Alcune considerazioni sui premi Boscarato

Andrea Gagliardi ha risollevato una vecchia questione: la proliferazione -e la conseguente riflessione sull’utilità- di premi e riconoscimenti fumettistici qua in Italia. Il post su Facebook è stato ampiamente discusso, e nel giro di poche ore contava già decine di interventi pertinenti. Perché la questione è quanto mai opportuna, in un Paese che vive da quasi vent’anni una costante crescita delle manifestazioni culturali vincolate al fumetto, fiere e festival inclusi. Uno sviluppo che, se da un lato accerta la maturazione di una nicchia merceologica consistente, per densità distributiva e volumi di pubblico, dall’altro è ancora preda della disarticolazione con cui va sviluppandosi, molto spesso al centro di piccoli e grandi conflitti multimediali: attori super-quotati che ne parlano a vanvera, politici che sminuiscono determinati editori, primi cittadini che non aprono le porte delle città a determinati artisti. Da tempo anche i premi sono parte del dibattito. La loro stessa presenza e diffusione -evento che vai, premio che trovi- ci dovrebbe far riflettere su quale sia il loro ruolo e nondimeno dirci qualcosa sulla loro formula. Nonostante abbiano nomi diversi, infatti, sembra proprio che i riconoscimenti del Napoli Comicon e di Lucca – rispettivamente Micheluzzi e Guinigi – si assomiglino molto. Così era almeno fino a un anno fa. A ogni modo, siccome gli argomenti non mancano, prenderei subito in analisi le perplessità espresse direttamente dal post di Gagliardi: qual è il ‘significato’ di un riconoscimento? con quale criterio vengono selezionate le nomination?

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Piccola premessa: nel post Andrea parla di volatilità dei giudizi su alcuni premi riferendosi al fatto che nell’ambito della consegna dei premi Boscarato – sette giorni fa, al Treviso Comic Book Festival – buona parte degli autori in gara ha deciso più o meno consapevolmente di non condividere sui social la gioia del momento: della candidatura. Al contrario i pochi vincitori non hanno esitato a ‘farsene un vanto’, tant’è che nelle ore immediatamente successive all’evento molti dei loro profili FB e Instagram – inclusi quelli delle case editrici – davano subito testimonianza dei fatti. Ora. L’idea della volpe e l’uva a mio avviso non rende al meglio la situazione, ma è vero che la visibilità di un riconoscimento -il grado di scandalo, se vogliamo, che riesce a smuovere- è una componente fondamentale nella sottile corrispondenza autore-lettori. È anche vero, però, che il ruolo di un premio non si esaurisce sempre in una generica e indistinta visibilità. Ne è un ottimo esempio il cinema, dove il peso specifico degli Oscar è molto maggiore rispetto ai Sundance Awards. Allo stesso modo, nell’Italia del fumetto, una fiera come Romics ha molti più visitatori, eppure i premi del Comicon sono certamente più visibili, mediaticamente parlando.

Molti dei numerosi premi culturali perseguono quindi strategie diverse dalla visibilità di massa, prediligendo magari una visibilità settoriale, circoscritta a uno specifico campo d’azione. O magari peculiarità del tutto differenti, primo fra tutti il riconoscimento all’interno di un network -premi dati da artisti ad altri artisti, da critici ad altri critici, eccetera. Lo sottolineava, nei commenti, Marco D’Angelo: l’approccio è completamente diverso; negli Usa si premia l’industria nel suo complesso si mettono in risalto le professionalità e si utilizza il premio come vetrina del prodotto. In Europa le fiere adorano l’esaltazione dell’autore e del suo bagaglio artistico. A me sembra che i piccoli premi italiani di fumetto seguano questa linea di condotta, dove invece del regista c’è l’autore, di solito quello di graphic novel che si avvicina al modello cinematografico-letterario di un artista così inteso. Tuttavia questa posizione non è senza conseguenze: per meglio dire, non è priva di confusioni. La contrapposizione settoriale tra bene e male -autori/critici- è un’approssimazione rischiosa, e può trarre in inganno. L’ha ricordato Simone Rastelli: celebrare o segnalare? Potrebbe dipendere dal metro che adotta il premio, la selezione dei lavori e il dibattito tra i giurati?
Quale potrebbe essere il senso del riconoscimento in questo caso?

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Un riassunto dei premi assegnati nei quattro maggiori festival italiani. Aggiornato al 2018

Il grafico parla chiaro. Il problema della proliferazione deriva dalla sostanziale rassomiglianza tra le formule che i diversi premi hanno via via adottato con gli anni, fino alla scorsa stagione. Le fiere più visibili hanno sempre puntato sulla qualità, riconoscendo la bravura di autori noti e ignorando -un po’ meno negli ultimi tempi- il meglio dei comics autoprodotti. Lucca si dimostrava propensa a copiare gli americani -credo guardasse più agli Eisner che agli Harvey-, e la consegna dei Micheluzzi a Napoli scimmiottava la formula di TCBF: tantissime categorie, alcune anche uguali; maggiore attenzione per gli aspetti tecnici del mestiere -editorie estetica, colore- e una preparata giuria, presieduta da esimi ricercatori ed esperti del settore. Dalla tabella ho escluso alcuni ‘parametri’: il Premio Nuove Strade che mi è sembrato fuorviante data la sua unicità; quello alla ‘miglior realtà editoriale’ di TCBF -tornerà utile in seguito- e le categorie di Romics, troppo distanti dagli altri prospetti fieristici, e se vogliamo dirla tutta troppo poco europee per potervi competere. Fra tutti quello di Lucca mi pareva l’impianto più consolidato e allo stesso tempo attento all’identità dei premi. A capire cioè cosa andasse premiato e in che modo: separando autoconclusione e prodotti seriali, valorizzando i critici e quasi proponendo un riconoscimento hollywoodiano per i grandi autori -lo Yellow Kid- come chiosava D’Angelo.

Le più recenti esperienze in campo internazionale dimostrano che un simile assetto non è più in grado di fronteggiare l’industrializzazione del medium. È necessario tutelare l’autoproduzione, legittimare il fumetto digitale, ricreare le categorie di genere, diffidare dei termini acchiappa-like, o perlomeno farne buon uso. Dunque ridisegnare le formule. Non nego che in certi ambiti ci si stia già rimboccando le maniche: a Napoli per esempio, dove nell’ultima edizione il team guidato da Matteo Stefanelli ha snellito notevolmente la scaletta, con la redistribuzione dei premi secondo le varie categorie distributive – circuito librario, circuito seriale, autoproduzioni – ed extraterritoriali: serie straniera, graphic novel straniero, etc. Anche i parecchi tagli mi sono sembrati pratici e interessanti: la scelta di non dedicare premi espliciti agli autori, ad esempio, l’ho trovata particolarmente azzeccata, in linea con una certa consapevolezza di fondo. La consapevolezza di chi ritiene migliore focalizzarsi sulla filiera di prodotti, piuttosto che sull’autore in sé. Riconoscere l’operato non solo degli artisti ma anche dei “tecnici” dietro cui si celano la fama e la buona riuscita di un prodotto è la vera sfida della stagione futura. L’innovazione editoriale può essere veicolata da riconoscimenti specifici, via via più settoriali: social media manager, pubblicitari, letteristi, inchiostratori, coloristi, impaginatori. Anche la sensibilità critica potrebbe essere stimolata: cosa divide una buona mostra museale da un prodotto cartaceo di saggistica? Non sono forse entrambi dei tentativi di divulgazione? Tra non molto ci ritorneremo.

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Stessa tabella di prima, relativa alla stagione in corso. Aguzzate la vista e trovate le differenze

Accennavo in apertura alla raffinatezza del problema: niente di più vero. Per diversi motivi, chiaramente. Perché la crescita di visibilità dei riconoscimenti maggiori è tanto costante quanto disarticolata, ad esempio. O perché ancora non è nato un ente che tuteli l’assegnazione di premi fumettistici in Italia. In ogni caso, che ci piaccia o meno, il loro attuale stato di salute mi pare tale da ritenerla un’occasione utile per esternare un paio di impressioni, e azzardare anche qualche piccola proposta personale:

  • riconoscere l’abilità di un autore di fumetti era impensabile sino agli anni Sessanta: assurdo dimenticarlo, così come è assurdo pensare che l’unica e sola funzione dei premi sia di carattere socioeconomico [ha vinto un premio perciò va acquistato e letto ad ogni costo], laddove invece dovrebbe potere assumere una valenza conoscitiva, alimentando la buona nomea di questa o quell’opera misconosciuta -magari anche dietro un incentivo monetario, come sostiene Gipi da un po’ di tempo.
    E
  • in Italia, i testi di studio-analisi sul fumetto sono in costante aumento: nel recente decennio ammonteranno sì e no al 70% del totale. Ma quanta dose d’inchiostro è stata spesa realmente per promuovere le skill di un autore in erba? Quanti artisti sono davvero esplosi grazie alla ‘spinta’ della critica? È difficile dirlo; forse soltanto Mattotti del quale già dibatteva il buon Daniele Barbieri sui quotidiani di metà anni Novanta. Ma perché avviene tutto ciò? Gli autori e i critici hanno instaurato una rete di comunicazione abbastanza solida, a mio avviso. Tale per cui alcuni siti di critica ospitano molto spesso gli interventi degli artisti i quali, a loro volta, hanno la possibilità di parlare male -sui social- di quel dato critico. Ora più che mai però serve un salto in avanti: non più solo preoccuparsi dell’integrazione critici-artisti, ma anche rinnovarne il “patto” che sta alla base. Un patto di estrema fiducia.
    E
  • Ecco perché suggerirei di inserire, in un prossimo futuro magari, quando le acque si saranno calmate, un riconoscimento ‘inter-network’: una giuria di soli autori -i migliori dell’anno precedente, per dire- che premia l’opera del critico-realtà di critici che meglio sa veicolare nuovi talenti, divulgare certi concetti, recensire-consigliare le ultime novità, narrare determinate storie, magari avere pure il coraggio di criticare il lavoro di altri autori, perché no. Conflitto di interessi a parte, credo sarebbe una prova di maturità più forte del previsto cui sottoporre il fumetto e il suo mercato; ed è per questo che vi invito a considerare alcuni lati positivi: recensori motivati, studiosi meno superficiali e una lenta e progressiva mutazione dell’idea accademica della materia, con l’ipotesi -sempre lontana- di una facoltà universitaria ad essa dedicata.

Insomma: la dicitura ‘miglior piattaforma di critica’ mi suona proprio bene.
A differenza di molte altre.

3 pensieri su “Alcune considerazioni sui premi Boscarato

  1. Sollevi molti temi importanti e ti ringrazio per aver riportato anche il mio pensiero. Faccio notare un altro aspetto che, secondo me (insisto), distingue molto l’idea di premio “autoriale” italiano/europeo rispetto all’approccio americano. In Italia esistono pochi premi dedicati alla suddivisione industriale del lavoro del fumetto: sceneggiatura, disegno, d’accordo, ma ci sono anche la colorazione, il lettering, la cura editoriale (quando si tratta di serie)… Di questo i festival e le giurie non tengono conto, perché quello che interessa è il modello “artistoide” dell’autore deus ex machina del fumetto. E’ vero che oggi il fumetto seriale e popolare è andato “in crisi”, mentre sembra prevalere il formato “graphic novel” in cui l’autore unico ha una maggiore legittimazione. Ma ciò non toglie che finché i premi si limiteranno a scandagliare solo una parte del panorama espressivo, trascurandone completamente un’altra, avranno sempre una scarsa autorevolezza e una credibilità ridotta, chiunque ci sia in giuria.

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    1. Puntualizzazione utile, Marco. In Italia, come in Europa, si tende a prediligere la cultura del singolo, a beneficio dell’autore unico e a discapito dell’industria. Mancano ancora molti premi “tecnici” -lettering, cura editoriale, colore- e sicuramente, pur essendovi eccesso di riconoscimenti festivalieri, gli autori premiati non rasentano che la punta dell’iceberg.

      Anche l’autorevolezza, però, è un fattore che si acquisisce sul campo. Non si diventa certo “Oscar in un giorno”, mediaticamente parlando, né l’apertura ad altre categorie garantisce l’istantanea ascesa di un dato premio. Secondo me, in un simile momento storico, dovremmo interrogarci più sugli automatismi commerciali interessati dall’assegnazione dei premi che sui loro risvolti prettamente mediatici, perché la situazione è comunque molto migliore rispetto a dieci anni fa.

      Certo, a Lucca tutto ciò che un colorista può aspettarsi di ricevere è un complimento sincero. Niente di più. E a Napoli, con mio grande dispiacere, hanno abolito la categoria “miglior webcomic”. Tradotto: c’è ancora tanto da migliorare. Ma il fatto stesso che se ne parli è sintomo di una propensione al cambiamento sempre più diffusa nei festival.

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