare una narrazione mobile -e anche un po’ intellettuale- su un tema tutto sommato “di nicchia”. Il lavoro che questi tre appassionati hanno condotto online negli ultimi 4-5 anni li aveva fatti notare come “dinamici”, poco convenzionali, e talvolta eccellenti. Hanno realizzato interviste, ritradotto manga, firmato importanti articoli per Fumettologica e addirittura curato rubriche su Linus. Il bello del loro percorso è che il risultato del lavoro di gruppo avrebbe sempre potuto produrre il meglio rispetto alla somma dei singoli, e un’occasione come questa ne è la conferma. La diversità -contenutistica, critica, culturale- si sta rivelando una risorsa utile per definire una cifra editoriale caratteristica e vitale. Un’idea di “critica come approfondimento”, inteso e praticato nel solco di una pluralità di competenze che sino ad ora si sta dimostrando essenziale per sopravvivere nel vasto mare magnum di critici sbucati dal nulla*, e che della ‘critica’ in quanto prassi vuole essere anche una divertita presa in giro. E fin qui tutto bene.

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Il sito nasce da un’esperienza collettiva subculturale, prima ancora che da una profonda relazione di amicizia; e non è quindi certo sua intenzione rivolgersi a un pubblico inclusivo o generalista. Tuttavia, l’impressione che ho avuto degli sviluppi, seguendoli sui social e in chat, è varia e multiforme, e contempla dei difetti. Al solito non si tratta del contenuto, ma di ‘come’ questo contenuto sia stato ‘venduto’ a chi, come me, ne ha potuto fruire. Non voglio girarci intorno: se non fossi stato in qualche modo “in contatto” con uno dei tre fondatori non ne sarei mai venuto a conoscenza. Non mi sarei mai imbattuto nel sito. Scassa e Ascani, principali addetti alla comunicazione, non mi sembra abbiano fatto altro che annunciarne l’apertura su FB, autopromuovendosi i contenuti anche più volte se necessario. Immagino facessero leva sulla ricondivisione di amici e colleghi, soprattutto fumettisti. E ci sta: ma al di là di questo non c’è mai stato alcun endorsement, né del resto alcuna dichiarazione d’intenti da parte dei tre creator. Le Fauci esiste da qualche giorno, ormai, ma è come se neanche fosse mai nato. L’ho sentito nominare a Tizzoni d’Inferno, mi pare. Poi niente più.

L’autarchia è davvero la soluzione migliore nel 2020? E come mai con tutto che sono partiti come ‘nuovi’ fautori di un ‘nuovo’ sito di critica non hanno ancora pubblicato un articolo-bomba, un editoriale, anche solo due righe introduttive per illustrare sommariamente la loro visione delle cose a chi non ha seguito la genesi del progetto, e non si è imbattuto negli aggiornamenti social?

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La più tradizionale delle analisi valuterebbe la visibilità e la rilevanza degli altri supporti. Tolti i media tradizionali, tramite quali canali ci si “promuove”, oggi? I social, certamente. E tolto Facebook, cosa rimane? Instagram, inutile dirlo. E in effetti il popolarissimo social delle immagini contempla già la presenza della gang de “Le Fauci”, e con un profilo molto particolare. È online da pochi giorni proprio come il sito, e ospita contenuti totalmente differenti che non stonano con quanto già pubblicato online, ma anzi lo implementano, lo completano, lo trattano come del materiale extra. La ‘nicchia’ del sito di ‘nicchia’ che tratta un argomento di “nicchia”, per così dire. E che, paradossalmente, rischia di avere molto più seguito del sito in sé. Contenuti curati, intenti ben manifesti, rubrica d’avvio intelligente.. Se davvero al mondo del fumetto mancava un sito di tale forma, scopo e portata mediatica, questo piccolo ma efficace profilo potrebbe fugare i dubbi a qualsiasi internauta scettico o semplicemente dubbioso come il sottoscritto. Per il resto non c’è molto da dire, almeno per ora. Il database di Le Fauci è ancora sostanzialmente vuoto, eccetto una serie di vecchi focus dal blog di BeComix (compreso l’articolo di lancio spacciato per originale). Come ho già detto, tutti gli articoli hanno chiaramente un taglio elitario, per fumetti trattati -da Cerebus a Epoxy- e per tipologia di articoli. Da qui a dire che il sito si trasformerà in un salottino di amici intimi mi sembra davvero prematuro. Ci terrei a far notare, invece, che Le Fauci non nasce “dal nulla” come l’ennesimo sito di critica/approfondimento sul fumetto, ma come fusione di quattro realtà preesistenti, un tempo -queste sì- piccole ed elitarie, che si contendevano una audience molto simile, e che adesso possono contare su un discreto bacino di utenza comune, dato che il loro ex-pubblico vi si accosterà in massa. Resta solo da capire come verranno trattati i neofiti. Se riusciranno a intercettare questa realtà di nicchia, e soprattutto se i piani dei tre creator li contemplano almeno un po’. Per il momento hanno sicuramente il mio interesse.

[*] In realtà io dovrei solo stare zitto, ma vabbè.

Il fumetto come Arte e altri saggi

Massimo Bonura è uno storico e critico di fumetto, autore insieme a Federico Provenzano di Teorie e storia dei fumetti. Il fumetto e le sue teorie comunicative pubblicato da Zap Edizioni. Laureato in studi filosofici e storici all’università di Palermo, Bonura è uno dei volti più noti e interessanti della new wave di critici fumettistici in Italia, con un curriculum già molto ricco alle spalle. Circa cinque mesi fa è uscito il suo primo saggio da autore completo, Il fumetto come Arte e altri saggi, in cui esplora, con il rigore tipico degli esordienti, i motivi per cui il fumetto ha saputo ritagliarsi «un ruolo centrale nella comunicazione e nella nuova concezione dell’arte». Un tema arduo e interessante, non certo inedito, che grazie a Bonura assume nuova linfa critica e argomentativa, dal paragone delle varie teorie estetiche e sociologiche sul ‘fumetto-in-quanto-medium’ del secolo scorso (Eisner e McCloud, ad esempio, ma anche Dickie e Canudo). Un metodo -questo sì- davvero inedito, che tiene conto di frasi, nozioni e concetti mai accostati al fumetto: uno splendido approccio interdisciplinare. Edito da Ex Libris, neonata “etichetta” di saggistica impiantata a Palermo, il libro segna un altro importante primato: è la prima pubblicazione accademica in materia, germinata altrove rispetto al polo centro-settentrionale Roma-Bologna-Lucca Milano. Anche per questo motivo, insieme alla stima che nutro nei confronti di Massimo, ho deciso di chiacchierare brevemente con lui, presentandovi un po’ in anticipo -per modo di dire- alcune novità e aspetti di questo volume.

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Massimo, partiamo dalle definizioni. La tua analisi tiene conto di svariate teorie, fumettistiche e non. Da che idea sei partito? Quali sono secondo te le principali analogie fra queste scuole di pensiero?

L’idea è che il fumetto sia arte e si debba rapportare con le altre arti da pari. Io credo sia possibile dare dignità artistica al fumetto inserendolo in contesti già sviluppati in altre correnti -pop art, futurismo, etc-, ma è altrettanto possibile che il fumetto oggi sia in grado di conquistarsi in buona autonomia altrettanta dignità. Per fare sì che ciò accada però, credo che i fumettisti stessi abbiano la necessità di accedere a nozioni teoriche, non solo pratiche. L’arte sequenziale insomma va riconosciuta tout court. Solo così può essere ‘confezionata’ come prodotto d’arte. In sé il trait d’union tra le varie scuole di pensiero è duplice: da un lato la sequenzialità, dall’altro il valore estetologico-artistico. Prestare una definizione universale è difficile: sicuramente il fumetto è la rappresentazione sequenziale di una situazione, ma lo è già solo una vignetta singola, se dotata di riferimenti testuali. Concordo a tal proposito con questa nuova definizione proposta da Giuseppe Pollicelli per lo Spazio Bianco.

Come hai individuato l’arte del fumetto? E qual è il “limite” del fumetto?

Ho accostato diverse teorie sociologiche ed estetiche al fumetto: innanzitutto, l’impossibilità di non comunicare della Scuola di Paolo Alto, i riscontri estetici dati da Shusterman, e soprattutto dalla teoria istituzionale dell’arte di Dickie, e inoltre vari altri studi extra-fumettistici come quelli di Canudo e Beyle. Molti degli strumenti necessari, sono sicuramente teorici e pratici: studiare la storia del fumetto con i valori semiotico-sociologici è importante tanto quanto il lato tecnico. Uno sceneggiatore in gamba deve avere punti di riferimento concreti e importanti, così come un bravo disegnatore. Il fumetto poi è arte mediatica, in quanto mass media. L’uso del fumetto dunque è di tipo comunicativo prima che artistico, sempre e comunque; a volte anche per mera propaganda. Ovvio che la fantasia è il motore dello storytelling. Raccontare storie nasce sempre o quasi dall’immaginario, sia che si tratti di una storia vera sia che sia una storia inedita. Il punto è che non esiste mai un patto esplicito -presente forse in certi fumetti promozionali-propagandistici- tra lettore e autore. Quest’ultimo opera sempre in totale libertà, scegliendo cosa fare e a chi rivolgersi. E intendiamoci su una cosa: l’artista non è mai un anarchico, ma un comunicatore. Trasmette il proprio pensiero nel rispetto di tutti, ecco perché parlo di patto implicito.

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Il fumetto influenza, oltre ad essere influenzato?

Argomento complesso. Per alcuni il fumetto nasce da sempre, alla stregua del dipingere e del guardare; nasce insomma col disegno stesso. Il fumetto di oggi per come noi lo intendiamo ha origine convenzionalmente con Töpffer, o con Yellow Kid di Outcault, che sono influenzati dalla pittura. Di contro oggigiorno il fumetto influenza tanto il cinema. Credo che il fumetto debba avere un certo suo sguardo autonomo creativo e a tempo stesso popolare. Per continuare ad affermarsi, sono dell’idea che sia più utile sviluppare storie a sfondo didattico o sociale. Ma in generale il fumetto può continuare la missione istituzionale di cui si fa carico con il cinema, e anche col rapporto con la pittura-illustrazione. Vedo degli ottimi parallelismi anche nel teatro. Tutte le arti però devono poter godere di una certa autonomia di sguardo. L’articolo sulle Silly Symphonies, a tal proposito, cerca di evidenziare i motivi per cui queste sinfonie hanno avuto più successo come cartoni che nelle loro trasposizioni a fumetti.

Che cos’è oggi l’entertainment? Per quali motivi oggettivi McCay è arte?

Credo che sia un grosso vantaggio, dal punto di vista economico. Dal punto di vista qualitativo, invece, non saprei dire. Dipende forse da due fattori: le scelte editoriali e la sensibilità dell’autore. Ancor oggi, il fumetto non lo fa il pubblico bensì uno o più autori. Il pubblico si limita a interpretare. McCay sicuramente, non aveva come obiettivo unico il semplice entertainment. McCay è arte per la bellezza delle sue tavole e perché fa parte in maniera indissolubile del system of comics istituzionalizzato da Dickie. Inoltre ha diretto film d’animazione, la settima arte, spesso basate sui fumetti. Faccio un altro esempio: Lichtenstein. Roy Lichtenstein si riferisce -quasi- sempre a vignette di fumetti già pubblicati e assieme a Warhol sdogana il fumetto in forma pittorica. Ma non si potrebbe certo identificare come figura d’influenza vera e propria per il fumetto.

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Parlami del fumetto “futurista” e delle tue abitudini fumettistiche online.

Il manifesto nasce come esercizio di stile ma poi si è pensato di proporlo come nuovo metodo fumettistico: dinamico, di rottura, in cui balza subito all’occhio il colore. Doveva essere un modo originale per istituzionalizzare il fumetto. La struttura del libro lo colloca subito dopo la tesi, insieme ad una prefazione del docente di ‘Teorie e tecniche dei nuovi media’, la professoressa Anna Fici; una collaborazione a quattro mani con Filippo Montalbano; un mio articolo lungo; una postfazione di Alessio Arena. I disegni sono di Claudio Gnoffo. Inizialmente volevo pubblicare solo la tesi, ma essendo troppo corta ho pensato ad articoli interessanti sul mondo fumettistico. Tutto si è costruito dopo. Di solito non mi espongo sull’ambiente critico che mi circonda -soprattutto online- anche se il numero di siti dedicati al fumetto è notevole e molti sono proprio curati e ben strutturati. Oggi internet è un mass media importante che ingloba altri media. Io ne faccio un uso propriamente di entertainment, leggendo tanti webcomic. Per il cartaceo consiglierei I linguaggi del fumetto di Daniele Barbieri.

Di recente hai scritto al ministro Bussetti a proposito del fumetto.
Cosa hai cercato di comunicare e quale risposta ti aspetti di ricevere?

Ho inviato una e-mail indirizzata al ministro, alla segreteria. Gli ho chiesto una maggiore attenzione accademica nei riguardi del fumetto e, nello specifico, di inserire la teoria sul fumetto negli elenchi delle materie universitarie, o anche all’accademia di belle arti. Non sono se riceverò una risposta. È fondamentale far entrare il fumetto nelle accademie per avere una presa di coscienza di arte e talento espressivo ancora più seria e per formare giovani sempre più capaci.

Sono dieci cartelle: che faccio, lascio?

Un recente fatto editoriale, avvenuto sulle pagine di Fumettologica e passato per la verità piuttosto in sordina mi fornisce lo spunto per parlare nel dettaglio di un tema controverso. Spesso non ci badiamo, ma quanto dovrebbe “essere lungo” un articolo divulgativo? È bene includere i dettagli? O è meglio dare un senso generale fin da subito? Il fatto in questione, che ha suscitato in me tutte queste domande, è per la verità un po’ datato: è un’analisi critica di Francesco Boille, esperto di cinema e fumetti per Internazionale, new entry del network di Matteo Stefanelli, curatore di una rubrica molto retrò. Una piccola column.

Con quell’ultimo pezzo, Boille battezzava una sezione del sito inedita; un’area di critica estremamente specifica ai modi di “fare fumetto”, focalizzandosi sul disegno. Un metodo analitico curioso e all’avanguardia, capace di scomodare oltre ai temi canonici, tutta una serie di nozioni, aspetti storici, parallelismi, e raffronti artistici che arricchiscono la visione d’insieme e stimolano del nuovo pensiero critico anche nella mente degli avventizi. (E pur con grande presa di coscienza politica.) Al netto di simili premesse, tuttavia, Boille non centra del tutto l’obiettivo. La mole e la pesantezza del testo infatti si rendono complici di una scarsa comunicabilità di fondo, ostacolando la lettura anche a chi già ne sa e vorrebbe solo confrontarsi con un punto di vista del web. Abbondano le note, i dettagli non si contano e sono pure maniacali. Quello che sembra in apertura un bello spunto critico di divulgazione, saturo com’è di glosse, cela in realtà una scarsa capacità di fruizione. Perde molta della sua lucentezza. E finisce col rendersi buio, inutilmente contorto, proprio per la scarsa fluidità.

Intendiamoci. Dal punto di vista critico l’articolo rappresenta una vera rarità per il fumetto-mondo su internet. Una simile costanza analitica la si ritrova, al massimo, in una qualche realtà periferica, nettamente ombelicale rispetto a un colosso “mainstream” come Fumettologica. Che quindi pubblicandolo si è preso carico di numerosi rischi, a cominciare da quello percettivo: cosa avrà pensato il lettore medio della testata? C’è una rivoluzione editoriale in vista? O si tratta del solito scritto divulgativo inutilmente prolisso?

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Nel dubbio mi sono informato e ho scoperto, dialogando con un articolista di Fumettologica, che in origine la prova di Boille era destinata a un progetto di natura cartacea non telematica e che per essere pubblicata sul sito ha dovuto affrontare un arduo processo di ‘editing’ in un tempo tutt’altro che ristretto. Il problema andava quindi chiarendosi, ma rimanevano alcuni interrogativi: ad esempio, perché reclamizzare un articolo senza averne specificato l’utilizzo? I lettori non resterebbero confusi? E perché etichettarla come nuova rubrica se si trattava soltanto di una riflessione peregrina? Forse per rimediare all’errore, o magari, mi suggerisce l’articolista, il pezzo non era pronto per il cartaceo e il suo autore voleva che uscisse a breve. Ma sono solo supposizioni.

La vicenda mi ha fatto ripensare a un vecchio post di Harry ‘Naybors’, sul blog apocrifo harrydice.blogspot in cui, non senza una malcelata ironia, Guglielmo Nigro si chiedeva se in Italia mancasse un nuovo sito di critica sul fumetto. A chi potesse servire: se agli editori, ai fumettisti, ai lettori… o magari proprio ai critici, forti dell’idea che la “critica” sia anche -e soprattutto, scrive Nigro- una prassi, il cui scopo fondamentale è ritornare alle persone, favorire un contatto umano ancorché commerciale, assistere-consigliare, magari incentivare. Ed è strano pensare che giusto da questi stimoli 2 anni dopo sia nata Fumettologica. Il primo network che a differenza dei precedenti, quali LoSB e Badtaste, pone al centro il “fumetto-mondo” di autori, critici e industria ma in modo del tutto verticale, ospitando scritti di fumettologi autorevoli e semplici stagisti, dando voce agli autori come anche a certe pagine FB, diramando notizie in anticipo e aggiornandosi di continuo. Ma sempre nel vincolo di una narrazione unica. Un’idea pure politica se si vuole che non vietava di schierarsi editorialmente, ma al contrario stimolava un certo dibattito interno al sistema. Parlava male di ciò che lo meritava senza mai strizzare l’occhio a nessuno, pur mettendosi nei panni e dell’autore e del lettore, provando a giungere a un compromesso.

È forse cambiato qualcosa in questi ultimi cinque anni? No, non direi. Il livello di approfondimento critico è ancora elevato e le notizie vengono diramate col giusto anticipo sulla concorrenza persino meglio di un tempo. Se il contenuto resta critico, che dire del contenitore? Potrebbe aver intrapreso una strada a sé oppure essersi mosso in parallelo. Come lo definiremmo noi oggi un template dall’offerta così vasta e stuzzicante? Riflettiamoci un istante: Fumettologica è certo un sito di critica, ma non fa della critica il suo punto di forza. Mantiene il presupposto di Nigro, quello per cui la critica sia una prassi, ma lo declina in moltissime nuove forme: focus crossmediali, domande agli interessati, gran parte degli addetti stampa retribuiti. Ciò che ora esercita Fumettologica non è più un atteggiamento critico verso il fumetto, ma una visione giornalistica del suo ambiente. Una narrazione politica e per la prima volta multi-fruibile, nel mezzo della quale a maggior ragione articoli come quello di Boille “stridono” per principio. Sono troppo ingannevoli, nella loro scarsa fruibilità. Rischiano di svalorizzare il lettore, espellendolo dal target di un sito che non ne ha mai avuto uno, ricco com’è di contenuti, punti di vista ed espressioni.

Nel (provare a) leggere questo articolo incriminato mi è tornato alla mente un altro post, questa volta più recente in cui Simone Rastelli si riferiva alla critica come a una duplice occasione: far conoscere in breve tempo e gettare le basi, simultaneamente, per uno studio approfondito, mediante il dialogo online. Il centro del dibattito non è più “per chi” ma “che cosa” e “come lo scrivo”. Opto per un taglio ricercato e autoreferenziale o mi concentro di più sul lettore? I miei articoli devono poter essere dibattuti o devono essere definitivi? LoSB a differenza di Fumettologica è fisicamente aperto al dialogo: può contare su un efficacissimo pulsante “commenta” in fondo alle pagine -molto poco cliccato peraltro- e ogni giorno molti elaborati rimbalzano nelle bacheche più attive e trafficate della rete. Fumettologica non nasce con lo stesso obiettivo ma con il tempo ha saputo reinventarsi: ha riorganizzato la sostanza, e ha guardato ad altri territori, sia nostrani che stranieri.

Questo le consente di mantenere un approccio ibrido, a metà tra l’idea critica di una prassi -tipicamente commerciale- e la volontà di generare dibattito. Il pensiero di Nigro e quello di Rastelli sono chiamati a convivere, ma nessuno stabilisce un limite alla lunghezza degli articoli. In questo Fumettologica si è sempre dimostrata molto flessibile, pubblicando articoli sia lunghi che brevi, ma in generale nel solco di una certa coerenza. Gli scritti più corposi, infatti, erano molto spesso di infotainment, non di critica vera e propria, e perciò si prestavano più facilmente ad essere letti ovunque e da chiunque.