Abbiamo tanto da imparare dalle teste di legno

Questa imperdibile intervista a Emanuele Fant, condotta dal sottoscritto, è apparsa originariamente sulla rubrica Libri del web-magazine fmalombardia.it. Ringrazio il diretto interessato per avermi dato l’occasione di pubblicare l’articolo nella sua interezza. Trovate il suo ultimo libro in tutta Italia, online e nelle migliori rosticcerie.

Professor Fant, di che cosa parla La rivincita delle teste di legno?

Il mio muovo libro prende spunto da una storia realmente accaduta quella di due ragazzini che frequentano un liceo nel quale insegna un prof. di Italiano molto particolare, austero e misterioso a tempo stesso. I giovani protagonisti indagando su di lui, scoprono che possedeva alcune centinaia di marionette ereditate dalla famiglia assieme ad un repertorio e ad una certa componente tecnica. Da qui prende il via una vicenda che mette insieme due ragazzini senz’arte né parte e un professore che invece di arte ne ha tanta, ma che non ha nessuno disposto a collaborare.

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Quanto tempo ha impiegato per scriverlo? All’incirca un anno; scrivendo soprattutto di sera e nel tempo che mi restava, perché ho una famiglia e un lavoro. Un momento in cui mi vengono delle buone idee per i libri è la strada di ritorno che faccio da questa scuola a Cadorna che di solito cerco di fare a piedi. Credo che sia un ottimo momento per produrre delle idee efficaci. Che ruolo esercita il marionettista nell’ambito di una recita teatrale? L’idea che ci siamo fatti noi del marionettista è quella di Mangiafuoco, quindi di un personaggio molto negativo che, muovendo i fili, usa gli altri per i suoi scopi anche perché, se non vengono mosse, le marionette non hanno né vitalità né utilizzo. I marionettisti che ho conosciuto all’infuori delle storie sono invece persone incredibilmente umane che fanno teatro in quanto artisti di fama ma che mantengono sempre un atteggiamento umile. Questo perché esercitano un’arte scenica che nella realtà non li mette mai in scena. Non c’è spazio per i divismi. Si è tutti sulla stessa barca quando si è coperti dal boccascena; tutti devono occuparsi di tutto: dal lato tecnico all’amministrazione. Ne vengono fuori persone davvero interessanti.

Il ruolo del professor Mari nel racconto non è casuale: cosa rappresenta per lei nel profondo? È un personaggio che anzitutto rappresenta un uomo realmente esistito, Eugenio Monti Colla, abile marionettista milanese che ha vissuto una vicenda assai simile a quella che ho raccontato nel libro eccezion fatta per alcuni particolari. E rappresenta una figura interessante in quanto sta vivendo un momento difficile: un’eredità grande e fiorente alle spalle ma nessun erede a cui tramandarla. Egli non ha figli ed essendo la tradizione del teatro delle marionette un’usanza familiare, ciò avrebbe creato un problema senza via d’uscita. Secondo me l’aspetto intrigante di Eugenio Colla e del mio marionettista è proprio il colpo di genio: “chissenefrega” dice lui “i miei figli sono i miei alunni”; perciò li prende in disparte e trasferisce loro la sua vasta tradizione. Noto che il libro è dedicato a chi sa reinventare un’eredità: e come si può reinventare la propria eredità quando si è professori? Beh, anzitutto bisogna… avere un’eredità: ciò che ci viene tramandato è qualcosa che ci plasma, che è importante e che non dobbiamo mettere in dubbio solo perché ci è arrivato. Detto ciò ci sono degli elementi, in qualsiasi eredità, che invece di fiorire, bloccano: è su quello che siamo chiamati a lavorare, in ogni professione come pure nella vita. E noi prof. dovremmo chiederci quali sono le cose che ci bloccano, quelle che sentiamo non essere vitali. Forse avendo il coraggio di farle esplodere fregandocene se la tradizione è quella, potremmo creare qualcosa di vivo.

Quali sono quindi i pregi di un teatro di marionette? Non è un teatro per bambini, in quanto nasce per adulti principalmente poveri che, non potendo andare alla Scala in passato, si sono goduti gli stessi spettacoli riprodotti con un’orchestra più piccola. Si fregia tutt’oggi di alcune potenzialità, in qualche modo “superiori” rispetto al teatro tradizionale: banalmente, gli attori non arrivano mai tardi alle prove perché son fatti di legno e sono già lì presenti, e poi come del resto evidenziano tanti teorici, l’attore nel suo movimento ha sempre dell’imperfezione data dal suo “essere” umano. La marionetta invece essendo meccanica, può raggiungere il movimento perfetto. E un aspetto che ci rapisce talvolta anche più del teatro classico è proprio questo: rimanere di stucco davanti alla perfezione di automi che non hanno un’anima. Nel libro si percepisce un rimando al linguaggio teatrale, se capisco bene.. Esatto.
L’ho diviso in tre atti e in conclusione, invece che fine, ho scritto sipario. Sai, inizialmente avevo pensato di scrivere i dialoghi come se fossero parte di un copione, ma ho pensato che sarebbe risultato un po’ pesante sulla lunghezza.

Emanuele Fant

In che senso l’amicizia è un’investitura precoce? In terza liceo feci un tema in classe e ricordo che la mia cattivissima professoressa di italiano mi chiese quali fossero i miei valori. Io ci impiegai una ventina di minuti per capirlo ed effettivamente non ne trovai! L’unica cosa in cui sentivo di poter credere era proprio l’amicizia, che per quanto mi riguarda fu il primo valore che conobbi in fase adolescenziale. Dal momento che spesso ciascuna si fa carico di un solo sentimento, è corretto dire che le marionette sono sfumature in 3D della nostra realtà? Le marionette lo rendono evidente perché sono molto ben caratterizzate, vengono da una tradizione teatrale specifica e non hanno la psiche. In generale il teatro è un luogo dove un dettaglio o una sfumatura possono diventare enormi. Ragione per cui quando entri in un teatro “delle marionette” e il buono è soltanto buono e il cattivo è solo cattivo un pochino questa cosa ti rilassa! Analogie fra epoca di ambientazione e giorni nostri abbondano, nel romanzo, o sbaglio? Non sbagli sono proprio tante. Io però ho deciso di porre in secondo piano gli elementi di quel periodo, gli anni ’80, perché la testa dei ragazzi protagonisti è perlopiù la stessa di quelli di adesso o almeno credo. Venendo invece a quei tratti in comune, la televisione, che a quell’epoca iniziava ad uccidere il teatro, ha rivoluzionato per sempre la vita di chiunque; la vendita su grande scala iniziava a deporre l’artigianato e così via. Non bisogna dimenticare però che questo processo è ancora in atto e che talvolta si è addirittura complicato. Motivo per cui, dal punto di vista sociale quegli anni definiscono l’inizio di precisi comportamenti che stiamo vivendo ancor oggi.

Dulcis in fundo, una conclusione azzardata: siamo tutti teste di legno? È difficile dirlo: se con testa di legno intendiamo “imbecille” il paragone regge, perché noi tutti abbiamo dei limiti e delle difficoltà a relazionarci in maniera giusta con gli altri. Se invece testa di legno significa che siamo tutte persone dotate di fili che vengono mossi potremmo sentirci delle marionette e avere la sensazione di essere davvero in un teatro senza poter controllare la nostra vita. In tale caso sarebbe utile provare a domandarsi da dove arrivano i fili e come possono essere tagliati.

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