La metacomunicazione di Manzoni

Nei Promessi Sposi l’esperienza culturale dei personaggi è uno dei dettagli più rilevanti e peculiari che emergono dalla prosa di Alessandro Manzoni. Non è certo un aspetto basilare, ma, se esaminato a dovere, può essere considerato un elemento chiave. Infatti, soprattutto nella prima parte del testo mancano ritratti accurati di comprimari quali Menico, Bettina, donna Prassede, e non perché ritenuti “di contorno”, quanto più per favorire la loro ascesa durante i picchi massimi dello Spannung. Nel caso di Menico poi la questione assume un’importanza duplice: il ragazzetto infatti, incaricato di attenersi al volere di Fra Cristoforo, finirà col rendersi protagonista di una serie di sfortunate circostanze nel corso dell’arcinota notte degli inganni borghigiana. Le quali, oltre a permetterne la maturazione, ne segneranno indelebilmente il futuro.

Già che l’abbiamo citata, focalizziamoci meglio su questa notte degli inganni. Si tratta di un episodio importante, in primis, per l’economia del romanzo dal momento che proprio qui Renzo e Lucia scopriranno di doversi lasciare. Non si rivedranno mai più se non verso il XXXVI capitolo -ventotto più tardi- e in fondo è comprensibile che l’autore vi si concentri: vuole indagare alcuni fra i possibili scenari di questa coppia per ora solida -e in procinto di sposarsi- col fine di operare un confronto, nella conclusione, tra loro in quanto promessi e in quanto sposi. Capire cioè quanto sono riusciti a maturare, in che modo gli eventi li hanno condizionati, e cosa davvero insegneranno alla prole in vista dell’avvenire. Per ora tuttavia limitiamoci a osservarli in questa circostanza.

Immaginiamoci una gelida notte di novembre in cui le losche trame di buoni e cattivi sono destinate ad incrociarsi su più piani narrativi, facendo leva su contrasti, contemporaneità e contrasti generati da contemporaneità. Inizio e conclusione spettano a due figure antitetiche, quali Abbondio e Cristoforo: il primo, bel bello, è impegnato a porsi sofistici interrogativi e il suo creatore è tanto geniale da immedesimarci nelle stesse identiche pose del curato al fine di farci provare quel senso di resa misto a riluttanza che ne vivifica l’indole e il comportamento -o forse dovrei dire ammutolisce. Addirittura nei pressi del periodo “e lì era rimasto arrenato” la prossemica del romanzo rasenta quasi lo zero assoluto: ben poco ormai separa noi spettatori dal lettore del panegirico poiché la descrizione dell’antefatto stride con l’usuale scorrere delle vicende. E la conseguenza -l’idea di impersonare il torvo ecclesiastico- è deflagrante.

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F.Gonin • La prontezza del curato

In certi casi sembra proprio che Manzoni giochi in difesa. Desideroso di non farsi scoprire, intento a parteggiare per questo o quel personaggio, si rifugia in periodi ricchi di subordinate esplicite, locuzioni, digressioni, sia temporali che logistiche; dilata il campo d’azione e predispone un angolo anche per noi che ci addentriamo nella scena. La brusca presa di posizione di Perpetua, che nel frattempo si è insinuata per annunciare Tonio&Gervaso, rompe la quarta parete: il lettore ha ora avuto modo di sentirsi fisicamente nel personaggio di Abbondio, proprio quando quest’ultimo era intento a meditare sull’effimero, e che adesso non sa di dover affrontare una burrasca ancor più spaventevole.

Il ritmo si fa più incalzante e sul piano comunicativo va segnalato un aspetto curioso: man mano che la narrazione procede, Manzoni vuole suggerirci una visione totalmente ribaltata della situazione, riducendo il divario fra storia e racconto e sovrapponendo i gesti. Mentre Renzo e Lucia si stringono al muro [riga 33-34] Tonio tenta di distrarre il prete [riga 44-45] e ancora Agnese trae con sé Perpetua nella boscaglia vicina [riga 20-21]. È tutto parte di un quadro preciso e l’autore, conscio che il medium non ragioni per giustapposizioni ma per sovrapposizioni, decide di far leva proprio su questo. Dove la situazione sta per degenerare il tono austero si abbandona al tocco comico; e alcuni dei rapporti oppresso-oppressore si capovolgono repentinamente. Don Abbondio riveste i panni del pavido parroco di provincia cui siamo abituati, e Renzo lo pone in pochi istanti alla propria mercé.

La vera forza dell’episodio risiede quindi nella sua effettiva brevità. Diviso in tre grandi macrosezioni -Renzo e Lucia; Menico e i bravi; Perpetua e Agnese- il capitolo si snoda su altrettanti nuclei comunicativi. Il primo è sicuramente di tipo verbale e include onomatopee, immagini, e anacoluti -volontari e no. Il secondo, di tipo paralinguistico, caratterizza peculiarmente l’introduzione ed è fatto di rimandi, citazioni, strizzate d’occhio ai lettori, giochi linguistici e altri artifici impossibili da comprendere senza un sottotesto ambiguo che si presti a più di un’interpretazione. Il nucleo comunicativo di tipo prossemico infine racchiude tutta una gamma di gesti, posture, movimenti che non esito a definire teatrali, tanto vengono accentuati da Manzoni.

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Gonin immortala una folla

La metacomunicazione di Manzoni, o paracomunicazione se si vuole, non si limita alle sole relazioni biunivoche. La folla di compaesani di Abbondio e i 2 promessi accorre subito di gran lena al suono delle campane e a grandi linee viene caratterizzata con benevolenza, anche se estremamente disordinata in molti momenti. Il console, cui verrà ordinato di fare rapporto dell’accaduto, si dimostra incapace di prendere in mano la situazione: non è un buon capo per i valligiani e non sa discernere le voci obiettive dalle mere insinuazioni.

Motivo per cui nel giro di poco tempo qualcuno ha già sparso la fake news che Agnese e Lucia hanno trovato riparo in un casolare vicino, data l’incursione dei bravi di poco prima, alla quale ovviamente nessuno stenta a credere. Non a caso Manzoni utilizza parole molto azzeccate quando si tratta di descrivere la “friend-of-a-friend-tale” di turno: uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s’eran messe in salvo in una casa. È un passo straziante, in cui la folla dà prova di avere un linguaggio autonomo che non solo è ben noto all’autore, ma che può essere facilmente manipolato col mero ausilio di certe forme standard, preconfezionate: un singolo in grado di convincere la massa, una casa in cui si è trovato rifugio, una conclusione a lieto stampo che accontenta tutti. Non si può attribuire l’unanime passività a un basilare sentimento di cattivismo, quanto più a una dose di ignoranza. Che nella visione di Manzoni accomuna ogni folla, nel lecchese come poi a Milano, nel ‘600 come nell’800.

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Ebbene sì, la mia deformazione fumettologica ha colpito ancora
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