Radice e Turconi sulla rotta di un Topolino moderno

digressioni

Ho pensato di ripubblicare qui, parallelamente alla loro uscita, un estratto dei contributi a tema fumetti apparsi sulla rivista Digressioni. Quello che state per leggere, «Ci separa un grande mare», risale al 20-12 ed è reperibile qua.

Per alcuni racconti, essere inattuali è un gran dono. Non solo perché resistono alla rapidità del consumo editoriale, ma perché rilasciano il loro sapore molto lentamente e sono immuni da ogni riferimento temporale al trascorso dei loro autori. In breve tempo, e con un po’ di fortuna, possono diventare dei classici. L’inattualità di ‘Topolino e il grande mare di sabbia’ di Teresa Radice e Stefano Turconi è infatti triplice: è una storia autoconclusiva del 2011; si svolge all’alba del Novecento e ruota intorno a due temi molto poco frequentati, in Italia, dal fumetto disneyano: il viaggio e l’attesa. Pubblicata originariamente su T#2907 in un periodo di grande varietà stilistica della testata, racconta la fiaba di Miss Manymoney, giovane facoltosa del tutto simile a Minni nel cui petto arde forte il desiderio di conoscere lo scrittore di cui si è perdutamente innamorata, solo leggendone i pluripremiati romanzi: Trevor Traveller. Lak Salaat, paesello del deserto subsahariano dove Trevor vive e lavora, al riparo dalle mire indiscrete dei fan, è una meta difficile da raggiungere senza una preparazione adeguata. Minni si avvale così della collaborazione di una guida enigmatica e riflessiva -un certo Topolino- che però fatica a comprenderne gli intenti. Il protagonista dei lavori di Trevor, ricorrente nella ‘serialità’ della sua produzione, non è che un personaggio di fantasia, «uno che non esiste». Perché buttare via tempo a imitarne le gesta, si chiede, mettendosi sulle tracce di un tipo eccentrico di cui nemmeno si hanno notizie, uno spirito lontano?

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Radice e Turconi… visti da Turconi!

«Il tema del viaggio serviva per sottolineare l’incontro con l’altro, perché puoi incontrare l’altro anche nel tuo “piccolo” mondo però è chiaro che se ti muovi incontri altri più “altri” di te». Teresa Radice, da sempre, lavora sulla dialettica tra opposizioni formali dandogli una forte dimensione simbolica: termini come “attendere” o “itinere” non si limitano a ricoprire l’algida veste d’ufficio che ci potremmo aspettare; sono parte costituente dell’intreccio. Un personaggio in attesa nelle storie di Radice si ritrova quasi sempre alle prese con un dilemma amoroso, un mal d’amore romantico in senso ottocentesco, in contrasto con il dèmone tutelare proprio a ciascuno di noi, quella strana vocina che ci blocca dall’agire d’impulso quando temiamo di stare per compiere un errore.

S’impongono scelte molto dure: continuare sulla propria strada, proseguire il viaggio a costo di smarrirsi, inciampare durante il cammino, o peggio rendersi conto di quanto sia stato inutile? È meglio abbandonare tutto? Normalmente è il colore, supervisionato dall’autore dei disegni -e consorte- Stefano Turconi, che opera su questi incontri-scontri. Ma nel caso del “Grande mare di sabbia”, l’ambientazione non lascia scampo, nella sua abbacinante bicromia di rossi e arancioni. Segno che c’è qualcosa di diverso rispetto al solito canovaccio; così come il colore, anche il carattere dei protagonisti -dapprima agli antipodi, poi sempre più speculari- suggerisce un nuovo corso temporale, un’inattesa piega degli eventi, citando un libro cult di Enrico Brizzi. Per la prima volta una delle coppie di funny animals più celebri della narrativa mondiale viene minata sul piano sentimentale1: Topolino e Minni, due perfetti sconosciuti, appaiono agli occhi del lettore come nuovi. Lui, un tempo celebre per risolvere indagini con saccenteria e senza fatica, è ora un individuo dinamico privo di grandi rapporti col prossimo (gli altri) se non dietro richiesta e pagamento. Una maschera che ammalia. Lei, leziosa damigella borghese in -troppe- storie degli anni Ottanta, attinge ai toni migliori delle protagoniste di Jane Austen: tormentate e spesso disposte a tutto pur di mantenersi all’altezza dei propri desideri. Solo però più forte, perché coglie con precisione due stati del nostro presente, del presente della condizione femminile nella società, che sembrano ormai giunti al punto di non ritorno. Quello del senso di solitudine e alienazione, anche se non del tutto privo di speranza, di chi è preda d’un amore impossibile-non corrisposto e il conseguente bisogno d’amore che sfocia, in genere, nell’incomunicabilità.

Come la protagonista del film Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni -ogni somiglianza nel titolo è ovviamente casuale- Minni è vittima di un’angoscia che non riesce a percepire come tale, in attesa di un segno, una “scintilla” che ridia senso alla propria vita tormentata. E anche se non sembra che le facciano male «i capelli, gli occhi, la gola o la bocca», il suo sgomento è assolutamente lecito quando una volta raggiunta Lak Salaat di Trevor non v’è traccia. Ma la vicenda non si focalizza sulla borghesia tanto quanto la pellicola di Antonioni. Nel caso nostro la battuta di Monica Vitti assumerebbe i toni di un perentorio ritorno al punto di partenza, allo status quo e non certo quelli di una «allarmante critica storico sociale»2. Minni, ormai priva di punti di riferimento, si trova finalmente a dover scegliere per se stessa: le decisioni prese sinora -le incertezze- paiono irrisorie in confronto. Davvero il viaggio era «la migliore ricompensa»? Mettersi in cammino verso una meta può scardinare l’insieme di pregi e valori che alla meta stessa attribuiamo?

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In un’intervista del 2013, gli autori ammettevano di essere «molto affezionati a questa storia, perché racconta tanto del nostro amore per i viaggi insoliti e il dono degli incontri inaspettati». In tal senso, la conferma che non vi sia niente di manicheo nella sceneggiatura, come da troppo tempo ci hanno abituato gli autori di Topolino -o per lo meno alcuni di loro- ribadisce l’eccezionalità della situazione. Una storia in cui la trama è senza dubbio l’ultimo dei problemi, e i modi ricercati per farsi giustizia -compreso quello che porta alla conclusione- sono intrapresi dapprima con grande riluttanza, mai veramente considerati la ‘scelta giusta’. «Mi sono resa conto solo al mio ritorno quanto quell’esperienza sia stata preziosa e vi chiedo scusa se in qualche momento ve l’ho resa.. come dire: insopportabile» è costretta ad ammettere la protagonista in una sofferta missiva che non sa se affidare o meno alle poste. «Siete una guida premurosa e competente», continua «e vi auguro di avere tanti altri clienti da scortare nel prossimo futuro». Non riesce a farsene una ragione ma è già innamorata di lui e follemente. Il pensiero dello spirito di Trevor però si sente ancora e non può fare a meno di ripresentarsi nelle tavole finali, quando giunge la notizia di una sua nuova opera, profondamente diversa dalle precedenti: “Il grande mare di sabbia”. […] Minni vive dentro di sé gli scontri-sconvolgimenti, etici e filosofici di una belle époque in perentorio declino. Ne è il sismografo: la registrazione di un viaggio interiore, il coraggio di vivere in maniera “radicale” per amore di un sentimento viscerale che non dà adito a volersi fermare. L’ultimo atto di un primordiale processo di autoanalisi – “L’interpretazione dei sogni” è del 1899.

In questo denso tramonto di colori -tendenti al ciano e al verde acqua, in vista del finale ‘urbano’ ambientato a San Francisco- Teresa Radice opera un lavoro di fondamentale importanza sui testi: soliloqui profondi e metafore argute, in armonia con i ritmi visivi che suscitano situazioni cromatiche dissonanti: non esiste in alcuna vignetta della storia una sola parola soggettiva contrapposta a una soggettiva visione. Nei dialoghi come negli sguardi la soggettività dei temi -dei contenuti- è sempre posta in essere al cospetto di un ambiente desertico, apparentemente impossibile che il disegnatore -Stefano Turconi- ha deciso di rappresentare senza prospettiva. Sia nei fumetti per Topolino, sia in quelli per Bao Publishing -uno su tutti Non stancarti di andare3– Turconi ha selezionato, nel tempo alcuni leitmotiv grafici che ricoprono anche la funzione di elementi poetici di raccordo fra la parola scritta e l’azione disegnata. Fondali distanti “à la Friedrich”, molto sfumati; dettagli folli spesso anche minuscoli di volatili che reagiscono ai botta-e-risposta dei personaggi, segno che anche il “contesto” è parte integrante della vicenda. Con Turconi diventano ‘leitmotiv’ i personaggi stessi, visualizzati con uno stile anticonvenzionale, dinamici nel disegno come nell’indole e incapaci di resistere alle tentazioni del viaggio. Lo stesso viaggio difatti è un leitmotiv fondamentale. Non è un aspetto da poco, perché Turconi e Radice hanno ribadito nell’Italia del fumetto l’idea di non poter prescindere dalla propria esperienza personale. Vero fascino di questa storia – e di tutte le storie come questa – è l’incapacità di discernere “ciò che è fiction” da ciò che potrebbe davvero essere accaduto alla coppia di autori. Che giusto pochi anni prima di mettersi al lavoro su “Topolino e il grande mare di sabbia” ha vissuto una lunga esperienza in Algeria, in compagnia dei tuareg, e che fin da quando ha scritto e disegnato le prime pagine della storia stava raccontando, anche
emotivamente, una storia inattuale.

[1] Non è proprio la prima volta, ma ci siamo capiti.
[2] Presentazione di Maurizio Porro, riprese di Leonardo Festa e Ciak Video Produzioni, dai Contenuti speciali del DVD edito da Medusa Video.
[3] Il cui slogan, peraltro, fu “attendere: infinito del verbo amare”.

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