Il talento c’è e si vede: tre domande a Nicola Gobbi

Un venerdì sera come tanti. In TV, l’appuntamento fisso con Propaganda Live, il programma condotto da Diego Bianchi. Ordinaria amministrazione. Giunti alla mezz’ora, la presenza di un certo ospite mi scuote. Nicola Gobbi, 33 anni da Ancona, autore di fumetti x Eris (Comincia adesso, Come il colore della terra &altri) saldamente trapiantato in Francia; a quanto sento è a lui che dobbiamo l’immagine più virale degli ultimi giorni, l’effige del “principale antidoto alle correnti populiste”, le Sardine. ‘A Nicola potrei girare un paio di domande’, mi sono detto. Il risultato è questa breve intervista, inaspettata e piacevole.


Se non fosse stato per la tua apparizione televisiva non mi sarei mai accorto che il logo delle Sardine fosse farina del tuo sacco. Solo più tardi ho notato la firma. È mai capitato che i giovani specificassero la paternità dell’immagine?

Bella domanda. Sinceramente non ne sono sicuro, ma credo l’abbiano fatto in qualche post sui social. Io purtroppo non sono un grande utilizzatore di social network: sebbene provi a stare al passo con i tempi, il più delle volte mi perdo nel mare di post. Comunque come spesso faccio quando devo fare un disegno in sostegno di una battaglia politica che reputo importante, sono io che scelgo di donare il mio lavoro e una volta uscito dalla mia matita il disegno comincia una nuova vita autonoma e indipendente da quella del suo creatore. E infatti all’inizio anche per motivi estetici non l’avevo neanche firmato. Ho conosciuto Mattia Santori anni fa durante il mio periodo bolognese, grazie ad un’amicizia in comune; quando hanno promosso il primo flash mob a Bologna ha pensato di contattarmi per chiedermi un disegno veloce da usare come copertina della loro pagina FB consapevole del mio lavoro e dell’impegno politico delle storie che cerco di raccontare. Mattia mi ha spiegato velocemente quel che volevano fare con questa mobilitazione, l’idea del banco di sardine opposto allo squalo leghista. Venti minuti dopo, la figura era fatta e cominciava il suo viaggio.

Non tutti i disegnatori sono altrettanto abili con loghi-grafiche o “banner”. Nel tuo lavoro però c’è sempre una forte componente grafica: penso per esempio alla cura del tuo design per l’emblema dell’iniziativa sociale Kobane Roots.

Penso che la realizzazione di un buon logo o una buona vignetta sia una cosa estremamente difficile. Raggiungere una sintesi efficace e accattivante per lo spettatore è tremendamente complesso. È un lavoro che mi mette sempre un po’ in crisi. Sono legato alla sequenza, se non metto una vignetta dietro l’altra mi sento male. Per questo motivo sono davvero felice di aver azzeccato alcuni loghi o vignette e sono particolarmente entusiasta di avere ricevuto le lodi da un maestro come Makkox, che di sintesi ed efficacia se ne intende. Il fumetto, che Eisner chiamava arte sequenziale, resta però il mio linguaggio preferito.

Hai un debole per il bianco e nero, mi pare di capire. Sei cresciuto con Alack Sinner di Muñoz e lo testimoniano i volti dei tuoi personaggi: ho riscontrato una forte somiglianza soprattutto nella tua opera prima, Ipotesi su Alexander Langer, anch’essa rigorosamente in bianco e nero. La scelta di non colorare il logo è data da questo aspetto? Anche il lettering è tuo?

Già. Amo il bianco e nero, ma paradossalmente quasi tutti i miei lavori sono a colori. Ho una grande passione per il fumetto argentino e i maestri del bianco e nero, ma negli ultimi anni mi sono quasi sempre confrontato con storie che chiedevano a gran voce il colore. Penso che nel fumetto tutto abbia una certa funzione narrativa: alcune storie hanno bisogno di colori per dire determinate cose, altre hanno bisogno del bianco e nero, ed è per questo che spesso il mio gusto personale si piega alle esigenze del racconto. Nel caso delle Sardine mi è sembrato naturale l’utilizzo del b/n. Il colore sarebbe stato superfluo, e non avrebbe raccontato nulla di più. Per quanto riguarda il “lettering”: i primi li ho realizzati io –Bologna non si lega e l’Emilia-Romagna non si lega– dietro ordini degli organizzatori naturalmente. Per quel che riguarda lo slogan alternativo, (‘Bologna si sLega’), trovo più efficaci i precedenti a essere sincero: mi paiono adatti all’idea originale della contestazione. I giochi di parole con “lega” sono numerosi: anche l’idea di slegarsi da un tipo di narrazione e racconto politico non mi sembra poi così male. Mi ricorda un vecchio pezzo rap del 1992.

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Uno degli ultimi fumetti di Nicola…

In un tuo fumetto recente ho notato, invece, una forte influenza del tratto di Cyril Pedrosa e un utilizzo del colore molto sfumato, paragonabile all’uso che ne fa Stefano Turconi nei suoi lavori. Hai già trovato la tua dimensione in tale tecnica? Oppure nella precedente avevi esaurito le cose da trovare?

Diversi anni fa, mia zia mi regalò un fumetto acquistato all’ormai scomparsa fumetteria francese di Roma. Quel fumetto era giusto Le tre ombre di Pedrosa. Da allora non comincio mai un nuovo lavoro senza avere un suo fumetto sulla scrivania. Ho cercato per anni di copiarlo, di carpirne i segreti e solamente da poco inizio un po’ a distaccarmi. È un fumetto in bianco e nero che ho amato molto ma anche nell’utilizzo del colore penso che Pedrosa sia un maestro. Da quando poi con Portugal ha iniziato ha giocare con le trasparenze, costruendo un’atmosfera a tratti spettrale, come se i suoi personaggi non si muovessero tanto nel loro presente quanto all’interno dei loro ricordi, sono rimasto assai affascinato; ho cercato più volte di fare mia questa sua intuizione. Per la storia che citi, Surgelati, quest’atmosfera era perfetta! Mi piacciono molto i colori piatti ‘pop’ ma anche le tinte pastose che ti permettono di creare effetti tanto materici quanto evanescenti. Ritengo che Stefano Turconi abbia trovato una sintesi ottima tra questi due stili di colorazione. Personalmente la mia ricerca non parte direttamente dall’osservazione del suo lavoro -che pure apprezzo-, quanto dall’amore per i colori a matita che ho cominciato a usare da ‘Come il colore della terra’ per dare la giusta consistenza a una storia ambientata in un luogo variopinto come il Messico. Negli anni credo di aver trovato anch’io una mia sintesi, ma non mi piace adagiarmi su una tecnica. Credo che ogni storia abbia bisogno del suo stile per essere raccontata al meglio.

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…a confronto con “Gli Equinozi” di Cyril Pedrosa

Da alcuni anni vivi e lavori in Francia, pubblicando regolarmente fumetti con case editrici transalpine, ma non hai mai abbandonato i contatti con l’Italia. Ti definiresti un “cervello in fuga”? E com’è invecchiato l’inossidabile mercato della bande dessinée dal tempo in cui lo hai battezzato ad oggi?

Non mi credo tanto un cervello in fuga quanto un cittadino del mondo. Seppur ami profondamente i luoghi dove sono nato e cresciuto, concetti come patria e nazionalità mi sono sempre stati stretti. Quando sono arrivato in Francia tre anni fa era il periodo natalizio e i muri della metro erano tappezzati di réclame di fumetti… non potevo credere ai miei occhi. Nonostante la crisi della carta stampata si senta anche qua, i fumetti sono presenti nella vita quotidiana dei francesi, tutti hanno degli albi a fumetti in casa; anche qui come in Italia (ma con le dovute differenze) si stampa tanto, forse anche troppo. È assai difficile far emergere il proprio lavoro. Per quel che mi riguarda, sono in libreria con il mio primo libro transalpino da poco più di un mese, e ancora non riesco a fare un’analisi puntuale sullo stato del fumetto francese, certamente in buona sofferenza, ma con un rapporto con il pubblico -e un passato- ben più solidi.

Dall’anonimato alla notorietà televisiva, com’è cambiata la tua relazione con il pubblico? Sono bastati cinque minuti di centralità in un programma social come Propaganda Live per far sì che i media si focalizzassero su di te?

Il mio rapporto con il pubblico non è cambiato in maniera particolare. Ricerco sempre un ‘confronto’ con chi legge le mie storie; è per questo che amo girare con i libri a fare presentazioni. Penso che il confronto con i lettori sia davvero importante, e ti aiuti a comprendere meglio aspetti del tuo lavoro che magari da solo non saresti riuscito a notare. Certamente la mia partecipazione in TV è stata una bella vetrina, alcune testate si sono interessate a me e ho rilasciato un po’ di interviste, ma soprattutto ho avuto modo di prendere ‘contatto’ con personalità davvero interessanti -sia umanamente sia professionalmente- che spero potranno aiutarmi a dare maggiore visibilità alle mie opere future. Per il momento, nessun editore si è fatto vivo, ma io sono appena partito con il mio nuovo libro francese, quindi per un anno buono sarò molto impegnato.

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“In questa vignetta, realizzata anni fa, ho cercato di descrivere il mio rapporto con il colore.”

Domanda un po’ sui generis. Qualche tempo fa in un’intervista affermasti che Alexander Langer – sempre lui – “faceva delle sue scelte quotidiane il suo fare politica”. Pensi che oggi le Sardine rispecchino questa visione delle cose, per merito del loro ‘fare politica senza i politici’? Langer cosa penserebbe di loro?

Domanda complessa e interessante. Langer ha scelto di togliersi la vita nel ’95 quindi la mia generazione non ha avuto modo di conoscerlo direttamente ma solo di leggere i suoi scritti e osservare il lavoro politico che ha portato avanti durante la sua vita. Io mi ritengo molto fortunato ad avere conosciuto diverse persone che a Langer erano vicine o che con lui hanno collaborato. La luce che ho visto nei loro occhi quando parlavano del loro Alex mi ha restituito solo in parte lo spessore umano di questo anomalo uomo politico. Certo, non saprei dire con esattezza che opinione avrebbe avuto Langer su un movimento come quello delle Sardine. Sicuramente sarebbe stato contento di vedere migliaia di giovani e diversamente giovani che si ritrovano in piazza per confrontarsi in modo pacifico, dialogare e dire basta a una retorica politica fatta di violenza, aggressività e semplificazioni che sfiorano la menzogna – se siamo fortunati. Langer costruiva ponti, non muri: contrapponeva al motto olimpico “più forte più veloce e più in alto” la sua interpretazione del vivere comune e del “fare” politica seguendo concetti opposti: più lentamente, più in profondità, con più dolcezza. Alexander Langer lottava per una vita e una politica -per me i due termini non sono molto distanti- agli antipodi di quella contemporanea, ed è forse anche per questo che scrisse nel suo messaggio d’addio: “I pesi mi sono diventati davvero insostenibili” e concluse dicendo “continuate in ciò che era giusto”. Alexander Langer era l’opposto dei politici contemporanei: spero che le Sardine gli assomiglino più di quanto io possa immaginare.

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