Rivendicare il “classico” in un’età “classica”

Mi è davvero difficile identificare il pregio più autorevole di Carlo Cassola. Il ritmo e la spigliatezza con cui imbastisce i propri romanzi sono già una base notevole, se non eccellente a fronte degli stili “altri”che fiorivano man mano negli anni Cinquanta, quando la prosa dell’autore romano era forse al suo apice indiscusso. Ma Cassola solitamente non si limita all’esposizione: questo senso di bello che volenti o nolenti si respira negli scritti, questa capacità di critica fra le righe (e a colossi suoi contemporanei come Pirandello!) che è poi l’unico contrappunto comico che si può concedere, almeno nei miei riguardi, non hanno prezzo. Troppo spontanei e autobiografici sono i continui riferimenti al conflitto bellico, troppo sincero è il pessimismo. Segno di un uomo che la verità l’ha incontrata in faccia e, guardandola dritto negli occhi, ha provato a fotografarla. È anche per questo che le sue storie valgono davvero la pena di essere raccontate: semplicemente per quello che sono, eventi distinti del quotidiano, idilli anche inverosimili a tratti, chiaramente fantastici, ma mai del tutto fantasiosi.

Al tanto annoso quesito “può un romanzo diventare storico nel tempo?” La casa di via Valadier è forse il testo che più si adatta per rispondere. Com’è logico qualsiasi racconto, invecchiando, si fa alfiere di un periodo perduto, ma nonostante ciò ben poche storie riescono a mantenere lo stesso effetto in chi le legge anche a dispetto dei decenni. In che modo? Affidandosi al fondale, ad esempio. E quale location migliore se non Roma, città eterna per antonomasia che nelle pagine di questo testo appare esaltata solamente in merito a quel che offre: il suo caos, la vitalità degli abitanti, la forte escursione fra ceti sociali… La conclusione cui da ultimo giunge il “nostro” è davvero toccante. Ricalcando una sfiducia storica leopardiana, Cassola pare quasi arrendersi all’evidenza: l’evolversi della società, la caducità degli ideologismi non portano che alla perdita della Memoria storiografica degli eventi. A quanti si sono battuti per un po’ di creatività o per un lembo di terra restano solo celebrazioni rapide e svogliate e il Regime d’ansie e di incertezze, pur fra le righe, si mantiene in vita. La casa di via Valadier, con i suoi saliscendi stilistici fra dialoghi e interi capitoli votati alla riflessione, fa un po’ da apripista allo scenario silente e apocalittico del dopoguerra, in seguito disconosciuto come tale ed elevato a chiave di volta per il nostro quotidiano. A chi bisogna credere? Le parole di un tardo-verista laziale, anche se diluite in poche pagine, hanno ragione su tutto.

Società inclusa.

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