History Remix: aumento dei prezzi Bonelli

Nei giorni scorsi Sergio Bonelli Editore ha annunciato un aumento dei prezzi che investirà tutte le collane a partire da giugno. Come riporta Davide Bonelli nell’editoriale dell’ultimo numero di Julia, gli effetti della crisi economica hanno avuto ripercussioni su ogni aspetto della nostra vita [..] e la carta stampata [..] ne ha risentito in maniera -assicurano gli esperti- ineluttabilmente negativa. Per la gioia dei lettori, il comunicato specifica anche l’entità del rincaro, pari a 40 cents per tutti gli albi mensili: da Tex -e collane ad esso correlate- a Morgan Lost, da Darwin a Nathan Never, passando per DampyrDragonero. Più significativo sarà invece l’aumento di Julia -50 centesimi- il classico Martin Mystère, i Magazine e Dylan Dog Color Fest -60- e Agenzia Alpha -1 euro- mentre le iniziative legate ad Audace subiranno lo stesso rincaro dei fumetti mensili. Ovviamente la news ha suscitato reazioni diverse nel pubblico del web -non mi pare serpeggiasse l’entusiasmo- che vanno dalla crisi d’identità fino alla serena accettazione.

Quale che sia la percezione di ognuno mi sembra utile mettere in prospettiva questa manovra aziendale, proponendovi una breve analisi storica dei prezzi Bonelli, similmente a quanto fatto da Matteo Stefanelli nel lontano 2012. Per fare ciò ho preso in considerazione gli stessi due elementi di allora: il prezzo di Tex negli anni, come dato di base, e gli indici Istat come elemento utile per esaminarne l’andamento. Tex mi è sembrata la collana più idonea, non solo a causa della sua longevità, come sottolineava Stefanelli, ma anche perché con il passare degli anni si è resa la cartina al tornasole più credibile per valutare il mercato del fumetto italiano. Naturalmente anche stavolta si tratta di una disamina più indicativa che attendibile, a causa degli indicatori parziali. Ma i risultati mi paiono comunque interessanti.

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Il grafico in alto ci dice che gli attuali prezzi degli albi Bonelli sono i più alti mai registrati, in oltre cinquant’anni di attività editoriale. E se la situazione non era lontana dal poter essere paragonata ai primi anni della casa editrice, come giustamente rimarcava Stefanelli, quest’ultima impennata disequilibra l’inflazione bonelliana degli anni Duemila, tutto sommato costante. Tuttavia le fasi commerciali evidenziate dalla curva sono più o meno le stesse, anche con l’inflazione odierna. Un periodo di lenta decrescita, dunque, che segue la primigenia affermazione del prezzo premium del formato-albo, in antitesi al precedente formato-striscia, che finisce con l’aumentare dopo l’ampliamento dell’offerta degli anni Ottanta, per poi rincarare progressivamente.

In questo secondo grafico invece, ho analizzato l’andamento complessivo del rincaro di Tex considerando ogni singolo innalzamento di prezzo, per dare la stessa idea più nello specifico. A un livello di dettaglio del genere per il quale ringrazio questo forum di appassionati, emergono altri aspetti rilevanti: una risalita dei prezzi, fra gli anni ’60-’70, che corrisponde più o meno al tasso di inflazione sui beni di consumo italiani di quel periodo; una stabilizzazione in pieni anni Duemila; e un inasprimento della curva a metà anni ’90, in seguito al grande successo delle testate collaterali quali Dylan Dog e Martin Mystère.

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Proprio su Martin Mystère mi sono focalizzato nei 2 grafici che seguono, e ho esaminato anche qui il rincaro approssimato, prima, e quello complessivo poi. Nel caso di una testata relativamente giovane -nata nell’82- ho notato che un simile ragionamento funziona solo relativamente, dato che in media il costo di un Mystère si è sempre mantenuto costante, assumendo un’analogia con lo stesso Tex (2000-03 quando i due prezzi coincidevano) fino poi ad aumentare repentinamente nel giugno del 2004: da 2,20 a 4,20€. In quest’ottica, l’ultimo rincaro subito non è il più elevato, ma il prezzo raggiunto sì: ben 6,30€.

Nel secondo grafico, insieme all’aumento di cui sopra, emerge anche un lieve calo inflattivo, dal 2007 al 2012, probabilmente dovuto agli effetti della crisi -il prezzo era infatti aumentato- oppure sull’onda di un fatturato aziendale in crescita, integrato magari da altre iniziative in collaborazione coi quotidiani.

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Sono dieci cartelle: che faccio, lascio?

Un recente fatto editoriale, avvenuto sulle pagine di Fumettologica e passato per la verità molto in sordina, mi fornisce lo spunto per parlare nel dettaglio di un tema controverso; e cioè quello della lunghezza critica.

Spesso non ci badiamo, ma quanto dovrebbe durare un articolo divulgativo? Quanto basta la fluidità nello scrivere a far sì che un pezzo d’analisi si presti a una lettura scorrevole? È bene includere i dettagli? O è meglio dare subito un’idea generale dello scritto? L’evento in questione è datato 21 gennaio, e porta la firma di Francesco Boille, già critico fumettistico per Internazionale da poco entrato a far parte dello staff di Matteo Stefanelli con una rubrica a dir poco retrò. Tanto breve quanto interessante. La classica column.

Quest’ultima riflessione viene a porsi come prima parte di un lungo spazio di critica estremamente specifica al modo di fare fumetto focalizzandosi sul disegno. Un metodo analitico inedito e all’avanguardia, capace di scomodare oltre ai temi canonici, tutta una serie di nozioni, aspetti storici, parallelismi, e raffronti artistici che arricchiscono la visione d’insieme e stimolano nuovo pensiero critico anche nella mente degli avventizi. (Pure con grande presa di coscienza politica.) Al netto di simili premesse tuttavia Boille non centra del tutto l’obiettivo. La mole e la pesantezza del testo infatti si rendono complici di una scarsa comunicabilità di fondo, ostacolando la lettura anche a chi già ne sa e vorrebbe solo confrontarsi con un punto di vista del web. Abbondano le note, i dettagli non si contano e sono pure maniacali. Quello che sembra in apertura un bello spunto critico di divulgazione, saturo com’è di glosse, cela in realtà una scarsa capacità di fruizione. Perde molta della sua lucentezza. E finisce col rendersi buio, inutilmente contorto, proprio per la scarsa fluidità.

Intendiamoci. Dal punto di vista critico l’articolo rappresenta una vera rarità per il fumetto-mondo su internet. Una simile costanza analitica la si ritrova, al massimo, in una qualche realtà periferica, nettamente ombelicale rispetto a un colosso mainstream come Fumettologica. Che quindi pubblicandolo si è preso carico di numerosi rischi, a cominciare da quello percettivo: cosa avrà pensato il lettore medio della testata? C’è una rivoluzione editoriale in vista? O si tratta del solito scritto divulgativo inutilmente prolisso?

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Nel dubbio mi sono informato e ho scoperto, dialogando con un articolista di Fumettologica, che in origine la prova di Boille era destinata a un progetto di natura cartacea non telematica e che per essere pubblicata sul sito ha dovuto affrontare un arduo processo di editing in un tempo tutt’altro che ristretto. Il problema andava quindi chiarendosi ma rimanevano alcuni interrogativi: ad esempio, perché reclamizzare un articolo senza averne specificato l’utilizzo? I lettori non resterebbero confusi? E perché etichettarla come nuova rubrica se si tratta solo di una riflessione peregrina? Forse per rimediare all’errore o magari, mi suggerisce l’articolista il pezzo non era pronto per il cartaceo e lo stesso Boille voleva che uscisse a breve. Ma sono solo supposizioni.

La vicenda mi ha fatto ripensare a un vecchio post di Harry Naybors sul blog apocrifo harrydice.blogspot in cui, non senza una malcelata ironia Guglielmo Nigro si chiedeva se in Italia mancasse un nuovo sito di critica sul fumetto. A chi potesse servire: se agli editori, ai fumettisti, ai lettori.. forse proprio ai critici forti dell’idea che la critica sia anche (e soprattutto scrive Nigro) una prassi il cui scopo fondamentale è ritornare alle persone, favorire un contatto umano ancorché commerciale, assistere e consigliare, magari incentivare. E è strano pensare che giusto da questo stimolo, due anni dopo, sia nata Fumettologica. Il primo network che a differenza dei precedenti quali LoSB e Badtaste, pone al centro il sistema-fumetto teorizzato da Groensteen, ma in modo del tutto verticale, ospitando scritti di fumettologi autorevoli e semplici stagisti, dando voce agli autori come anche a certe pagine FB, diramando notizie in anticipo e aggiornandosi di continuo. Ma sempre nel vincolo di una narrazione unica. Un’idea pure politica se si vuole che non vietava di schierarsi editorialmente, ma al contrario stimolava un certo dibattito interno al sistema. Parlava male di ciò che lo meritava senza mai strizzare l’occhio a nessuno, pur mettendosi nei panni e dell’autore e del lettore, provando a giungere a un compromesso.

È forse cambiato qualcosa in questi ultimi cinque anni? No, non direi. Non sul versante critico-istituzionale almeno: le recensioni approvate sono ancora di alto livello, e le notizie vengono diffuse con grande anticipo rispetto ai siti di concorrenza, persino meglio di un tempo. Il contenuto rimane critico, ma.. il contenitore? Si è mosso in parallelo o ha intrapreso una strada a sé? Come lo potremmo definire, oggi, un template dall’offerta così vasta e stuzzicante?

È un sito di critica, certo, ma non si occupa più soltanto di critica. Mantiene il presupposto di Nigro, quello per cui la critica sia una prassi, ma lo declina in moltissime nuove forme: focus crossmediali, domande agli interessati, gran parte degli addetti stampa retribuiti. Ciò che ora esercita Fumettologica non è più un atteggiamento critico verso il fumetto, ma una visione giornalistica del suo ambiente. Una narrazione politica e per la prima volta multi-fruibile, nel mezzo della quale, a maggior ragione, articoli come quello di Boille stridono per principio. Sono troppo ingannevoli, nella loro scarsa fruibilità. Rischiano di svalorizzare il lettore, espellendolo dal target di un sito che non ne ha mai avuto uno, ricco com’è di contenuti, punti di vista ed espressioni.

Nel (provare a) leggere questo articolo incriminato mi è tornato in mente un altro post, questa volta recente, in cui Simone Rastelli si riferiva alla critica come a una duplice occasione: far conoscere in breve tempo e gettare le basi, simultaneamente, per uno studio approfondito, mediante il dialogo online. Il centro del dibattito non è più “per chi” ma “che cosa e come lo scrivo”. Opto per un taglio ricercato e autoreferenziale o mi concentro di più sul lettore? I miei articoli devono poter essere dibattuti o devono essere definitivi? LoSB a differenza di Fumettologica è fisicamente aperto al dialogo: può contare su un efficacissimo pulsante “commenta” in fondo alle pagine -molto poco cliccato peraltro- e ogni giorno molti elaborati rimbalzano nelle bacheche più attive e trafficate della rete. Fumettologica non nasce con lo stesso obiettivo ma col tempo ha saputo reinventarsi: ha riorganizzato la sostanza, e ha guardato ad altri territori, sia nostrani che stranieri.

Questo le consente di mantenere un approccio ibrido, a metà tra l’idea critica di una prassi -tipicamente commerciale- e la volontà di generare dibattito. Il pensiero di Nigro e quello di Rastelli sono chiamati a convivere, ma nessuno stabilisce un limite alla lunghezza degli articoli. In questo Fumettologica si è sempre dimostrata molto flessibile, pubblicando articoli sia lunghi che brevi ma in generale nel solco di una certa coerenza. Gli scritti più corposi, infatti, erano molto spesso di infotainment, non di critica vera e propria e perciò si prestavano più facilmente ad essere letti dappertutto e da chiunque.

Fumetti nel preserale: coraggio o incoscienza?

Nel suo piccolo, una foto che resterà nella storia dell’industria dei media. Ezio Greggio, sul palco di Striscia, sventola al cielo la copia di un libro a fumetti.

Il fatto risale a pochi giorni fa, ma su Internet è destinato a circolare a lungo. Non tanto perché è accaduto, ma per la dinamica con cui è accaduto. Il libro è stato infatti reclamizzato nel corso della rubrica letteraria, e il conduttore lo ha definito “una raccolta di storie di donne che meritano di essere ricordate e raccontate per la loro tenacia”. Se la definizione è ineccepibile dal punto di vista contenutistico -stiamo pur sempre parlando di questo libro- sul fronte editorial-propagandistico la cosa lancia parecchi stimoli. Non che la rete stia infrastimando la riflessione in merito anzi. Se possibile, lo sdoganamento del fumetto nel circuito librario ha allargato ancor di più gli orizzonti del social-dibattito, complici i soliti cerchiobottisti di turno. Eppure nel nostro caso c’è un’importante variabile: ossia che per la prima volta l’istituzione -il contesto di reclamizzazione del prodotto- si è dimostrato aperto e favorevole, e ne ha specificato la natura ontologica nel rispetto del suo lettore-modello.

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Mi chiedo: come mai, al netto di tanta lungimiranza, non è stato fatto cenno alla struttura a fumetti dell’opera? L’han data per scontato o è stato ritenuto inopportuno specificarla? Perché, se così fosse, la faccenda assumerebbe una chiave interpretativa davvero sollevante. Anzi: si tratterebbe del primo, vero passo in avanti nella lotta contro lo scetticismo. Intaccherebbe dall’interno il muro delle certezze pubbliche, privandolo dello scetticismo che lo certifica. E insomma, potrebbe voler dire molto. Per chi produce e per chi fruisce.

Se così non fosse? Se gli autori di Striscia avessero dato per scontato il germe di questo graphic journalism? La situazione sarebbe preoccupante, ma certo non ci stupiremmo più di tanto. La diversità del fumetto viene disconosciuta in moltissimi contesti, e altrettanti ignorano che costituisca un linguaggio in autonomia. Diciamo che conoscendo il programma non mi stupirei se le cose avessero preso una piega simile. Sono pronto a scommettere che alla base vi sia stato un iter affrettato, pedissequamente fedele al canovaccio di regola.

Ma il dubbio resta. E se davvero Greggio volesse farci riflettere sulla capacità artistica del fumetto di essere considerato letteratura? Se una tale mancanza di dettagli non fosse sintomo di faciloneria ma segnale di insperata lucidità?

Sette (anzi dodici) fumetti sul 2018 italiano

Se ancora non ve ne foste accorti, nell’ultimo numero di 7 -il settimanale di approfondimento del Corriere– c’è una novità molto importante per il corso e la diffusione del fumetto in Italia. Dodici storie, una per ogni fatto saliente di quest’anno, raccontate e disegnate da fumettari e giornalisti anche piuttosto affermati. Se la memoria -e Google- non mi ingannano si tratta peraltro della prima vera occasione in cui il medium-fumetto viene messo, in maniera così netta, al servizio dell’informazione. E il picco di vendite della rivista, toccato giusto in settimana, sembra confermarlo.

La cover di un numero destinato a fare storia, nel bene e nel male

Ok, ma qualitativamente parlando? Come siamo messi? Beh, cominciamo col dire che in termini generali si tratta di un’iniziativa piuttosto ben riuscita. In termini sia tecnici -sceneggiature buone, segno che i giornalisti italiani sono in grado di comunicare fatti e notizie anche tramite un medium non proprio quotidiano; alchimie lavorative molto ben ingranate; libera espressione delle proprie capacità- sia in termini pratici, dal momento che buona parte degli 1 shot ha saputo proporre uno stile di disegno all’avanguardia, in particolare nel caso di due sempreverdi certezze: Paolo d’Altan e Antonio Molino. Della vicenda mi hanno però colpito due aspetti.

Il primo, abbastanza annoso, è di carattere interpersonale: penso al fatto che in fase di promozione del progetto, Beppe Severgnini ha goffamente definito le varie storie delle graphic novel. E fin qui nulla di male: si tratta comunque di un errore diffuso, data la repentina affermazione del termine. Il rischio di generalizzare è molto alto, soprattutto se non si hanno gli strumenti teorici per discernere le definizioni. E rendersi finalmente conto che la locuzione ha una storia molto travagliata alle spalle e che se oggi il fumetto è in libreria, è anche merito di questo dibattutissimo accostamento: graphic+novel. Binomio che ha molto poco a che fare con l’ultimo numero di 7, ma che in alcuni casi potrebbe anche far reggere il paragone per assurdo. Il secondo racconto, per dirne una, è stato disegnato da Daniel Cuello, già autore del “graphic novel” Residenza arcadia, edito da Bao Publishing. Ma basta davvero per renderlo un graphic novel a tutti gli effetti? Certo che no. Di certo però poter contare sul contributo di un graphic-novelist infonde prestigio; gli stessi lettori si sentono maggiormente presi in considerazione. E il prodotto vende. Oggi perché è un fatto nuovo, domani perché sarà uno status symbol. È l’esito che conta. O no?

Personalmente mi limito a ricordare le tre caratteristiche cui un fumetto non può prescindere per essere chiamato graphic novel, ameno secondo l’ultimo studio in proposito, ossia il prezioso Cartaditalia che abbiamo commentato giusto pochi giorni fa: lunghezza sostenuta, formato-libro e autoconclusione. Una definizione ancora parziale, ovviamente -dato che include fumetti come questo o questo, ed esclude, per via delle loro genesi, quello e quell’altro– i cui limiti spero possano essere presto compresi. Per il momento limitiamoci a incasellare il prodotto nel giusto enunciato: graphic journalism sì; graphic novel anche no.

Il Ponte Morandi secondo Paolo d’Altan

Il secondo aspetto che mi ha colpito è invece di tipo storico. Stavolta penso al ruolo di centralità assunto dal fumetto che nella circostanza ha saputo dare a chi ne sentiva il bisogno, dell’ottima informazione resocontistica. Una scelta orientata più ai giovani, che all’abituale pubblico di 7, e per questo ancor più coraggiosa. Ma potrà ripetersi? Perché in effetti è ancora piuttosto complesso immaginarsi un contenitore -che sia una testata o un programma televisivo- in cui l’informazione è interamente veicolata dal fumetto. E gli esempi in tal senso provengono soltanto dal circuito librario – per ora. Qualcosina si può trovare anche in televisione, è vero: i tutorial makkoxiani di Propaganda Live ad esempio oppure molti dei servizi di Paolo Pagliaro per 8½ sempre su la7. Il denominatore comune, oltre all’informazione-smitizzazione di essa è ancora una volta il mezzo grafico, l’immagine, capace di arrivare in anticipo rispetto alla parola scritta.

Insomma, che la percezione pubblica del fumetto stia cambiando è cosa nota e il dato -un magazine di focus dedicato per intero all’infotainment a fumetti- resta comunque significativo di una prospettiva: una visione più smart e più iconoclastica del giornalismo tradizionale, non soltanto politico ovviamente. Detta in altri termini: l’idea che ogni fatto di cronaca possa essere formulato, scritto e diffuso grazie a un semplice rapporto parola-immagine. Sarà il 2019 l’anno giusto per sperimentarlo?