I fuochi di Lorenzo Mattotti tra incubi e sinestesie

digressioni

Ho pensato di ripubblicare qui, parallelamente alla loro uscita, un estratto dei contributi a tema fumetti apparsi sulla rivista Digressioni. Quello che state per leggere, «L’odore dei ricordi», risale al 20 marzo e lo potete scaricare qua.


Un promontorio brullo e scosceso domina la pagina. Un’imbarcazione militare dalle dubbie insegne fende le acque di un mare piatto, calmissimo. Il tenente Assenzio fissa sperduto la superficie, ma un ordine lo scuote bruscamente: gli ufficiali si stanno radunando sul ponte, vigili alle disposizioni del comandante. Un salto temporale improvviso. Primo piano di una fiammella rossastra, nella vignetta che a mala pena riesce a contenerla. Dal ponte della corazzata, l’isola di Sant’Agata si scopre all’uomo, in balia di vampe fluorescenti: nessuno però, pare farci caso. Assenzio stanco si corica sottocoperta. Comincia a sognare. [.] Nell’incipit di Fuochi queste 3 sequenze occupano 2 pagine ciascuna. Lorenzo Mattotti, autore del fumetto pubblicato originariamente su Alter nel ’84 non ci dà indicazioni di tempo (non lo farà neanche in seguito), ma specifica subito le coordinate spaziali della vicenda -una nave e un’isola- che decide di proporci partendo dal momento più limpido nella vita dei suoi protagonisti. Le cinque tavole successive sono occupate da una sequenza che già potrebbe coincidere con un sogno del tenente. Subito prima di appisolarsi, Assenzio aveva notato un collega urlare e gesticolare nel sonno, senza sapere che quello, di lì a poco, sarebbe stato il suo destino. Ed è qui che la storia ha inizio.

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Vicino all’isola di Sant’Agata accadono cose piuttosto strane: le navi mercantili spariscono e di notte si assiste a un anomalo fenomeno ottico, come se molte fiammelle dessero fuoco alla terra, al verde della natura incontaminata. Il mite equipaggio della corazzata Anselmo II viene mandato sull’isola per far luce sul mistero, ma sin dalle prime spedizioni il tenente Assenzio e i suoi ufficiali non sembrano rilevare nulla di sospetto. In realtà Assenzio mente, quando riporta al comandante di non avere «niente da segnalare». Perché qualcosa, in effetti, l’ha colpito, come è costretto ad ammettere al lettore: nel folto della foresta ha intravisto dei colori sgargianti, quasi un volto minaccioso, ma non ne è sicuro. Questa repentina insicurezza lo destabilizza. Comprende per la prima volta, la fragilità della propria essenza, che anni di vita militare, al servizio di superiori senza nome e dall’incedere meccanico avevano forgiato, facendogli compiere madornali errori. Sbagli di cui nessun altro sembrava averne fatto le spese. [..] Nemmeno ora; né sull’isola né sulla nave. Corazzata e terraferma sono però 2 elementi fondamentali della storia. Non si limitano a circoscriverne il fondale; ne sono quasi due muti “coprotagonisti”, costantemente in conflitto l’una con l’altra. Per Assenzio non è facile resistere a questa tenzone; tra il mondo delle regole e l’universo degli istinti primordiali cedere al secondo è inevitabile.

Gli esiti di questa lotta vengono enfatizzati anche graficamente: perfettamente padrone del medium Mattotti alterna doppie pagine ricche di prospettiva, per richiamare l’atmosfera marziale dell’incrociatore nei suoi verdi, grigi e indaco chiaroscurali, ad altre che lasciano spazio alle visioni di Assenzio: lame di luce altissime, creature sconosciute dai contorni vaghi e la pelle striata, fiammelle incandescenti che lo chiamano, lo invitano a raggiungerle e ad abbandonarsi, insieme, ai piaceri della vita. Si sfiorano spesso, ma i 2 piani di lettura restano, anche all’interno della narrazione divisi tra loro. Mattotti basa buona parte del suo storytelling su questa divisione, portando avanti in parallelo le due nuove prospettive con una scansione quasi sempre regolare di dieci pagine per ogni capitolo. Questa tecnica permette all’autore di rendere più interessante il plot nella classica porzione di testo in cui il protagonista si affida a un sentimento salvifico: così facendo, può concentrarsi solo su ciò che questi percepisce, per poi cristallizzarlo su carta.

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Mattotti non fa collegamenti diretti tra Assenzio e l’equipaggio. Man mano che il ritmo avanza, le condizioni psicofisiche del tenente deperiscono; sulla nave è diventato ormai una zavorra. Forse quasi un pericolo. In realtà Assenzio non si è mai sentito così in pace con se stesso. Sin da quando ha visto inizialmente i fuochi nell’integrità di uno sguardo razionale, ha ceduto al fascino dei ricordi che quelle lingue rosse compatte scaturivano in lui già solo alla vista. I legami col fuoco si intensificano, in un secondo momento sull’isola, (chiara metafora dell’interiorità e dell’ignoto), dove nel buio della notte Assenzio si scopre solo e bisognoso di affetto. Si mette sulle tracce delle emozioni perdute e una volta raggiunte arriverà a uccidere pur di difenderle, non prima di essere stato quasi «bruciato dal colore», tanto per citare una delle molte sinestesie del testo.

Mattotti però non dà mai veramente ‘corpo‘ ai ricordi. Sull’isola, Assenzio non si imbatte negli affetti più cari (genitori, parenti, figli, amici) né in episodi felici del suo vissuto. A interessare in modo così perturbante, quasi erotico, Lorenzo Mattotti è il richiamo primitivo dell’umano; la forza modellatrice delle origini. Proprio per questo tavola dopo tavola la figura di Assenzio subisce un’intensa mutazione emozionale, fino ad assomigliare più alle presenze dell’isola che al resto dell’equipaggio. Le influenze artistiche nella resa grafica dei luoghi, degli uomini, ma soprattutto delle creature di fuoco sono evidenti: Picasso, Hopper Vallotton, Miro… Il trattamento che Mattotti riserva alla tavola è quasi privo di precedenti: al netto di una costruzione pulita del multiquadro -con un layout non troppo regolare, se non in certe pagine doppie, ma decisamente retorico- le vignette accolgono pastelli che anelano l’implosione; delineano figure poco nitide, irrequiete, indefinibili. Complice una recitazione piana, Fuochi sembra più un “dramma da camera” giocato sulla sfida senza tempo tra sentimento e razionalità, incarnati ciascuno da una precisa location che lo scrittore-Mattotti usa per influenzare -e riscrivere- la vita del suo primo attore. Fuochi, si scopre essere una storia sul riconoscersi, sul sé, sul conflitto freudiano tra Es e Super Io e, dulcis in fundo, sulle missioni ordite a uno scopo e risoltesi in tutt’altro.
Come già potevamo dedurre dall’incipit, cui Salvatores deve essersi ispirato
per forza per il suo Mediterraneo. Almeno è bello pensarlo.


La tendenza a vedere forme e oggetti nelle strutture amorfe che ci circondano si chiama pareidolia. È una capacità innata, forse dovuta alla necessità dei nostri antenati preistorici di riconoscere i predatori mimetizzati nella natura.