Il web-saggio di Bonura sulla propaganda a fumetti

Che ruolo hanno ricoperto fumetto e cinema di animazione nella propaganda politica degli anni 30 e 40? Possiamo tracciarne una timeline? E qualora fosse possibile, cosa potrebbero insegnarci oggi quei fumetti e quei corti animati? A queste domande tenta di rispondere l’ultimo libro di Massimo Bonura, storico di fumetto che abbiamo già avuto il piacere di ospitare su queste pagine. Per rispondere, l’autore ci conduce lungo un affascinante viaggio interdisciplinare che si diparte dalle prime tecniche di animazione, per approdare ai principi -e alle conseguenze- della seconda guerra mondiale sull’immaginario. Il saggio è introdotto da prefazioni di docenti universitari tra cui Sergio Brancato -critico di fumetto, sociologo e sceneggiatore- e Francesca Rizzuto -ricercatrice presso l’Università di Palermo. Dalle parole di quest’ultima, in particolare, emerge in modo chiaro l’utilità di un simile lavoro agli occhi della moderna propaganda esercitata da politici, vip e influencer, ma anche da ciascuno di noi grazie alle innovazioni digitali e ai social network. Senza queste dovute considerazioni, il lavoro di Bonura risulterebbe stantio ed inattuale: è molto utile confrontarvisi con occhio critico e un pizzico di attenzione in più del dovuto, riflettendo sulla magnifica complessità di due linguaggi estremamente semplici e diretti come fumetto e cinema d’animazione. Quindi, un’opera da tenere d’occhio. Che pur non trovando risposta a tutte le domande che ho elencato, apre a moltissime riflessioni. Alcune di esse Massimo ed io abbiamo tentato di “fissarle” su carta (rigorosamente a distanza) nella piccola conversazione che segue.

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Nella prefazione, Brancato sottolinea la difficoltà di stabilire una distanza netta tra propaganda e satira autonoma. Tu dove porresti il confine?

Io ritengo che la propaganda in sé possa contenere la satira, ma sia indirizzata sempre a un pubblico preciso, nella sua dicotomia di buono-cattivo. In genere i prodotti di propaganda fanno diretto riferimento alla guerra, servendosi, per esempio, di soldati, di armi, di uomini in uniforme o di carri armati.

A un certo punto scrivi: “le tecniche di propaganda nell’animazione, sono comuni a tutti i Paesi presi in esame”. Perché? Vale anche per il fumetto?

Sì, certamente. La generalizzazione delle tecniche di propaganda è comune a tutti i Paesi per motivi psicologici e sociologici: da sempre l’uomo ha avuto un forte impulso all’ironia e alla satira (sin dai tempi di Persio, Giovenale e dello stesso Seneca, tanto per fare degli esempi a noi vicini). Inoltre le dicotomie Io-Tu, noi-loro, buono-cattivo, giusto-sbagliato sono molto semplici dal punto di vista comunicativo e cognitivo. Possono essere estesi a tutti, indistintamente. E in un certo senso possiamo dire che le tecniche di propaganda abbiano una funzione -e un valore- transmediale. In uno dei capitoli del libro faccio giusto riferimento a questo aspetto; non dobbiamo dimenticarci però che scegliendo di fare propaganda attraverso il fumetto piuttosto che al cinema -o viceversa-, negli anni 30 e 40 bisogna tenere conto delle modalità di fruizione: un fumetto può essere letto e consultato più volte; un film invece va visto una volta sola.

Pensi che gli autori di propaganda abbiano sempre considerato il modello
comunicativo di Stuart Hall (anche implicitamente)?

No, non sempre. Bisogna tener presente che il modello di Hall è stato messo a punto negli anni 70, quindi è relativamente molto recente. Più che altro Hall si è basato su alcune osservazioni empiriche di modelli sviluppati in precedenza per dare alla luce la sua teoria -che personalmente mi pare una delle migliori, fra quelle in circolazione. Hall d’altronde è uno dei padri dei cosiddetti cultural studies e quindi tiene in grande considerazione il rapporto tra comunicazione e cultura (in cui si inserisce il potere). Il bias di conferma ad esempio ha molta importanza quando si parla di propaganda e studi culturali: con esso si giunge quasi al controllo totale; a una vera e propria fabbrica del controllo. Fumetti e cartoni animati degli anni 30 utilizzavano tecniche comunicative standard per comprendere le quali è bene rifarsi a questo saggio di Harold Lasswell.

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Nel libro si legge che Maus è un’opera di contropropaganda. In che senso?

Io spero che Maus sia considerato parte di un antidoto della propaganda vera e propria. Le guerre non sono mai la soluzione più giusta: ciascuno di noi ha il dovere di garantire, nel suo piccolo, i processi di pace. Politici, storici e artisti, in questo, hanno responsabilità molto particolari, in qualità di comunicatori: il genere biografico o semi-biografico gioca un ruolo fondamentale, perché è un piccolo monito personale basato sul proprio vissuto. In guerra poi non si vince mai per davvero: le perdite umane hanno sempre un valore incalcolabile. Per questo ho voluto dedicare il libro alla memoria di Martin Niemöller, il pastore protestante che si oppose al Nazismo (e a cui è attribuita questa frase). Certo, Spiegelman non è né il primo né l’ultimo fumettista a ricorrere alla biografia -perlomeno in chiave di contropropaganda. Non è neanche il primo a utilizzare degli animali antropomorfi: prima di Maus molte altre opere legate al conflitto bellico se ne erano servite, a partire da La bête est morte!, scritta e disegnata da autori francesi -nel ’44. Questo perché con gli animali è molto più semplice inscenare situazioni paradossali, comiche o drammatiche, piuttosto che con il tratto realista necessario per dei volti umani. Esistono parecchie eccezioni ma in genere gli animali suscitano molto effetto nei bambini e si prestano meglio.

Hai fatto notare a più riprese che, spesso, degli stessi personaggi vengono creati, mitizzati in patria e “denigrati” all’estero (verosimilmente in Paesi nemici). Pare quasi che non godano di una caratterizzazione psicologica,
questi eroi della propaganda, tanto vengono sottoposti a detournement.

Sì, è vero. Del resto “buono” e “cattivo” sono solo delle etichette utilizzate per giustificare un male assoluto come la guerra. È chiaro che nello storytelling di un qualsiasi prodotto debba esserci un cattivo, un antagonista contrapposto a un eroe positivo o a un antieroe, e nella propaganda questa cosa è enfatizzata in modo particolare. Spesso i cartoon di propaganda finiscono con la ‘vittoria’ del buono che sbaraglia il nemico -tedesco o statunitense a seconda dei casi-, senza subire danni. Ma, come abbiamo già detto, una guerra non dà vincitori.

Come mai solo “certi generi fumettistici” possono generare propaganda?

In genere, tutti i mass media si prestano a questo tipo di comunicazione. Non dobbiamo dimenticarci che è impossibile non comunicare e che qualsiasi tema e qualsiasi tecnica alla base di un prodotto cela un messaggio, che sia esplicito o implicito. È molto difficile individuare i generi specifici in grado di ‘generare’ propaganda: di solito si scomoda il registro comico e avventuroso (talvolta di ambientazione bellica). Ma anche il grottesco sicuramente. Quasi tutti i generi insomma: la maggior parte di quelli che ho osservato, però, erano comici.

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Quanto conta l’immagine nella propaganda politica contemporanea?

Credo che da questo punto di vista Anna Fici abbia espresso delle validissime considerazioni nella sua prefazione: l’immagine ha preso il sopravvento. Con i social network la propaganda diventa accessibile e indirizzabile a tutti, grandi e piccini, attraverso l’uso di emoticon, meme o hashtag. E dato che tutti noi in questo periodo stiamo facendo propaganda di noi stessi, costruendo la nostra narrazione sui social, fumettisti e animatori potrebbero essere avvantaggiati, proprio perché conoscono meglio di noi il potere delle immagini. È per questo che gli artisti devono responsabilizzarsi sempre di più. Se vogliamo creare una società giusta, il loro apporto è importante ma non può prescindere dall’etica e dalla deontologia. Nei fumetti contemporanei, lamento troppi voyeurismi e troppe semplificazioni: l’artista deve essere colto, non approssimativo.

E se i politici ricominciassero a fare propaganda con questi strumenti?

Paradossalmente, potrebbero ottenere ottimi risultati. Pur non essendo veri e propri strumenti di propaganda, oggigiorno, dal cinema e dal fumetto si cerca e si pretende un feedback maggiore dal consumatore. In passato si è investito molto su questi due linguaggi: le tecniche svolgevano una grande importanza allora. Nel presente invece la propaganda è sempre strettamente legata a una precisa ideologia, ma non sempre ha un nemico da sconfiggere. Proporre una serie di cartoni animati in bianco e nero risulterebbe logicamente inattuale ed antidiluviano. Ripensarne qualcuno a colori -viceversa- potrebbe permettere alla propaganda di cambiare target e riferirsi a pubblici molto più giovani. Che i nuovi media abbiano assunto il controllo della propaganda contemporanea, invece, è sotto gli occhi di tutti. Basta pensare al potenziale di Internet.

Cinema, vignette e baionette. La propaganda nel cinema d’animazione

Il fumetto al premio Strega (visto da chi lo nomina)

È successo di nuovo. Dopo unastoria di Gipi e Dimentica il mio nome di Michele Rech-Zerocalcare, il premio Strega candida nuovamente un fumetto. Anzi due, come si legge dal comunicato: Momenti straordinari con applausi finti -ancora Gipi- e Uccidendo il secondo cane, di Valerio Gaglione e Fabio Izzo. La notizia è di parecchi giorni fa, ma al contrario degli anni precedenti -complice, forse, la situazione che stiamo vivendo- non ha scatenato alcun dibattito, né sui social né altrove. Se ne è parlato timidamente su Twitter; qualcuno ne ha scritto su Facebook, ma in generale l’annosa diatriba sulla letterarietà del fumetto non è ancora stata riesumata, memore del picco toccato nel 2014 con l’inclusione di unastoria. Ciononostante, credo sia necessario parlarne. Anche adesso, anche in una situazione del genere. Anche -e soprattutto- perché quei due fumetti di Gipi, Gaglione e Izzo, coraggiosamente presentati, sono già stati esclusi dalla rosa dei papabili. (Vi avevo avvertiti: la notizia è di parecchi giorni fa.)

Mettetevi comodi, perché la prendo alla lontana: nel 2014 la commissione del premio Strega annuncia la candidatura di unastoria, e l’atmosfera comincia a farsi rovente. Per alcuni un degno successo, per altri un’occasione indegna. In molti notano che un evento simile non ha precedenti, e rappresenta quindi un discreto passo avanti, nella percezione culturale di un medium troppo spesso bistrattato e snobbato. Tanti altri invece denunciano un problema linguistico: il fumetto non utilizza la stessa materia espressiva del romanzo letterario, ma agisce secondo canoni che gli sono propri. Proporlo ad un premio del genere a fronte di simili presupposti è sbagliato, immorale: un insulto ai riconoscimenti del settore e al loro bacino di utenza, indubbiamente molto più ristretto dello Strega. Nel mezzo di una tale confusione pochissimi utenti pongono l’accento sulle motivazioni che avevano spinto Nicola Lagioia e Sandro Veronesi a dare un feedback positivo del libro di Gipi alla giuria. Eppure sono proprio queste le ragioni ufficiali della diatriba, le “cause” della candidatura di “unastoria”. Ed è interessante rileggersele a sei anni di distanza: Unastoria scrive Lagioia, segna una seconda età dell’oro per il graphic novel italiano e dà vita a una summa di ciò che è stata la rappresentazione del nostro paese […] nell’ultimo decennio. I particolari messi in luce dalle premesse non fanno riferimento a un discorso necessariamente linguistico: si chiamano in causa i temi, il risvolto sociologico e l’utilità dell’opera. Che sembra trovarsi tra i candidati non tanto per ribadire la legittimità dell’ecosistema artistico che incarna, come qualcuno sosteneva; ma per via del suo contenuto puro e semplice.

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Lagioia però non si ferma qui: dopo averlo lodato, si domanda a quali risorse Gipi abbia attinto per risultare “universale” nel suo racconto autobiografico, e prova a darsi una risposta: […] non la letteratura e il fumetto e la pittura come addendi, ma un esito che le singole parti l’una sull’altra non spiegherebbero. Il fumetto, pare dirci Lagioia, è indubbiamente un mezzo a dominante visiva in cui spesso un’immagine vale più di mille balloon; ma considerarlo un medium non-letterario, al pari di cinema e videogame, non sarebbe corretto. Perché in esso la presenza dei testi è comunque un dato rilevante, pari alla loro assenza. Nel 1999 Thierry Groensteen aveva provato a capire quante e quali fossero, le funzioni del verbale. Ne individuò sette: realismo, regia, ricambio, ancoraggio, sutura, ritmo, drammatizzazione. Almeno quattro fra queste -potrei escludere giusto ancoraggio e sutura, che coinvolgono l’immagine- sono indubbiamente implicate da un punto di vista semantico: consentono al fumetto di esprimere una narrazione, alfabeticamente parlando. Come fosse letteratura. Unastoria, conclude Lagioia, è ciò a cui l’arte del raccontare “storie” può arrivare quando urgenza narrativa intensità e grande padronanza dei mezzi espressivi lasciano evaporare intorno a sé le barriere tra i generi. L’opera di Gipi è quindi un ibrido (ottima testimonianza di un medium anfibio ed intrinsecamente multiforme).

Nel suo giudizio Veronesi è molto più estremo: Unastoria è un graphic novel, si tratta di un dato di fatto. […] mi sembra di poter dire che, scontata la bellezza dei disegni, unastoria sia più novel che graphic. Anzi viene da dire che la parte grafica è messa al servizio della scrittura, e non viceversa. Poche righe e molti temi -perlopiù delicati- che però non sono gli stessi evidenziati dal collega: al centro di questo pensiero c’è l’idea chiara e criticabile del graphic novel come mezzo di espressione alternativo, che non ha nulla a che spartire con i comics e che può concorrere a importanti premi letterari nel mondo. Una distinzione, quella tra comics e graphic novel, sulla quale mi sono già schierato parecchie volte, e che non voglio trattare di nuovo. Trovo più interessante riflettere sulla realtà dei fatti, che nel nostro caso è evidentemente biforcuta. Da un lato, Gipi viene proposto -da Lagioia- per via della maturità dei temi trattati, tutti molto attuali, e per la freschezza dello storytelling -perfettamente cooperanti parole e immagini. Viceversa Veronesi sostiene che sia l’opera in sé in grado di essere paragonata alla grande letteratura, per il fatto stesso di essere tal frutto di tale autore. Veronesi non guarda a unastoria come a un ibrido tra testi e acquarelli ma vede negli acquarelli nient’altro che un rinforzo per i testi.

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Quasi due prospettive antitetiche insomma. Ma si sa, parlare di fumetto qui in Italia vuol dire fare confusione, c’è poco da fare. Figuriamoci nel 2014. Di certo qualcosa sara cambiato in questi sei anni, no? Beh, lo scopriamo subito. Basta dare un’occhiata al sito del premio Strega, nella sezione dedicata all’edizione in corso, e recuperare le motivazioni alla base della candidatura di “Momenti straordinari con applausi finti” e Uccidendo il secondo cane che -come dicevo- sono stati audacemente proposti ma non sono riusciti ad arrivare in finale (al contrario di unastoria). Sull’ultima fatica di Gipi si esprime Francesco Piccolo: presento Gipi perché è una figura unica nel panorama artistico ed […] è figura ancora più originale e necessaria in quello letterario; il suo graphic novel è un capolavoro intimo che abbatterebbe le barriere dei generi se ci fossero ancora […] Ma ormai non ci sono più, e la candidatura di questo libro ha valore giusto per la sua qualità e originalità. La questione del linguaggio non basta: ad essa si aggiunge una questione d’immagine: presento Gipi perché è un “narratore” letterariamente rilevante. Poco importa se ciò che fa rientri o meno in ambito letterario -questo Piccolo non lo esplicita ma il messaggio è eloquente: il libro di Gipi merita la candidatura. La merita più di qualsiasi romanzo scialbo, sulla carta letterario. Piccolo, come già a suo tempo Lagioia, si riferisce alle barriere dei generi “da abbattere”; ma anche questa considerazione -difficile dire se in entrambi- rischia di scadere nella legittimazione parziale; attesta, nella stessa ottica di Veronesi, l’atipicità di ‘questo’ graphic novel, non del graphic novel in sé. E la eleva a strumento di candidatura.

Un primo problema che emerge da simili motivazioni -secondo me- è proprio questo: non si percepisce la letterarietà del fumetto e nemmeno la letterarietà di quel fumetto; si avverte la letterarietà del fumettista, anzi di quel fumettista. Di nuovo: presento Gipi perché è un tizio letterariamente rilevante. Mi importa di quel dato autore, non dell’industria a cui appartiene. Al limite posso tenere presenti le specificità di quel romanzo (di quel graphic novel) ma sempre, solo e unicamente in un’ottica autoriale. Ecco quindi, che proporre un fumetto agli Strega non significa ribadire lo spessore di una ‘certa’ nicchia merceologica in un certo settore di vendita, come si era detto tempo fa; bensì subire il fascino delle mode. Della serie: adesso tocca ai fumettisti, domani si vedrà. Fumettisti che, a ben guardare, mantengono ogni loro peculiarità nelle parole di Lagioia, Veronesi, Piccolo (e Mastroberardino), fuorché il nome. Sì, perché per quanto possa sembrare un dettaglio, in nessuno dei quattro giudizi viene menzionato il termine “fumetto”, se non nello stralcio che ho precedentemente riportato -quello di Lagioia. È un aspetto importante? Ritengo di sì, eccome. E credo che prenderne atto conti molto, per l’epoca in cui ci troviamo. Perché rappresenta un segnale; anzi no, un vero e proprio risultato: il termine con cui chiamavamo quella roba lì fino a ieri, non ha più gli anticorpi necessari per difendersi dalla concorrenza. Perciò -pur condividendo la tesi pacata di Lagioia, a proposito di unastoria– credo che l’interesse dei premi letterari per il fumetto sia legittimo, a patto però che ci si concentri sul fumetto, non su quel fumetto. E che quando si candida un graphic novel -o presunto tale- il comitato direttivo chiarisca in quale misura lo si possa definire un “libro di narrativa”. Secondo quali criteri? Linguistici? Abbiamo visto che in una certa misura è possibile. Commerciali? Il discorso si complica: avete mai visto librerie tenere insieme romanzi e fumetti sugli stessi scaffali? Hm. Capite bene che la faccenda è complessa e un paio di nomination azzeccate non sbrogliano la matassa da sole. Cosa manca, allora?
Trasparenza, analisi o semplice onestà intellettuale?

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