Perché il 2019 è stato l’anno di Sio

Nell’ultimo anno sui social è cambiato ben poco dal punto di vista del fumetto: su Instagram il ventinovenne Giulio Mosca, che ha recentemente firmato una pubblicazione cartacea, è ancora l’autore di strisce più seguito; Fumettibrutti ha ottenuto il verificato -con tutti i vantaggi del caso- e Labadessa si è chiuso in una sorta di silenzio stampa di sei mesi, in cui non ha postato alcun inedito. Soltanto Sio -che pure ha dovuto ridimensionare le proprie attività, complice la nascita del primogenito a gennaio- ha saputo mantenere costante un ritmo di pubblicazione già ampiamente consolidato: più di una striscia al giorno per un piccolo totale di 438 immagini e circa dieci milioni e mezzo di like.

Notevole, vero? È un fenomeno che meriterebbe di essere studiato prima o poi. Per il momento focalizziamoci sul periodo che ci siamo prefissati: gli ultimi 12 mesi. Se volessimo fare un’analisi ‘psicografica’ del rendimento del fumettista sul social, non sarebbe sufficiente soffermarsi sui numeri dell’account (quanti commenti riceve, quanto è potente l’engagement, etc). Avremmo bisogno di fatti concreti, episodi di divulgazione, frangenti in cui la fama del personaggio travalica i confini del fumetto-mondo e arriva, sottoforma di “invito a saperne di più”, anche a chi in effetti ne sa poco o nulla. Applicato al nostro caso questo discorso assume una portata decisamente ampia, che ci porta a riconsiderare l’ecletticismo di Sio. Da un lato il fumettista; dall’altro lo youtuber. In entrambi i campi Sio lascia un’impronta indelebile capace di creare nuove mode e nuovi miti nel sottobosco della rete: la matrice da cui proviene, però, non accomuna video e fumetti. Nei primi, Sio ha il pregio di sparare battute in continuazione: non sembri accorgerti del tempo che passa, quando li guardi. E riguardandoli diresti quasi che il loro artefice ami fuggire dall’immobilità, prediligendo una ricerca del vacuo, dell’effimero, del ‘tutto-e-subito’. Molte battute ovviamente rischiano di andare perdute, ma è un rischio calcolato se consideriamo il grado di attenzione maniacale di certi spettatori.

Nei fumetti il meccanismo cambia. Non tanto da un punto di vista ricercativo: come nelle animazioni i personaggi sono anonimi, agiscono in situazioni note al pubblico e consolidate, e i temi trattati rispecchiano la ‘poetica’ dell’autore. La vera novità sta nel rendere questi temi meno effimeri, più fissi, se vogliamo dirlo diciamolo pure: pedagogizzanti. Ma di una pedagogia esemplare poiché essenziale, breve e lapidaria. Una pedagogia che Sio ha compreso di veicolare in maniera adeguata soltanto ricercando la sintesi, e dilatando il più possibile contenuti di natura istantanea. Ancor prima che di politica, società o migranti le strisce di Sio parlano di ragazzini smarriti, di boomer destinati all’estinzione e di relazioni viziate dall’incapacità di comunicare. L’uomo contemporaneo di Sio non ha però una costituzione genetica. Non ci sono legami parentali che lo legittimano, lo legano, lo fondano. Lo si può comprendere soltanto se si tiene conto del principale scopo per cui è nato: assumere di giorno in giorno, striscia dopo striscia, sembianze diverse. Fatti i dovuti distinguo, cerchiamo di capire perché il 2019 sia stato a mio avviso l’anno di Sio. In quali circostanze si è fatto conoscere “al di fuori” e quanto potrebbero incidere sul suo futuro.

11 giugno. Su Scottecs viene pubblicato un video sulla ricerca di un antonimo per l’aggettivo “preferito”. Già allora mi aveva fatto sorridere la leggerezza con cui erano sintetizzati aspetti rilevanti nella formazione delle parole e nella loro eventuale affermazione; a giudicare dai commenti e dalle views ottenute, non credo di essere stato l’unico. La neoformazione schiferito -l’antonimo coniato dallo youtuber dopo alcune dissacranti peripezie- appartiene alle cosiddette parole ‘macedonia’ (schifo+preferito) e lo fa in maniera piuttosto anomala. La lingua italiana tende a privilegiare l’unione della parte iniziale di un vocabolo con un secondo, che rimane intatto – cantante più autore uguale cantautore – ma c’è dell’altro. Le caratteristiche che rendono schiferito una parola ben fatta e distintiva sono essenzialmente cinque: è conforme alle regole morfologiche della lingua; ha lo stesso numero di sillabe di ‘preferito’; se ne comprende con facilità il significato e come è stata formata; e non si confonde con altre parole già esistenti. E soprattutto è facile da ricordare e da pronunciare.

Per potersi affermare nell’uso quotidiano “schiferito” doveva essere utilizzato da un numero sufficiente di parlanti, come giustamente ricordava il video, ma non solo. Doveva essere usato spesso, ovunque, e in diversi registri linguistici, dimostrando di saper colmare il vuoto lessicale, generando a sua volta parole nuove -nei commenti era stato proposto “schiferire”, contrario di “preferire”. A distanza di sette-otto mesi, il fenomeno non si è dimostrato sufficientemente virale ma la parola è stata oggetto di numerosi dibattiti, e persino l’Accademia della Crusca ha manifestato interesse. Sfruttando la concisione del format, gli standard della prorompente comicità tipica del suo stile e un linguaggio facile ed essenziale, Sio aveva trasformato un semplice video di entertainment in un prodotto di servizio pubblico con protagonista se stesso in una versione buffa e surreale tanto quanto lo sono i personaggi dei suoi fumetti. Con la differenza che Sio esiste veramente mentre gli eroi nonsense del mondo di Scottecs -per fortuna o purtroppo- no. E qui si apre una riflessione. Sio, in genere, non ama ritrarsi nei suoi prodotti, video-fumetti che siano. Quando lo fa è per assicurarsi che il pubblico non si stia facendo di lui l’immagine sbagliata, o che non se la stia facendo affatto -molti lo conoscono per la sua voce, senza neanche averlo mai visto in faccia. È sempre rischioso filtrare se stessi nello stile per il quale si è noti, specie quando non si è noti alla totalità del proprio pubblico. Eppure le circostanze in cui Sio lo fa sono molto fortunate. Sotto due aspetti: ‘numerico’ -montagne di like- e mediatico –‘ah, ma quindi questo tizio ha anche un volto!’. Se il suo autore non ci avesse messo la faccia, le visualizzazioni di questo video non sarebbero granché cambiate, ma l’impatto che ha avuto sul pubblico sì.

10 luglio. Per chi, come me, segue Sio su Instagram -parliamo naturalmente di centinaia di migliaia di persone- nelle storie appare un sondaggio curioso. Agli utenti viene mostrato un post -uno dei tanti pubblicati da Sio- e viene chiesto loro di specificare se si tratti di una vignetta o di una striscia a fumetti. Tempo qualche minuto e il fumettista, visibilmente sconcertato, pubblica gli esiti del sondaggio: per il 54% dei votanti l’immagine di cui sopra -una classica striscia rimontata secondo il design di Instagram- è una vignetta. Risultato: una buona parte dei seguaci di Sio non ha idea – non se ne cura? è disinformata? crede di aver ragione?- di che cosa effettivamente Sio pubblichi. Ed è un aspetto che ci coinvolge tutti; forse quello di maggior rilievo quando si parla di social media. I contenuti che recepiamo non sono destinati, per nascita, ad essere classificati. Nessuno mai si porrebbe troppe domande sulla bontà del post di una fashion blogger o sull’effettiva carica umorale di una striscia di Sio, tanto è immediata la fruizione. I post devono attirare l’attenzione, dare la possibilità di “evadere” dal quotidiano. Classificarli, insomma, è costitutivamente innecessario; tanto che Instagram stesso, improntato al culto delle immagini, ci lascia imprimere segni fugaci, destinati a perdersi nel flusso ininterrotto di post. Attenzione: non sto dicendo che in virtù della loro caducità, le aziende dovrebbero smettere di farci affidamento; tutt’altro. Effimero non significa leggero, solo presume una dialettica praticamente opposta rispetto a quella a cui siamo stati abituati per tutto il secolo scorso, dall’informazione stampata, dal digitale e dal web. Sulle cosiddette social platforms a venir meno non è la profondità, ma la pesantezza del contenuto. Motivo per cui di una striscia di Sio possono essere chiari fin da subito gli intenti umoristici o “pedagogici”, la morale -ammesso che ci sia-, un messaggio qualsiasi. Ma non il fatto che essa sia una striscia, perché in genere chi la riceve non lo considera, o non ha sufficiente dimestichezza col fumetto.

Sio è un instagrammer d’antan e, come dicevo, un creator piuttosto eclettico. Motivo per cui una volta ricevuto l’appunto di un utente un po’ perplesso -che si chiedeva se una striscia non differisse da una pagina vera e propria in base a com’erano disposte le vignette- Sio decide di rispondergli pubblicamente. Se ricordo bene nessun fumettista prima di lui aveva condotto una tale relazione di critica del fumetto a distanza con i propri seguaci di Instagram. E con simile dovizia di tecnicismi, poi. Mi direte: ok ma ha soltanto fugato i dubbi di un tizio confuso, che avrà fatto di straordinario? Date un’occhiata a quest’altra storia. Siamo sempre al 10 luglio, Sio ormai deve averci preso gusto. Cita McCloud e si spende apertamente su un tema, anzi no sul tema: una definizione completa e corretta di “fumetto”. In un’epoca, peraltro, in cui stavano tornando di moda echi novecenteschi: gente che esulava dal principio di sequenzialità; che non ammetteva un’omogeneità linguistica alla base di comics e graphic novel, etc. È vero anche che nell’ultima storia che ho linkato Sio si contraddice da solo, e anche abbastanza ingenuamente, ma per questa volta lo perdono. Ciò che mi interessa davvero è l”eccezionalità’ del fenomeno. Il fatto che un fumettista si svegli, prenda in mano i propri follower e invece di chieder loro come abbiano trascorso la serata li sottoponga a un test fumettistico attendibile ed efficace -con annesso dibattito- mi sembra una ‘prima volta’ degna di essere ricordata.

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1 ottobre. Si intitola Storiemigranti ed è il primo libro a fumetti di Sio a essere premiato con il GranGuinigi a Lucca nella categoria miglior fumetto per giovani lettori. La giuria, composta, tra gli altri, da Alessandro Bilotta e Sarah Mazzetti, ne elogia soprattutto l’intento giornalistico: il volume infatti prende spunto da eventi realmente accaduti, narrando attraverso la viva voce dei protagonisti le vicissitudini di trentadue giovani migranti che hanno trovato rifugio nei centri di accoglienza straordinaria della provincia di Imperia. Un progetto coraggioso promosso da Feltrinelli Comics e realizzato a quattro mani col fotografo Nicola Bernardi, amico di Sio fin dai tempi dell’università. Perché cito Storiemigranti, vi chiederete. Beh, qualora la vittoria del GranGuinigi non bastasse -e avreste tutte le ragioni di crederlo- c’è un aspetto particolare che di questo libretto mi colpisce, e prescinde per una volta da qualsiasi sottotesto ‘socio-pedagogico’: rapporto con i lettori, perlopiù giovanissimi; peso specifico di una ‘cronaca’ di stampo serioso, antitetica rispetto al linguaggio, ‘poetico’, e via dicendo. Tutti aspetti che ritrovate in quest’ottima disamina che vi consiglio di leggere.

Il punto di Storiemigranti -dicevo- mi è sembrato in realtà un altro, ed è di tipo stilistico. Ogni racconto è preceduto da un fotoritratto del suo protagonista che Bernardi immortala sempre in posizione a mezzo busto, con uno sfondo ‘tinta unita’ dietro le spalle. Precedendo la storia vera e propria, i fotoritratti paiono non soltanto contestualizzarne l’umorismo: sembra quasi che ne legittimino il realismo, se non addirittura la veridicità dei fatti narrati. Subito, il deflagrante contrasto col fumetto vuole suggerire una rilettura ulteriore: non solo “è tutto vero”; è la rappresentazione grafica dei fatti che attesta loro una dimensione di emblematica veridicità. Telegiornali e siti web in genere non trattano migranti e profughi come esseri umani -sembrano dirci gli autori-; restituire l'”umanità perduta” si può, ma solo ricostruendo il singolo trascorso di ognuno. Efficace, in questo senso, la ripetitività dello stile minimalistico del fumetto, in antitesi all’espressività multiforme e ‘multicolore’ dei ritratti: persone sempre diverse, accomunate dal destino e dal setting, sia in foto sia su carta.

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Mi fermo. Per il momento credo di avere detto abbastanza. Avrei potuto citare molti altri avvenimenti significativi -dal podcast alle illustrazioni per il centro di accoglienza Lucha y Siesta- ma va bene così. Mi bastava esplorare questi tre “gesti” della comunicazione di Sio. Così importanti da averne accresciuto – se non la fama – perlomeno il potere mediatico.

Perché un giorno, forse, lo ricorderemo anche per questo.

Le fiere (della critica) del fumetto

La notizia: nasce un nuovo sito di critica del fumetto, dall’unione di tre storiche realtà della blogosfera –Vignettae, BeComixDuluth– e delle rispettive menti creative: Angelo Ascani, Juan Scassa e Matteo Contin. Si chiama “Le Fauci”. La formula ‘editoriale’ è quasi inedita: articolisti e collaboratori si propongono di realizzare pezzi critici d’approfondimento slegati dalle narrazioni promozionali, come scrive lo stesso Scassa su FB. In questi giorni ho dato un’occhiata al sito non senza una buona dose di ottimismo, ed ecco alcune riflessioni. I contenuti sono pieni di energia, una vitalità “pop” quasi inattesa nella “bidimensionale” Italia -fumettistica?- degli ultimi tempi. Il taglio degli articoli è estremamente specifico, foriero di insights, link e nozioni suppletive degne di un nerd duro e puro (non li consiglierei a uno che non ha mai letto un fumetto, per intenderci) e lo storytelling si adatta perfettamente allo scopo: instaurare una narrazione mobile -e anche un po’ intellettuale- su un tema tutto sommato “di nicchia”. Il lavoro che questi tre appassionati hanno condotto online negli ultimi 4-5 anni li aveva fatti notare come “dinamici”, poco convenzionali, e talvolta eccellenti. Hanno realizzato interviste, ritradotto manga, firmato importanti articoli per Fumettologica e addirittura curato rubriche su Linus. Il bello del loro percorso è che il risultato del lavoro di gruppo avrebbe sempre potuto produrre il meglio rispetto alla somma dei singoli, e un’occasione come questa ne è la conferma. La diversità -contenutistica, critica, culturale- si sta rivelando una risorsa utile per definire una cifra editoriale caratteristica e vitale. Un’idea di “critica come approfondimento”, inteso e praticato nel solco di una pluralità di competenze che sino ad ora si sta dimostrando essenziale per sopravvivere nel vasto mare magnum di critici sbucati dal nulla*, e che della ‘critica’ in quanto prassi vuole essere anche una divertita presa in giro. E fin qui tutto bene.

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Il sito nasce da un’esperienza collettiva subculturale, prima ancora che da una profonda relazione di amicizia; e non è quindi certo sua intenzione rivolgersi a un pubblico inclusivo o generalista. Tuttavia, l’impressione che ho avuto degli sviluppi, seguendoli sui social e in chat, è varia e multiforme, e contempla dei difetti. Al solito non si tratta del contenuto, ma di ‘come’ questo contenuto sia stato ‘venduto’ a chi, come me, ne ha potuto fruire. Non voglio girarci intorno: se non fossi stato in qualche modo “in contatto” con uno dei tre fondatori non ne sarei mai venuto a conoscenza. Non mi sarei mai imbattuto nel sito. Scassa e Ascani, principali addetti alla comunicazione, non mi sembra abbiano fatto altro che annunciarne l’apertura su FB, autopromuovendosi i contenuti anche più volte se necessario. Immagino facessero leva sulla ricondivisione di amici e colleghi, soprattutto fumettisti. E ci sta: ma al di là di questo non c’è mai stato alcun endorsement, né del resto alcuna dichiarazione d’intenti da parte dei tre creator. Le Fauci esiste da qualche giorno, ormai, ma è come se neanche fosse mai nato. L’ho sentito nominare a Tizzoni d’Inferno, mi pare. Poi niente più.

L’autarchia è davvero la soluzione migliore nel 2020? E come mai con tutto che sono partiti come ‘nuovi’ fautori di un ‘nuovo’ sito di critica non hanno ancora pubblicato un articolo-bomba, un editoriale, anche solo due righe introduttive per illustrare sommariamente la loro visione delle cose a chi non ha seguito la genesi del progetto, e non si è imbattuto negli aggiornamenti social?

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La più tradizionale delle analisi valuterebbe la visibilità e la rilevanza degli altri supporti. Tolti i media tradizionali, tramite quali canali ci si “promuove”, oggi? I social, certamente. E tolto Facebook, cosa rimane? Instagram, inutile dirlo. E in effetti il popolarissimo social delle immagini contempla già la presenza della gang de “Le Fauci”, e con un profilo molto particolare. È online da pochi giorni proprio come il sito, e ospita contenuti totalmente differenti che non stonano con quanto già pubblicato online, ma anzi lo implementano, lo completano, lo trattano come del materiale extra. La ‘nicchia’ del sito di ‘nicchia’ che tratta un argomento di “nicchia”, per così dire. E che, paradossalmente, rischia di avere molto più seguito del sito in sé. Contenuti curati, intenti ben manifesti, rubrica d’avvio intelligente.. Se davvero al mondo del fumetto mancava un sito di tale forma, scopo e portata mediatica, questo piccolo ma efficace profilo potrebbe fugare i dubbi a qualsiasi internauta scettico o semplicemente dubbioso come il sottoscritto. Per il resto non c’è molto da dire, almeno per ora. Il database di Le Fauci è ancora sostanzialmente vuoto, eccetto una serie di vecchi focus dal blog di BeComix (compreso l’articolo di lancio spacciato per originale). Come ho già detto, tutti gli articoli hanno chiaramente un taglio elitario, per fumetti trattati -da Cerebus a Epoxy- e per tipologia di articoli. Da qui a dire che il sito si trasformerà in un salottino di amici intimi mi sembra davvero prematuro. Ci terrei a far notare, invece, che Le Fauci non nasce “dal nulla” come l’ennesimo sito di critica/approfondimento sul fumetto, ma come fusione di quattro realtà preesistenti, un tempo -queste sì- piccole ed elitarie, che si contendevano una audience molto simile, e che adesso possono contare su un discreto bacino di utenza comune, dato che il loro ex-pubblico vi si accosterà in massa. Resta solo da capire come verranno trattati i neofiti. Se riusciranno a intercettare questa realtà di nicchia, e soprattutto se i piani dei tre creator li contemplano almeno un po’. Per il momento hanno sicuramente il mio interesse.

[*] In realtà io dovrei solo stare zitto, ma vabbè.

Radice e Turconi sulla rotta di un Topolino moderno

digressioni

Ho pensato di ripubblicare qui, parallelamente alla loro uscita, un estratto dei contributi a tema fumetti apparsi sulla rivista Digressioni. Quello che state per leggere, «Ci separa un grande mare», risale al 20-12 ed è reperibile qua.

Per alcuni racconti, essere inattuali è un gran dono. Non solo perché resistono alla rapidità del consumo editoriale, ma perché rilasciano il loro sapore molto lentamente e sono immuni da ogni riferimento temporale al trascorso dei loro autori. In breve tempo, e con un po’ di fortuna, possono diventare dei classici. L’inattualità di ‘Topolino e il grande mare di sabbia’ di Teresa Radice e Stefano Turconi è infatti triplice: è una storia autoconclusiva del 2011; si svolge all’alba del Novecento e ruota intorno a due temi molto poco frequentati, in Italia, dal fumetto disneyano: il viaggio e l’attesa. Pubblicata originariamente su T#2907 in un periodo di grande varietà stilistica della testata, racconta la fiaba di Miss Manymoney, giovane facoltosa del tutto simile a Minni nel cui petto arde forte il desiderio di conoscere lo scrittore di cui si è perdutamente innamorata, solo leggendone i pluripremiati romanzi: Trevor Traveller. Lak Salaat, paesello del deserto subsahariano dove Trevor vive e lavora, al riparo dalle mire indiscrete dei fan, è una meta difficile da raggiungere senza una preparazione adeguata. Minni si avvale così della collaborazione di una guida enigmatica e riflessiva -un certo Topolino- che però fatica a comprenderne gli intenti. Il protagonista dei lavori di Trevor, ricorrente nella ‘serialità’ della sua produzione, non è che un personaggio di fantasia, «uno che non esiste». Perché buttare via tempo a imitarne le gesta, si chiede, mettendosi sulle tracce di un tipo eccentrico di cui nemmeno si hanno notizie, uno spirito lontano?

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Radice e Turconi… visti da Turconi!

«Il tema del viaggio serviva per sottolineare l’incontro con l’altro, perché puoi incontrare l’altro anche nel tuo “piccolo” mondo però è chiaro che se ti muovi incontri altri più “altri” di te». Teresa Radice, da sempre, lavora sulla dialettica tra opposizioni formali dandogli una forte dimensione simbolica: termini come “attendere” o “itinere” non si limitano a ricoprire l’algida veste d’ufficio che ci potremmo aspettare; sono parte costituente dell’intreccio. Un personaggio in attesa nelle storie di Radice si ritrova quasi sempre alle prese con un dilemma amoroso, un mal d’amore romantico in senso ottocentesco, in contrasto con il dèmone tutelare proprio a ciascuno di noi, quella strana vocina che ci blocca dall’agire d’impulso quando temiamo di stare per compiere un errore.

S’impongono scelte molto dure: continuare sulla propria strada, proseguire il viaggio a costo di smarrirsi, inciampare durante il cammino, o peggio rendersi conto di quanto sia stato inutile? È meglio abbandonare tutto? Normalmente è il colore, supervisionato dall’autore dei disegni -e consorte- Stefano Turconi, che opera su questi incontri-scontri. Ma nel caso del “Grande mare di sabbia”, l’ambientazione non lascia scampo, nella sua abbacinante bicromia di rossi e arancioni. Segno che c’è qualcosa di diverso rispetto al solito canovaccio; così come il colore, anche il carattere dei protagonisti -dapprima agli antipodi, poi sempre più speculari- suggerisce un nuovo corso temporale, un’inattesa piega degli eventi, citando un libro cult di Enrico Brizzi. Per la prima volta una delle coppie di funny animals più celebri della narrativa mondiale viene minata sul piano sentimentale1: Topolino e Minni, due perfetti sconosciuti, appaiono agli occhi del lettore come nuovi. Lui, un tempo celebre per risolvere indagini con saccenteria e senza fatica, è ora un individuo dinamico privo di grandi rapporti col prossimo (gli altri) se non dietro richiesta e pagamento. Una maschera che ammalia. Lei, leziosa damigella borghese in -troppe- storie degli anni Ottanta, attinge ai toni migliori delle protagoniste di Jane Austen: tormentate e spesso disposte a tutto pur di mantenersi all’altezza dei propri desideri. Solo però più forte, perché coglie con precisione due stati del nostro presente, del presente della condizione femminile nella società, che sembrano ormai giunti al punto di non ritorno. Quello del senso di solitudine e alienazione, anche se non del tutto privo di speranza, di chi è preda d’un amore impossibile-non corrisposto e il conseguente bisogno d’amore che sfocia, in genere, nell’incomunicabilità.

Come la protagonista del film Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni -ogni somiglianza nel titolo è ovviamente casuale- Minni è vittima di un’angoscia che non riesce a percepire come tale, in attesa di un segno, una “scintilla” che ridia senso alla propria vita tormentata. E anche se non sembra che le facciano male «i capelli, gli occhi, la gola o la bocca», il suo sgomento è assolutamente lecito quando una volta raggiunta Lak Salaat di Trevor non v’è traccia. Ma la vicenda non si focalizza sulla borghesia tanto quanto la pellicola di Antonioni. Nel caso nostro la battuta di Monica Vitti assumerebbe i toni di un perentorio ritorno al punto di partenza, allo status quo e non certo quelli di una «allarmante critica storico sociale»2. Minni, ormai priva di punti di riferimento, si trova finalmente a dover scegliere per se stessa: le decisioni prese sinora -le incertezze- paiono irrisorie in confronto. Davvero il viaggio era «la migliore ricompensa»? Mettersi in cammino verso una meta può scardinare l’insieme di pregi e valori che alla meta stessa attribuiamo?

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In un’intervista del 2013, gli autori ammettevano di essere «molto affezionati a questa storia, perché racconta tanto del nostro amore per i viaggi insoliti e il dono degli incontri inaspettati». In tal senso, la conferma che non vi sia niente di manicheo nella sceneggiatura, come da troppo tempo ci hanno abituato gli autori di Topolino -o per lo meno alcuni di loro- ribadisce l’eccezionalità della situazione. Una storia in cui la trama è senza dubbio l’ultimo dei problemi, e i modi ricercati per farsi giustizia -compreso quello che porta alla conclusione- sono intrapresi dapprima con grande riluttanza, mai veramente considerati la ‘scelta giusta’. «Mi sono resa conto solo al mio ritorno quanto quell’esperienza sia stata preziosa e vi chiedo scusa se in qualche momento ve l’ho resa.. come dire: insopportabile» è costretta ad ammettere la protagonista in una sofferta missiva che non sa se affidare o meno alle poste. «Siete una guida premurosa e competente», continua «e vi auguro di avere tanti altri clienti da scortare nel prossimo futuro». Non riesce a farsene una ragione ma è già innamorata di lui e follemente. Il pensiero dello spirito di Trevor però si sente ancora e non può fare a meno di ripresentarsi nelle tavole finali, quando giunge la notizia di una sua nuova opera, profondamente diversa dalle precedenti: “Il grande mare di sabbia”. […] Minni vive dentro di sé gli scontri-sconvolgimenti, etici e filosofici di una belle époque in perentorio declino. Ne è il sismografo: la registrazione di un viaggio interiore, il coraggio di vivere in maniera “radicale” per amore di un sentimento viscerale che non dà adito a volersi fermare. L’ultimo atto di un primordiale processo di autoanalisi – “L’interpretazione dei sogni” è del 1899.

In questo denso tramonto di colori -tendenti al ciano e al verde acqua, in vista del finale ‘urbano’ ambientato a San Francisco- Teresa Radice opera un lavoro di fondamentale importanza sui testi: soliloqui profondi e metafore argute, in armonia con i ritmi visivi che suscitano situazioni cromatiche dissonanti: non esiste in alcuna vignetta della storia una sola parola soggettiva contrapposta a una soggettiva visione. Nei dialoghi come negli sguardi la soggettività dei temi -dei contenuti- è sempre posta in essere al cospetto di un ambiente desertico, apparentemente impossibile che il disegnatore -Stefano Turconi- ha deciso di rappresentare senza prospettiva. Sia nei fumetti per Topolino, sia in quelli per Bao Publishing -uno su tutti Non stancarti di andare3– Turconi ha selezionato, nel tempo alcuni leitmotiv grafici che ricoprono anche la funzione di elementi poetici di raccordo fra la parola scritta e l’azione disegnata. Fondali distanti “à la Friedrich”, molto sfumati; dettagli folli spesso anche minuscoli di volatili che reagiscono ai botta-e-risposta dei personaggi, segno che anche il “contesto” è parte integrante della vicenda. Con Turconi diventano ‘leitmotiv’ i personaggi stessi, visualizzati con uno stile anticonvenzionale, dinamici nel disegno come nell’indole e incapaci di resistere alle tentazioni del viaggio. Lo stesso viaggio difatti è un leitmotiv fondamentale. Non è un aspetto da poco, perché Turconi e Radice hanno ribadito nell’Italia del fumetto l’idea di non poter prescindere dalla propria esperienza personale. Vero fascino di questa storia – e di tutte le storie come questa – è l’incapacità di discernere “ciò che è fiction” da ciò che potrebbe davvero essere accaduto alla coppia di autori. Che giusto pochi anni prima di mettersi al lavoro su “Topolino e il grande mare di sabbia” ha vissuto una lunga esperienza in Algeria, in compagnia dei tuareg, e che fin da quando ha scritto e disegnato le prime pagine della storia stava raccontando, anche
emotivamente, una storia inattuale.

[1] Non è proprio la prima volta, ma ci siamo capiti.
[2] Presentazione di Maurizio Porro, riprese di Leonardo Festa e Ciak Video Produzioni, dai Contenuti speciali del DVD edito da Medusa Video.
[3] Il cui slogan, peraltro, fu “attendere: infinito del verbo amare”.

Di fumetto (povero), in radio

In leggero ritardo ho recuperato e ascoltato le prime due puntate di ‘Podcast Povero’, trasmissione radiofonica sul fumetto, condotta da Marco La Fratta e Vanessa Maran, ossia il Mecenate Povero, reperibile ogni due settimane sulla piattaforma Querty e scaricabile sul sito spreaker.it. Marco e Vanessa, come forse saprete, non sono due appassionati qualsiasi: sono degli ‘impallinati’ di fumetto; con alcune caratteristiche radiofonicamente utili: parlantina fluida, grande affiatamento e cultura fumettologica molto vasta riguardo al mondo dell’editoria indipendente. Il loro sito, mecenatepovero.it, contiene infatti un tale carico di contenuti, materiale biografico e novità, da far impallidire i più attempati archivisti della Biblioteca del Congresso e la trasmissione suddetta vorrebbe esserne un ideale upgrade. Il luogo perfetto per ospitare interviste, commenti, opinioni del pubblico e degli esperti, ma anche per imbastire una seria narrazione divulgativa che manca in effetti ai grandi siti mainstream di approfondimento, quando si parla di autoprodotto. [.] Sarà anche per questo che il loro impallinamento non soffoca la conversazione, e pur non facendone dei conduttori, ne fa sicuramente due efficaci affabulatori.

Un punto a sfavore del podcast sono però le interviste -specie nella scansione delle domande- che Maran e La Fratta pare conducano col pilota automatico, lasciando troppo campo aperto all’ospite, e anzi, quasi facendogli presentare l’intera puntata. Davvero una pecca evitabile, non solo perché compromette i toni dell’ascolto -intrattenimento ridotto al lumicino-, ma anche perché non fa emergere, degli invitati, i gusti e la personalità, trattandoli come semplici conferenzieri. Certo, la presenza come ospite di Francesco Ciaponi nel primo episodio dev’essere stata di aiuto. Su di lui si può contare, quando si desidera discutere di fumetto con sentimento e competenza. Ho proprio apprezzato, a onor del vero, le parole con cui Ciaponi è riuscito a descrivere l’impossibilità di costruire un nuovo fronte comune di editoria underground in Italia, causa l’influenza dei social e il sopraggiungere di quell’individualismo di massa ben argomentato da Baricco nel suo ultimo saggio, e qui in parte ripreso -credo- involontariamente. Orizzontalità di allora e verticalità attuale: il piacere tutto sessantottino di un approccio condiviso all’esperienza editoriale -addirittura portato all’estremo in certe circostanze, leggasi: redazione di Re Nudo adibita a comune– in opposizione a una logica settoriale che determina un brulichìo di narrazioni singolarmente fruibili, e a chilometri di distanza. Ciaponi citava autori come Max Capa, non Andrea Pazienza. Ma il ragionamento mi è parso ben più che azzeccato: se a parlare è l’esperto più punk dell’editoria indie del paese, beh, siamo di fronte a un buon esempio paradossale per riflettere sulla differenza tra ‘posso farlo’ del Sessantotto e ‘me lo faccio da me’ degli anni di piombo. Concetti ben diversi tra loro, malgrado le fanzine li abbiano praticati -a volte per fortuna, a volte purtroppo- entrambi.

C’è infine un altro motivo per parlare di Podcast Povero. Fino a pochi anni fa il fumetto era sostanzialmente assente dalla radiofonia italiana e in particolare dall’infotainment radiofonico. Qualche realtà importante era patrocinata dal canale Rai Radio3 -tipo Fahrenheit– ma altre prescindevano dalle frequenze nazionali. Pochi sanno che dal 2006 al ’10 anche Andrea Antonazzo ha curato un podcast di critica da autodidatta -e con un nome decisamente impegnativo sulle spalle, Il Garage Ermetico-, prima ancora che piattaforme come Spotify o Spreaker colonizzassero l’etere. Radio Kairos, l’emittente che l’ha supportato è stata fra le prime ad intuire che forse, promuovendo le puntate online una volta trasmesse, gli ascoltatori sarebbero potuti aumentare a dismisura anche malgrado il tema, allora non certo popolare come oggi, del fumetto d’autore.

Un’intuizione semplicissima. Sulla quale oggi, però, si basano le statistiche di Tizzoni d’Inferno -2012-, Buona China -2016- Duluth -2018- il recentissimo e interessante Bussola di Carta -germinato nel giugno di quest’anno- e lo stesso Podcast Povero, che dal confronto coi predecessori -alcuni dei quali parecchio influenti sull’impatto culturale del fumetto in Italia- esce forse ‘leggermente’ penalizzato sotto certi aspetti, ma visibilmente ‘rinforzato’ dal punto di vista della coerenza con gli intenti di base -dei conduttori e della piattaforma che li sta ospitando. I tempi cambiano, come al solito. Da Radio3 a Querty, i casi che vi ho esposto non sono più limitati dalla ‘frequenza’ dell’offerta, in quanto la regolarità degli appuntamenti, applicata su trasmissioni sempre diverse e in costante escalation, è tale da colmare quei vuoti che si creano tra una puntata e l’altra di ogni singolo programma radio. Non c’è settimana insomma, in cui non venga caricato su Spreaker un file audio che ha per argomento il fumetto: non necessariamente uno in particolare, anche un autore, un disegnatore, un elemento culturale peculiare e utile alla sua diffusione locale.

Proprio come la stampa periodica, anche la radio ha recuperato ingenti quote di attenzione verso il fumetto. Il confronto con gli USA o con la Francia in tal senso non ci sembra più così impari. Da sempre France Culture dedica molto spazio al fumetto, e non è certo l’unica se consideriamo l’interesse nutrito da France Inter e -soprattutto- France Info, che da circa trent’anni assegna il prix de la Bande dessinée d’actualité et reportage, sempre per merito di una giuria preparata. Ora che il Governo francese ha dato il via al progetto ‘BD2020‘ -la cui ambiziosa finalità è rendere il 2020 un anno dedicato al ‘fumetto’ in tutti i territori e per tutto il pubblico- sarà interessante capire se, oltre che per le mostre e le conferenze, verrà stanziato qualche fondo anche per la diffusione radio, che mai come in questi anni si sta assestando, oltralpe, dopo il boom di metà anni 2010. Forse qui in Italia un piccolo povero podcast come quello del Mecenate dovrebbe ricordarci un tema più importante. E cioè che la radio, da indicatore sottovalutato della visibilità sociale, è diventato un mezzo ancora più accessibile, online. Il podcasting, mezzo a noi sconosciuto già solo cinque anni fa, ha saputo impostare un chiaro linguaggio fin da subito, mettendo al centro il contenuto. La sua pervasività, gratuità e facilità di fruizione si sono dimostrate risorse strategiche cui il fumetto -anzi: i critici e gli appassionati- hanno fatto ricorso, senza bussare alle porte delle grandi emittenti; soltanto contando sulle proprie forze, nella maggiore. Sta a noi decidere cosa è meglio per il fumetto. La radio è un mezzo percorribile, ma che tipo di contenuto ci aspetteremmo di trovare? Le ardite riflessioni di un nerd alle prime armi? O i ragionamenti maturi di un critico navigato?

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Soluzioni alternative

Il talento c’è e si vede: tre domande a Nicola Gobbi

Un venerdì sera come tanti. In TV, l’appuntamento fisso con Propaganda Live, il programma condotto da Diego Bianchi. Ordinaria amministrazione. Giunti alla mezz’ora, la presenza di un certo ospite mi scuote. Nicola Gobbi, 33 anni da Ancona, autore di fumetti x Eris (Comincia adesso, Come il colore della terra &altri) saldamente trapiantato in Francia; a quanto sento è a lui che dobbiamo l’immagine più virale degli ultimi giorni, l’effige del “principale antidoto alle correnti populiste”, le Sardine. ‘A Nicola potrei girare un paio di domande’, mi sono detto. Il risultato è questa breve intervista, inaspettata e piacevole.


Se non fosse stato per la tua apparizione televisiva non mi sarei mai accorto che il logo delle Sardine fosse farina del tuo sacco. Solo più tardi ho notato la firma. È mai capitato che i giovani specificassero la paternità dell’immagine?

Bella domanda. Sinceramente non ne sono sicuro, ma credo l’abbiano fatto in qualche post sui social. Io purtroppo non sono un grande utilizzatore di social network: sebbene provi a stare al passo con i tempi, il più delle volte mi perdo nel mare di post. Comunque come spesso faccio quando devo fare un disegno in sostegno di una battaglia politica che reputo importante, sono io che scelgo di donare il mio lavoro e una volta uscito dalla mia matita il disegno comincia una nuova vita autonoma e indipendente da quella del suo creatore. E infatti all’inizio anche per motivi estetici non l’avevo neanche firmato. Ho conosciuto Mattia Santori anni fa durante il mio periodo bolognese, grazie ad un’amicizia in comune; quando hanno promosso il primo flash mob a Bologna ha pensato di contattarmi per chiedermi un disegno veloce da usare come copertina della loro pagina FB consapevole del mio lavoro e dell’impegno politico delle storie che cerco di raccontare. Mattia mi ha spiegato velocemente quel che volevano fare con questa mobilitazione, l’idea del banco di sardine opposto allo squalo leghista. Venti minuti dopo, la figura era fatta e cominciava il suo viaggio.

Non tutti i disegnatori sono altrettanto abili con loghi-grafiche o “banner”. Nel tuo lavoro però c’è sempre una forte componente grafica: penso per esempio alla cura del tuo design per l’emblema dell’iniziativa sociale Kobane Roots.

Penso che la realizzazione di un buon logo o una buona vignetta sia una cosa estremamente difficile. Raggiungere una sintesi efficace e accattivante per lo spettatore è tremendamente complesso. È un lavoro che mi mette sempre un po’ in crisi. Sono legato alla sequenza, se non metto una vignetta dietro l’altra mi sento male. Per questo motivo sono davvero felice di aver azzeccato alcuni loghi o vignette e sono particolarmente entusiasta di avere ricevuto le lodi da un maestro come Makkox, che di sintesi ed efficacia se ne intende. Il fumetto, che Eisner chiamava arte sequenziale, resta però il mio linguaggio preferito.

Hai un debole per il bianco e nero, mi pare di capire. Sei cresciuto con Alack Sinner di Muñoz e lo testimoniano i volti dei tuoi personaggi: ho riscontrato una forte somiglianza soprattutto nella tua opera prima, Ipotesi su Alexander Langer, anch’essa rigorosamente in bianco e nero. La scelta di non colorare il logo è data da questo aspetto? Anche il lettering è tuo?

Già. Amo il bianco e nero, ma paradossalmente quasi tutti i miei lavori sono a colori. Ho una grande passione per il fumetto argentino e i maestri del bianco e nero, ma negli ultimi anni mi sono quasi sempre confrontato con storie che chiedevano a gran voce il colore. Penso che nel fumetto tutto abbia una certa funzione narrativa: alcune storie hanno bisogno di colori per dire determinate cose, altre hanno bisogno del bianco e nero, ed è per questo che spesso il mio gusto personale si piega alle esigenze del racconto. Nel caso delle Sardine mi è sembrato naturale l’utilizzo del b/n. Il colore sarebbe stato superfluo, e non avrebbe raccontato nulla di più. Per quanto riguarda il “lettering”: i primi li ho realizzati io –Bologna non si lega e l’Emilia-Romagna non si lega– dietro ordini degli organizzatori naturalmente. Per quel che riguarda lo slogan alternativo, (‘Bologna si sLega’), trovo più efficaci i precedenti a essere sincero: mi paiono adatti all’idea originale della contestazione. I giochi di parole con “lega” sono numerosi: anche l’idea di slegarsi da un tipo di narrazione e racconto politico non mi sembra poi così male. Mi ricorda un vecchio pezzo rap del 1992.

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Uno degli ultimi fumetti di Nicola…

In un tuo fumetto recente ho notato, invece, una forte influenza del tratto di Cyril Pedrosa e un utilizzo del colore molto sfumato, paragonabile all’uso che ne fa Stefano Turconi nei suoi lavori. Hai già trovato la tua dimensione in tale tecnica? Oppure nella precedente avevi esaurito le cose da trovare?

Diversi anni fa, mia zia mi regalò un fumetto acquistato all’ormai scomparsa fumetteria francese di Roma. Quel fumetto era giusto Le tre ombre di Pedrosa. Da allora non comincio mai un nuovo lavoro senza avere un suo fumetto sulla scrivania. Ho cercato per anni di copiarlo, di carpirne i segreti e solamente da poco inizio un po’ a distaccarmi. È un fumetto in bianco e nero che ho amato molto ma anche nell’utilizzo del colore penso che Pedrosa sia un maestro. Da quando poi con Portugal ha iniziato ha giocare con le trasparenze, costruendo un’atmosfera a tratti spettrale, come se i suoi personaggi non si muovessero tanto nel loro presente quanto all’interno dei loro ricordi, sono rimasto assai affascinato; ho cercato più volte di fare mia questa sua intuizione. Per la storia che citi, Surgelati, quest’atmosfera era perfetta! Mi piacciono molto i colori piatti ‘pop’ ma anche le tinte pastose che ti permettono di creare effetti tanto materici quanto evanescenti. Ritengo che Stefano Turconi abbia trovato una sintesi ottima tra questi due stili di colorazione. Personalmente la mia ricerca non parte direttamente dall’osservazione del suo lavoro -che pure apprezzo-, quanto dall’amore per i colori a matita che ho cominciato a usare da ‘Come il colore della terra’ per dare la giusta consistenza a una storia ambientata in un luogo variopinto come il Messico. Negli anni credo di aver trovato anch’io una mia sintesi, ma non mi piace adagiarmi su una tecnica. Credo che ogni storia abbia bisogno del suo stile per essere raccontata al meglio.

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…a confronto con “Gli Equinozi” di Cyril Pedrosa

Da alcuni anni vivi e lavori in Francia, pubblicando regolarmente fumetti con case editrici transalpine, ma non hai mai abbandonato i contatti con l’Italia. Ti definiresti un “cervello in fuga”? E com’è invecchiato l’inossidabile mercato della bande dessinée dal tempo in cui lo hai battezzato ad oggi?

Non mi credo tanto un cervello in fuga quanto un cittadino del mondo. Seppur ami profondamente i luoghi dove sono nato e cresciuto, concetti come patria e nazionalità mi sono sempre stati stretti. Quando sono arrivato in Francia tre anni fa era il periodo natalizio e i muri della metro erano tappezzati di réclame di fumetti… non potevo credere ai miei occhi. Nonostante la crisi della carta stampata si senta anche qua, i fumetti sono presenti nella vita quotidiana dei francesi, tutti hanno degli albi a fumetti in casa; anche qui come in Italia (ma con le dovute differenze) si stampa tanto, forse anche troppo. È assai difficile far emergere il proprio lavoro. Per quel che mi riguarda, sono in libreria con il mio primo libro transalpino da poco più di un mese, e ancora non riesco a fare un’analisi puntuale sullo stato del fumetto francese, certamente in buona sofferenza, ma con un rapporto con il pubblico -e un passato- ben più solidi.

Dall’anonimato alla notorietà televisiva, com’è cambiata la tua relazione con il pubblico? Sono bastati cinque minuti di centralità in un programma social come Propaganda Live per far sì che i media si focalizzassero su di te?

Il mio rapporto con il pubblico non è cambiato in maniera particolare. Ricerco sempre un ‘confronto’ con chi legge le mie storie; è per questo che amo girare con i libri a fare presentazioni. Penso che il confronto con i lettori sia davvero importante, e ti aiuti a comprendere meglio aspetti del tuo lavoro che magari da solo non saresti riuscito a notare. Certamente la mia partecipazione in TV è stata una bella vetrina, alcune testate si sono interessate a me e ho rilasciato un po’ di interviste, ma soprattutto ho avuto modo di prendere ‘contatto’ con personalità davvero interessanti -sia umanamente sia professionalmente- che spero potranno aiutarmi a dare maggiore visibilità alle mie opere future. Per il momento, nessun editore si è fatto vivo, ma io sono appena partito con il mio nuovo libro francese, quindi per un anno buono sarò molto impegnato.

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“In questa vignetta, realizzata anni fa, ho cercato di descrivere il mio rapporto con il colore.”

Domanda un po’ sui generis. Qualche tempo fa in un’intervista affermasti che Alexander Langer – sempre lui – “faceva delle sue scelte quotidiane il suo fare politica”. Pensi che oggi le Sardine rispecchino questa visione delle cose, per merito del loro ‘fare politica senza i politici’? Langer cosa penserebbe di loro?

Domanda complessa e interessante. Langer ha scelto di togliersi la vita nel ’95 quindi la mia generazione non ha avuto modo di conoscerlo direttamente ma solo di leggere i suoi scritti e osservare il lavoro politico che ha portato avanti durante la sua vita. Io mi ritengo molto fortunato ad avere conosciuto diverse persone che a Langer erano vicine o che con lui hanno collaborato. La luce che ho visto nei loro occhi quando parlavano del loro Alex mi ha restituito solo in parte lo spessore umano di questo anomalo uomo politico. Certo, non saprei dire con esattezza che opinione avrebbe avuto Langer su un movimento come quello delle Sardine. Sicuramente sarebbe stato contento di vedere migliaia di giovani e diversamente giovani che si ritrovano in piazza per confrontarsi in modo pacifico, dialogare e dire basta a una retorica politica fatta di violenza, aggressività e semplificazioni che sfiorano la menzogna – se siamo fortunati. Langer costruiva ponti, non muri: contrapponeva al motto olimpico “più forte più veloce e più in alto” la sua interpretazione del vivere comune e del “fare” politica seguendo concetti opposti: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza. Alexander Langer lottava per una vita e una politica -per me i due termini non sono molto distanti- agli antipodi di quella contemporanea, ed è forse anche per questo che scrisse nel suo messaggio d’addio: “I pesi mi sono diventati davvero insostenibili” e concluse dicendo “continuate in ciò che era giusto”. Alexander Langer era l’opposto dei politici contemporanei: spero che le Sardine gli assomiglino più di quanto io possa immaginare.