La riduttività del fumetto, secondo il vocabolario

Nell’osservare l’ennesimo dibattito sui fondamentali, circa le affermazioni di Toni Servillo prontamente smentite, mi sono trovato a riflettere su un modo o meglio un indicatore fumettologico parecchio inattuale, Anno Domini 2019, che, perlomeno fino a un certo periodo ha contribuito a distorcere la visione pubblica del fumetto, assecondandone le verità supposte e disconoscendone le potenzialità: dunque, il vocabolario. Detta così suonerà peregrina, eppure gran parte dei dizionari stampati in Italia, nel corso degli anni Ottanta-90, ha avuto un impatto cruciale nel diffondere una definizione per questa parola, e per tante altre ad essa correlate; in molti casi, ancor prima che gli editori del ramo generalista accogliessero le teorie dei semiotici. Il nostro è un Paese di ‘grande’ spessore critico in ambito fumettologico, principalmente per merito di chi, sapendone più di noi e vivendo in determinati contesti, ci ha lasciato ottimi insegnamenti, nelle ultime decadi. Ma come si saranno arrangiati, nella notte dei tempi, gli enciclopedisti italiani alle prese con enunciazioni, etimi e significati ingannevoli di locuzioni come graphic novel? Per scoprirlo mi sono fatto aiutare da alcuni testi cartacei -tra cui questo e questo-, e i risultati mi hanno davvero colpito.

Sono partito dalle basi. Dalle fonti del sapere più semplici, nelle quali persino un bambino, ammesso che l’uso del dizionario sia ancora previsto dai disegni educativi, potrebbe ritrovarsi: il Devoto-Oli junior. Un particolare cattura la mia curiosità quando rintraccio la definizione di fumetto: ossia, ci sono ben 3 ripartizioni di significato: dunque i curatori potrebbero aver attinto a scuole di pensiero diverse, accontentando il linguaggio dei critici e il gergo comune che vedeva -vede?- nel fumetto solamente il balloon dalla tipica forma a nuvola. I paragrafi che leggo confermano le mie previsioni. In primis, per il Devoto-oli il fumetto è: uno spazio a forma di nuvoletta che contiene le parole pronunciate dai personaggi di racconti o romanzi illustrati. In secondo luogo sta a intendere tutti quei racconti e romanzi realizzati con tale tecnica, oppure i libri e giornali che li contengono -e utilizza gli esempi è un disegnatore di fumetti e l’abusato legge solo fumetti. Gli autori ovviamente generalizzano, e non soltanto perché estendono il significato al contenitore -tirando in ballo l’aspetto editoriale del giornale che pubblica fumetti-, ma anche per via del cenno alla “ripartizione” tecnica, e dunque l’annoso scontro “storia a fumetti” vs elemento tecnico del fumetto, ad esempio il balloon. Solo alla fine il dizionario tiene a precisare che il fumetto può anche essere quel genere -genere? mah, ok- grafico e letterario che si basa su questa tecnica, la tecnica cioè tipica del mezzo sequenziale che in ottica mccloudiana intendiamo come “serie di immagini poste in sequenza con l’obiettivo di suscitare un particolare sentimento o un’emozione”. Niente male, sotto questo aspetto, per un dizionario gggiovane.

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I fumetti “riduttivi” che ci piacciono

In cerca di conferme -e con rinnovata fiducia, ho consultato una vecchissima edizione illustrata del Devoto-Oli senior, che oltre a ribadire l’uso fisico della parola (spazio dal contorno simile a quello d’una nuvola stilizzata, deputato a contenere le parole dei personaggi di raccontini e romanzetti illustrati -chissà poi cosa vuol dire, romanzetto), ne riportava ancora l’accezione dispregiativa. C’era però un fatto particolare. A differenza di altri casi, che ho avuto modo di analizzare in seguito, qui la riduttività del fumetto viene intesa come semplice assenza di complessità nei linguaggi forti, o per dirla con parole loro: simbolo di banalità nella letteratura e nel cinema. Azzeccatissime in tal senso: l’idea di un’opera cinematografica scioccamente sensazionale e piena di cliché, su cui ci sarebbe molto da discutere; l’allusione all’etimo della parola ‘fumettone’; e ancora, alla locuzione idiomatica del fumetto-film, ava forse dei cinecomic.

In generale, l’uso che fa questo vocabolario della parola mi è parso molto più interessante di altri, perché prescindendo dal contesto storico – e dalle tante insicurezze che animavano gli enciclopedisti nel parlare di fumetto d’arte – il testo si contraddice da solo. Pone le giuste basi per uno studio tecnico quando fa riferimento alla simbologia del balloon, e allo stesso tempo ne analizza un possibile risvolto infantile-dispregiativo. Nell’immaginario degli anni ’70 è un errore comune, che ora assume un peso molto maggiore, ma che in una certa maniera ne certifica la diffusione, data la grande risonanza del mezzo. È pur vero che nello stesso periodo vedeva la luce questa riedizione della Treccani dove alla voce fumetto corrispondeva una già più accurata distinzione tra la visione comune e l’estensione ellittica. Dulcis in fundo, con una precisazione: la parola viene spesso usata -ma non sempre- con tono dispregiativo.

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Negli anni ’90, la concezione accademica del termine godeva ancora di scarsa attenzione da parte dei vocabolaristi più affermati. La definizione Zanichelli, per esempio, (racconto o romanzo realizzato mediante una serie di disegni in cui gli scambi di battute dei personaggi sono rinchiusi nelle tipiche nuvolette) lascia parecchio a desiderare. Perché esclude l’ipotesi sequenziale, ma anche perché, probabilmente per via di una certa ignoranza, non si pone l’obiettivo di demolire la barriera del rapporto ‘parola-immagine’, a uso e consumo della critica di maniera. I due aspetti sono sicuramente collegati e causati entrambi da una comune assenza di fondamentali. Nel dizionario etimologico del 1994, sempre Zanichelli, non viene nemmeno chiarita l’origine della parola, quando in realtà è utilizzata nove volte su dieci come sineddoche e saperlo non farebbe male a nessuno. La stessa edizione -in compenso- riporta tre antiche citazioni del linguista Migliorini, tra cui: i disegnatori chiamano fumetto lo spazio bianco contenente le parole dei personaggi. Frasi che ovviamente ci portano al punto di partenza e che da sole meriterebbero almeno due premi Oscar: originalità e miglior opera di deresponsabilizzazione protagonista.

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