Avere più follower (spesso) significa avere successo

Ma non è sempre così. Su Instagram, ad esempio, l’osservazione empirica del rapporto tra il numero di seguaci di un account e la media-like dei suoi post è spesso indice di una connessione molto debole, per diverse ragioni. Perché il ritmo di aggiornamento non è sostenuto; perché il contenuto si presta poco a diventare virale; perché il tipo di target cui si riferiscono alcuni profili non fa del passaparola un punto di forza ma anzi vive della pigrizia esponenziale con cui cresce nel tempo. Oppure più semplicemente perché l’algoritmo si guasta senza un apparente motivo. Per quanti tentano di fare fortuna coi social è un serio problema, capace di generare guai e perdite di denaro altrettanto serie.

I fumettisti italiani che lavorano su Instagram sono interessati dal fenomeno? Ho fatto una piccola indagine: ho cercato di capire quante sono le fortezze dei fumettisti con maggior seguito -da Sio a Natangelo, con parecchie sorpresine nel mezzo- e in seguito ho calcolato la media-like degli ultimi cinque post ad account. Nelle tabelle che seguono ecco riassunta la comparazione tra valori: appunto pubblico d’iscrittimole di apprezzamenti; con le relative annotazioni in calce: se l’account è verificato o meno, a quale casa editrice si appoggiano gli autori, eccetera. Cosa ho scoperto? Che nella stragrande maggioranza dei casi il grado di dipendenza tra l’uno e l’altro fattore è estremamente alto; che quindi in linea di massima, la piega digitale assunta dal fumetto -qui in Italia e solo nei casi eclatanti- sembra perseguire una stessa, immutabile direzione.

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Giallo: Shockdom • Arancio: BeccoGiallo • Celeste: Bao Publishing • Grigio: autori di satira

I fattori che spiccano mi sembra siano essenzialmente due. Primo: la presenza attiva dei fumettisti su Instagram riguarda tutte le categorie di fumettisti: da chi utilizza Instagram come fulcro delle attività di lavoro a chi vuole rendere il proprio -presso una licenziataria, ad esempio- un pochettino più popolare. Da Mattia Labadessa a Giorgio Cavazzano. E, crisi o non crisi del social network delle immagini, la quantità di seguaci per ogni profilo è sensibilmente mobile anche nel giro di poche ore: c’è chi sale, vertiginosamente, e c’è chi scende. Il che non significa nulla di più e nulla di meno di questo: avere più follower non significa pubblicare contenuti ad hoc, pensati e sviluppati unicamente per la piattaforma; né tantomeno +like. I 7400 follower di Cavazzano reagiscono più attivamente degli 8500 di Martoz, per le stesse cause di prima: aggiornamento leggero, contenuto molto poco virale, differenze di pubblico… Pensate solo a tutti quei disneyofili di lunga data che impazziscono -ogni volta- per il fatto di poter avere un disegno di Cavazzano proprio là, sul display dei loro telefonini. Sono seguaci in attesa, che in qualche modo sanno già cosa aspettarsi da certi account. Sono lettori che sperano, direbbe Makkox.

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Bianco: freelance • Rosso: Coconino • Corsivo: casi particolari • Font azzurro: Panini Disney

Guardiamo ora la classifica: un secondo aspetto significativo è il piazzamento dei soliti noti -Zerocalcare, Labadessa, Sio- la cui egemonia culturale, almeno sul social, è stata arginata da realtà non ancora dibattute nei salotti di critica e di cui si parla ancora molto poco. Coma Empirico (BeccoGiallo); Alessandro Perugini (Tunué); Boban Pesov (già Youtuber), Don Alemanno… Persino chi è in testa alla classifica, il ventottenne Giulio Mosca, con oltre 40mila iscritti di differenza rispetto a Sio, al di fuori del social non lascia traccia di sé. Perché? E come mai, pur essendo tra i 5 più seguiti di Instagram, il fumetto-mondo si allontana da realtà come pera-comics o dado-stuff che pure pubblicano con frequenza anche in cartaceo? Le risposte non mancano: da un lato è vero che le gerarchie statistiche non hanno mai soppiantato quelle socioculturali, per cui Sio resterà più famoso di Pietro Zemelo, nonostante la perentoria ascesa di quest’ultimo. Dare sempre la colpa al contenuto, però, rischia di diventare controproducente e, spesso, può trarre in inganno. Non scordiamoci che due delle più alte medie-like della classifica spettano ad autori monotematici per così dire, il cui tipo di contenuto è tanto esclusivo quanto irresistibile per il proprio fruitore-modello. Parlo ovviamente di Boban Pesov e Milo Manara.

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Applicazione dell’indice chi-quadrato. Valori aggiornati al 20-10-2019

I disegni di Labadessa

Seguitissimo influencer, improvvisato cantautore, Mattia Labadessa è proprio un disegnatore coi fiocchi. Il successo culturale dei suoi lavori sul web, spesso confinato al tono e all’attualità dei temi messi in gioco, non sarebbe cresciuto così esponenzialmente se lo stile grafico adoperato per il suo attore feticcio -il celeberrimo, ormai, uccello col maglione giallo- non fosse via via mutato con gli anni. Quasi fosse un giornalista o un attento scrutatore della sfera sociale, Labadessa ha un talento visivo innegabile, e la sua abilità nel costruire scene e miti capaci di influenzare le masse -tanto da indurle ad esclamare anche per me è così!– è stata decisiva, e i milioni di fan sembrano dimostrarlo. Dal 2012 ad oggi, da quando cioè Labadessa ha cominciato a pubblicare illustrazioni sui social, le cose sono leggermente cambiate. Prendiamo 4 strisce, una ogni fase creativa e giochiamoci un po’. All’inizio nell’anno che porterà alla raccolta Le cose così, edita da Shockdom, il segno è molto diverso dallo stile attuale: molto più definito, con corpi slanciati e dettagli dai contorni accennati, assai minimal. Come ha detto Sergio Ottaiano su Fumettologica c’è una quasi totale oscurità sul suo background grafico e fumettistico. Il disegno è infatti impreciso volutamente parziale, figlio di una controcultura underground che ci ha dato autori del calibro di Rincione e Spugna, e che solo di recente ha incontrato la benedizione popolare grazie a Zuzu. Per Labadessa il riferimento è alle algide geometrie di Riccardo Guasco e al suo stilizzatissimo segno per svariati poster e locandineUna delle mie principali fonti d’ispirazione. [fonte]

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Con la raccolta Mezza fetta di limone del 2017 avvengono alcuni cambiamenti. I colori, un tempo uniformi, si fanno via via più sfumati, tanto che i bordi dei personaggi tendono a confluire nel giallo della vignetta. Sbucano dei dettagli, quasi fossero piccoli easter egg: nella sequenza sotto, ad esempio, il libro che l’uccello tiene in mano reca l’immagine di un aereo in volo, che i fan possono identificare come simbolo dell’ansia e dell’onnipresente inquietudine di cui i disegni di Labadessa sono permeati. Anche il livello di antropomorfismo è più accentuato: i personaggi hanno dei risvolti umani evidenti e gli oggetti che li circondano -divano, libro e telecomando- paiono suggerire umanità, calore e schiettezza, tipici del focolare domestico.

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Nel corso del 2018 si intensifica la collaborazione con Shockdom, per i cui tipi viene pubblicata la 3rza raccolta, Calata Capodichino. Qui si acuiscono la cura per la linea – sia nei contorni che nei dettagli – e la sensibilità di regia. In altre parole, grazie a un massiccio uso della tecnica del soggettivo, l’uomo-uccello può finalmente brillare di luce propria. Sui social, a differenza che in libreria, Labadessa sceglie di aggiungere ai suoi lavori un feeling più contemporaneo, fatto di texture più fini e di nuovo minimal. La metamorfosi del segno, dovuta forse all’ausilio di una diversa piattaforma digitale per disegnare, infonde un tono ‘tribale’ alla scena, in grado di scavare a fondo nella strutturata maturità dei personaggi, ora non più uomini-uccello ma idee, ben più vane, impattanti e sofisticate. A quanto pare però è un periodo destinato a durare poco. Dopo una fase sabbatica, alcuni mesi fa, lo stile di Labadessa è cambiato ancora, e a farne le spese sono stati i suoi personaggi di sempre. Con una sola differenza: le strisce, ora, vengono messe in scena in modo che in ogni vignetta compaia qualcosa di visivamente rilevante. Spesso, per dirne una, il penultimo dei sei riquadri, che crea la sospensione decisiva prima del finalino, è una silhouette. La costruzione della scena, totalmente opposta ai debutti, non prevede più la ripetizione di vignette simili sostenute dal testo, bensì rapidi cambi di punti di vista e di inquadratura. Dunque occhio: in attesa di capire dove lo porterà la inusuale sensibilità registica, non applaudiamo Labadessa per il solo fatto che sa come ci si ingrazia la folla, ma anche perché – l’ho già detto? – è proprio un disegnatore coi fiocchi.

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Qualche ragionamento a freddo sui premi Boscarato

Andrea Gagliardi ha risollevato una vecchia questione: la proliferazione -e la conseguente riflessione sull’utilità- di premi e riconoscimenti fumettistici qua in Italia. Il post su Facebook è stato ampiamente discusso, e nel giro di poche ore contava già decine di interventi pertinenti. Perché la questione è quanto mai opportuna, in un Paese che vive da quasi vent’anni una costante crescita delle manifestazioni culturali vincolate al fumetto, fiere e festival inclusi. Uno sviluppo che, se da un lato accerta la maturazione di una nicchia merceologica consistente, per densità distributiva e volumi di pubblico, dall’altro è ancora preda della disarticolazione con cui va sviluppandosi, molto spesso al centro di piccoli e grandi conflitti multimediali: attori super-quotati che ne parlano a vanvera, politici che sminuiscono determinati editori, primi cittadini che non aprono le porte delle città a determinati artisti. Da tempo anche i premi sono parte del dibattito. La loro stessa presenza e diffusione -evento che vai, premio che trovi- ci dovrebbe far riflettere su quale sia il loro ruolo e nondimeno dirci qualcosa sulla loro formula. Nonostante abbiano nomi diversi, infatti, sembra proprio che i riconoscimenti del Napoli Comicon e di Lucca – rispettivamente Micheluzzi e Guinigi – si assomiglino molto. Così era almeno fino a un anno fa. A ogni modo, siccome gli argomenti non mancano, prenderei subito in analisi le perplessità espresse direttamente dal post di Gagliardi: qual è il ‘significato’ di un riconoscimento? con quale criterio vengono selezionate le nomination?

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Piccola premessa: nel post Andrea parla di volatilità dei giudizi su alcuni premi riferendosi al fatto che nell’ambito della consegna dei premi Boscarato – sette giorni fa, al Treviso Comic Book Festival – buona parte degli autori in gara ha deciso più o meno consapevolmente di non condividere sui social la gioia del momento: della candidatura. Al contrario i pochi vincitori non hanno esitato a ‘farsene un vanto’, tant’è che nelle ore immediatamente successive all’evento molti dei loro profili FB e Instagram – inclusi quelli delle case editrici – davano subito testimonianza dei fatti. Ora. L’idea della volpe e l’uva a mio avviso non rende al meglio la situazione, ma è vero che la visibilità di un riconoscimento -il grado di scandalo, se vogliamo, che riesce a smuovere- è una componente fondamentale nella sottile corrispondenza autore-lettori. È anche vero, però, che il ruolo di un premio non si esaurisce sempre in una generica e indistinta visibilità. Ne è un ottimo esempio il cinema, dove il peso specifico degli Oscar è molto maggiore rispetto ai Sundance Awards. Allo stesso modo, nell’Italia del fumetto, una fiera come Romics ha molti più visitatori, eppure i premi del Comicon sono certamente più visibili, mediaticamente parlando.

Molti dei numerosi premi culturali perseguono quindi strategie diverse dalla visibilità di massa, prediligendo magari una visibilità settoriale, circoscritta a uno specifico campo d’azione. O magari peculiarità del tutto differenti, primo fra tutti il riconoscimento all’interno di un network -premi dati da artisti ad altri artisti, da critici ad altri critici, eccetera. Lo sottolineava, nei commenti, Marco D’Angelo: l’approccio è completamente diverso; negli Usa si premia l’industria nel suo complesso si mettono in risalto le professionalità e si utilizza il premio come vetrina del prodotto. In Europa le fiere adorano l’esaltazione dell’autore e del suo bagaglio artistico. A me sembra che i piccoli premi italiani di fumetto seguano questa linea di condotta, dove invece del regista c’è l’autore, di solito quello di graphic novel che si avvicina al modello cinematografico-letterario di un artista così inteso. Tuttavia questa posizione non è senza conseguenze: per meglio dire, non è priva di confusioni. La contrapposizione settoriale tra bene e male -autori/critici- è un’approssimazione rischiosa, e può trarre in inganno. L’ha ricordato Simone Rastelli: celebrare o segnalare? Potrebbe dipendere dal metro che adotta il premio, la selezione dei lavori e il dibattito tra i giurati?
Quale potrebbe essere il senso del riconoscimento in questo caso?

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Un riassunto dei premi assegnati nei quattro maggiori festival italiani. Aggiornato al 2018

Il grafico parla chiaro. Il problema della proliferazione deriva dalla sostanziale rassomiglianza tra le formule che i diversi premi hanno via via adottato con gli anni, fino alla scorsa stagione. Le fiere più visibili hanno sempre puntato sulla qualità, riconoscendo la bravura di autori noti e ignorando -un po’ meno negli ultimi tempi- il meglio dei comics autoprodotti. Lucca si dimostrava propensa a copiare gli americani -credo guardasse più agli Eisner che agli Harvey-, e la consegna dei Micheluzzi a Napoli scimmiottava la formula di TCBF: tantissime categorie, alcune anche uguali; maggiore attenzione per gli aspetti tecnici del mestiere -editorie estetica, colore- e una preparata giuria, presieduta da esimi ricercatori ed esperti del settore. Dalla tabella ho escluso alcuni ‘parametri’: il Premio Nuove Strade che mi è sembrato fuorviante data la sua unicità; quello alla ‘miglior realtà editoriale’ di TCBF -tornerà utile in seguito- e le categorie di Romics, troppo distanti dagli altri prospetti fieristici, e se vogliamo dirla tutta troppo poco europee per potervi competere. Fra tutti quello di Lucca mi pareva l’impianto più consolidato e allo stesso tempo attento all’identità dei premi. A capire cioè cosa andasse premiato e in che modo: separando autoconclusione e prodotti seriali, valorizzando i critici e quasi proponendo un riconoscimento hollywoodiano per i grandi autori -lo Yellow Kid- come chiosava D’Angelo.

Le più recenti esperienze in campo internazionale dimostrano che un simile assetto non è più in grado di fronteggiare l’industrializzazione del medium. È necessario tutelare l’autoproduzione, legittimare il fumetto digitale, ricreare le categorie di genere, diffidare dei termini acchiappa-like, o perlomeno farne buon uso. Dunque ridisegnare le formule. Non nego che in certi ambiti ci si stia già rimboccando le maniche: a Napoli per esempio, dove nell’ultima edizione il team guidato da Matteo Stefanelli ha snellito notevolmente la scaletta, con la redistribuzione dei premi secondo le varie categorie distributive – circuito librario, circuito seriale, autoproduzioni – ed extraterritoriali: serie straniera, graphic novel straniero, etc. Anche i parecchi tagli mi sono sembrati pratici e interessanti: la scelta di non dedicare premi espliciti agli autori, ad esempio, l’ho trovata particolarmente azzeccata, in linea con una certa consapevolezza di fondo. La consapevolezza di chi ritiene migliore focalizzarsi sulla filiera di prodotti, piuttosto che sull’autore in sé. Riconoscere l’operato non solo degli artisti ma anche dei “tecnici” dietro cui si celano la fama e la buona riuscita di un prodotto è la vera sfida della stagione futura. L’innovazione editoriale può essere veicolata da riconoscimenti specifici, via via più settoriali: social media manager, pubblicitari, letteristi, inchiostratori, coloristi, impaginatori. Anche la sensibilità critica potrebbe essere stimolata: cosa divide una buona mostra museale da un prodotto cartaceo di saggistica? Non sono forse entrambi dei tentativi di divulgazione? Tra non molto ci ritorneremo.

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Stessa tabella di prima, relativa alla stagione in corso. Aguzzate la vista e trovate le differenze

Accennavo in apertura alla raffinatezza del problema: niente di più vero. Per diversi motivi, chiaramente. Perché la crescita di visibilità dei riconoscimenti maggiori è tanto costante quanto disarticolata, ad esempio. O perché ancora non è nato un ente che tuteli l’assegnazione di premi fumettistici in Italia. In ogni caso, che ci piaccia o meno, il loro attuale stato di salute mi pare tale da ritenerla un’occasione utile per esternare un paio di impressioni, e azzardare anche qualche piccola proposta personale:

  • riconoscere l’abilità di un autore di fumetti era impensabile sino agli anni Sessanta: assurdo dimenticarlo, così come è assurdo pensare che l’unica e sola funzione dei premi sia di carattere socioeconomico [ha vinto un premio perciò va acquistato e letto ad ogni costo], laddove invece dovrebbe potere assumere una valenza conoscitiva, alimentando la buona nomea di questa o quell’opera misconosciuta -magari anche dietro un incentivo monetario, come sostiene Gipi da un po’ di tempo.
    E
  • in Italia, i testi di studio-analisi sul fumetto sono in costante aumento: nel recente decennio ammonteranno sì e no al 70% del totale. Ma quanta dose d’inchiostro è stata spesa realmente per promuovere le skill di un autore in erba? Quanti artisti sono davvero esplosi grazie alla ‘spinta’ della critica? È difficile dirlo; forse soltanto Mattotti del quale già dibatteva il buon Daniele Barbieri sui quotidiani di metà anni Novanta. Ma perché avviene tutto ciò? Gli autori e i critici hanno instaurato una rete di comunicazione abbastanza solida, a mio avviso. Tale per cui alcuni siti di critica ospitano molto spesso gli interventi degli artisti i quali, a loro volta, hanno la possibilità di parlare male -sui social- di quel dato critico. Ora più che mai però serve un salto in avanti: non più solo preoccuparsi dell’integrazione critici-artisti, ma anche rinnovarne il “patto” che sta alla base. Un patto di estrema fiducia.
    E
  • Ecco perché suggerirei di inserire, in un prossimo futuro magari, quando le acque si saranno calmate, un riconoscimento ‘inter-network’: una giuria di soli autori -i migliori dell’anno precedente, per dire- che premia l’opera del critico-realtà di critici che meglio sa veicolare nuovi talenti, divulgare certi concetti, recensire-consigliare le ultime novità, narrare determinate storie, magari avere pure il coraggio di criticare il lavoro di altri autori, perché no. Conflitto di interessi a parte, credo sarebbe una prova di maturità più forte del previsto cui sottoporre il fumetto e il suo mercato; ed è per questo che vi invito a considerare alcuni lati positivi: recensori motivati, studiosi meno superficiali e una lenta e progressiva mutazione dell’idea accademica della materia, con l’ipotesi -sempre lontana- di una facoltà universitaria ad essa dedicata.

Insomma: la dicitura ‘miglior piattaforma di critica’ mi suona proprio bene.
A differenza di molte altre.