Il fumetto al premio Strega (visto da chi lo nomina)

È successo di nuovo. Dopo unastoria di Gipi e Dimentica il mio nome di Michele Rech-Zerocalcare, il premio Strega candida nuovamente un fumetto. Anzi due, come si legge dal comunicato: Momenti straordinari con applausi finti -ancora Gipi- e Uccidendo il secondo cane, di Valerio Gaglione e Fabio Izzo. La notizia è di parecchi giorni fa, ma al contrario degli anni precedenti -complice, forse, la situazione che stiamo vivendo- non ha scatenato alcun dibattito, né sui social né altrove. Se ne è parlato timidamente su Twitter; qualcuno ne ha scritto su Facebook, ma in generale l’annosa diatriba sulla letterarietà del fumetto non è ancora stata riesumata, memore del picco toccato nel 2014 con l’inclusione di unastoria. Ciononostante, credo sia necessario parlarne. Anche adesso, anche in una situazione del genere. Anche -e soprattutto- perché quei due fumetti di Gipi, Gaglione e Izzo, coraggiosamente presentati, sono già stati esclusi dalla rosa dei papabili. (Vi avevo avvertiti: la notizia è di parecchi giorni fa.)

Mettetevi comodi, perché la prendo alla lontana: nel 2014 la commissione del premio Strega annuncia la candidatura di unastoria, e l’atmosfera comincia a farsi rovente. Per alcuni un degno successo, per altri un’occasione indegna. In molti notano che un evento simile non ha precedenti, e rappresenta quindi un discreto passo avanti, nella percezione culturale di un medium troppo spesso bistrattato e snobbato. Tanti altri invece denunciano un problema linguistico: il fumetto non utilizza la stessa materia espressiva del romanzo letterario, ma agisce secondo canoni che gli sono propri. Proporlo ad un premio del genere a fronte di simili presupposti è sbagliato, immorale: un insulto ai riconoscimenti del settore e al loro bacino di utenza, indubbiamente molto più ristretto dello Strega. Nel mezzo di una tale confusione pochissimi utenti pongono l’accento sulle motivazioni che avevano spinto Nicola Lagioia e Sandro Veronesi a dare un feedback positivo del libro di Gipi alla giuria. Eppure sono proprio queste le ragioni ufficiali della diatriba, le “cause” della candidatura di “unastoria”. Ed è interessante rileggersele a sei anni di distanza: Unastoria scrive Lagioia, segna una seconda età dell’oro per il graphic novel italiano e dà vita a una summa di ciò che è stata la rappresentazione del nostro paese […] nell’ultimo decennio. I particolari messi in luce dalle premesse non fanno riferimento a un discorso necessariamente linguistico: si chiamano in causa i temi, il risvolto sociologico e l’utilità dell’opera. Che sembra trovarsi tra i candidati non tanto per ribadire la legittimità dell’ecosistema artistico che incarna, come qualcuno sosteneva; ma per via del suo contenuto puro e semplice.

uccidendo-il-secondo-cane

Lagioia però non si ferma qui: dopo averlo lodato, si domanda a quali risorse Gipi abbia attinto per risultare “universale” nel suo racconto autobiografico, e prova a darsi una risposta: […] non la letteratura e il fumetto e la pittura come addendi, ma un esito che le singole parti l’una sull’altra non spiegherebbero. Il fumetto, pare dirci Lagioia, è indubbiamente un mezzo a dominante visiva in cui spesso un’immagine vale più di mille balloon; ma considerarlo un medium non-letterario, al pari di cinema e videogame, non sarebbe corretto. Perché in esso la presenza dei testi è comunque un dato rilevante, pari alla loro assenza. Nel 1999 Thierry Groensteen aveva provato a capire quante e quali fossero, le funzioni del verbale. Ne individuò sette: realismo, regia, ricambio, ancoraggio, sutura, ritmo, drammatizzazione. Almeno quattro fra queste -potrei escludere giusto ancoraggio e sutura, che coinvolgono l’immagine- sono indubbiamente implicate da un punto di vista semantico: consentono al fumetto di esprimere una narrazione, alfabeticamente parlando. Come fosse letteratura. Unastoria, conclude Lagioia, è ciò a cui l’arte del raccontare “storie” può arrivare quando urgenza narrativa intensità e grande padronanza dei mezzi espressivi lasciano evaporare intorno a sé le barriere tra i generi. L’opera di Gipi è quindi un ibrido (ottima testimonianza di un medium anfibio ed intrinsecamente multiforme).

Nel suo giudizio Veronesi è molto più estremo: Unastoria è un graphic novel, si tratta di un dato di fatto. […] mi sembra di poter dire che, scontata la bellezza dei disegni, unastoria sia più novel che graphic. Anzi viene da dire che la parte grafica è messa al servizio della scrittura, e non viceversa. Poche righe e molti temi -perlopiù delicati- che però non sono gli stessi evidenziati dal collega: al centro di questo pensiero c’è l’idea chiara e criticabile del graphic novel come mezzo di espressione alternativo, che non ha nulla a che spartire con i comics e che può concorrere a importanti premi letterari nel mondo. Una distinzione, quella tra comics e graphic novel, sulla quale mi sono già schierato parecchie volte, e che non voglio trattare di nuovo. Trovo più interessante riflettere sulla realtà dei fatti, che nel nostro caso è evidentemente biforcuta. Da un lato, Gipi viene proposto -da Lagioia- per via della maturità dei temi trattati, tutti molto attuali, e per la freschezza dello storytelling -perfettamente cooperanti parole e immagini. Viceversa Veronesi sostiene che sia l’opera in sé in grado di essere paragonata alla grande letteratura, per il fatto stesso di essere tal frutto di tale autore. Veronesi non guarda a unastoria come a un ibrido tra testi e acquarelli ma vede negli acquarelli nient’altro che un rinforzo per i testi.

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Quasi due prospettive antitetiche insomma. Ma si sa, parlare di fumetto qui in Italia vuol dire fare confusione, c’è poco da fare. Figuriamoci nel 2014. Di certo qualcosa sara cambiato in questi sei anni, no? Beh, lo scopriamo subito. Basta dare un’occhiata al sito del premio Strega, nella sezione dedicata all’edizione in corso, e recuperare le motivazioni alla base della candidatura di “Momenti straordinari con applausi finti” e Uccidendo il secondo cane che -come dicevo- sono stati audacemente proposti ma non sono riusciti ad arrivare in finale (al contrario di unastoria). Sull’ultima fatica di Gipi si esprime Francesco Piccolo: presento Gipi perché è una figura unica nel panorama artistico ed […] è figura ancora più originale e necessaria in quello letterario; il suo graphic novel è un capolavoro intimo che abbatterebbe le barriere dei generi se ci fossero ancora […] Ma ormai non ci sono più, e la candidatura di questo libro ha valore giusto per la sua qualità e originalità. La questione del linguaggio non basta: ad essa si aggiunge una questione d’immagine: presento Gipi perché è un “narratore” letterariamente rilevante. Poco importa se ciò che fa rientri o meno in ambito letterario -questo Piccolo non lo esplicita ma il messaggio è eloquente: il libro di Gipi merita la candidatura. La merita più di qualsiasi romanzo scialbo, sulla carta letterario. Piccolo, come già a suo tempo Lagioia, si riferisce alle barriere dei generi “da abbattere”; ma anche questa considerazione -difficile dire se in entrambi- rischia di scadere nella legittimazione parziale; attesta, nella stessa ottica di Veronesi, l’atipicità di ‘questo’ graphic novel, non del graphic novel in sé. E la eleva a strumento di candidatura.

Un primo problema che emerge da simili motivazioni -secondo me- è proprio questo: non si percepisce la letterarietà del fumetto e nemmeno la letterarietà di quel fumetto; si avverte la letterarietà del fumettista, anzi di quel fumettista. Di nuovo: presento Gipi perché è un tizio letterariamente rilevante. Mi importa di quel dato autore, non dell’industria a cui appartiene. Al limite posso tenere presenti le specificità di quel romanzo (di quel graphic novel) ma sempre, solo e unicamente in un’ottica autoriale. Ecco quindi, che proporre un fumetto agli Strega non significa ribadire lo spessore di una ‘certa’ nicchia merceologica in un certo settore di vendita, come si era detto tempo fa; bensì subire il fascino delle mode. Della serie: adesso tocca ai fumettisti, domani si vedrà. Fumettisti che, a ben guardare, mantengono ogni loro peculiarità nelle parole di Lagioia, Veronesi, Piccolo (e Mastroberardino), fuorché il nome. Sì, perché per quanto possa sembrare un dettaglio, in nessuno dei quattro giudizi viene menzionato il termine “fumetto”, se non nello stralcio che ho precedentemente riportato -quello di Lagioia. È un aspetto importante? Ritengo di sì, eccome. E credo che prenderne atto conti molto, per l’epoca in cui ci troviamo. Perché rappresenta un segnale; anzi no, un vero e proprio risultato: il termine con cui chiamavamo quella roba lì fino a ieri, non ha più gli anticorpi necessari per difendersi dalla concorrenza. Perciò -pur condividendo la tesi pacata di Lagioia, a proposito di unastoria– credo che l’interesse dei premi letterari per il fumetto sia legittimo, a patto però che ci si concentri sul fumetto, non su quel fumetto. E che quando si candida un graphic novel -o presunto tale- il comitato direttivo chiarisca in quale misura lo si possa definire un “libro di narrativa”. Secondo quali criteri? Linguistici? Abbiamo visto che in una certa misura è possibile. Commerciali? Il discorso si complica: avete mai visto librerie tenere insieme romanzi e fumetti sugli stessi scaffali? Hm. Capite bene che la faccenda è complessa e un paio di nomination azzeccate non sbrogliano la matassa da sole. Cosa manca, allora?
Trasparenza, analisi o semplice onestà intellettuale?

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