Disegnare è bene, tutelarsi è meglio

Per quanto una frase fatta, a sentire i discorsi di ieri sera, nell’ambito dello sfizioso talk Autori e artisti: diritti tutela fisco compensi indetto dall’ente Autori di immagini milanese, alla base dell’enunciato si cela un concetto tutt’altro che ovvio. Innanzitutto perché l’artista in quanto tale non sa mai come porsi nei riguardi del suo cliente. Come giustamente sottolineava il relatore Paolo Rui: non essendo preparati adeguatamente, gli artisti sono tenuti a prendere decisioni sbagliate quando si tratta di dover risolvere dei problemi, motivo per cui spesso l’incrinarsi del contatto col cliente viene causato non tanto da una mancanza artistica, quanto invece da un deficit pregresso nel proprio percorso di maturazione (o in parole povere una carenza di fondo dell’abilità commerciale). Sempre meno artisti preparati dal punto di vista diplomatico, al netto di una serie di normative sempre più severe sul diritto di autore e sulla paternità creativa, sono carnefici involontari dei loro incerti destini. La domanda giunge spontanea: c’è una soluzione a tutto ciò? O meglio, esiste un modo per evitare che una dose di manifesta inferiorità legislativa di questi artisti nei riguardi delle istituzioni non intacchi le vite lavorative (e dunque il frutto del loro lavoro)? Difficile dirlo. Di sicuro già il fatto che si decida di spendere due ore e tot. del proprio tempo per discuterne è un grande passo avanti. Ma di nuovo ecco sopraggiungere gli handicap: autori che ne parlano sempre meno fra sé, mancanza di unità nelle scuderie editoriali, enunciati di legge predisposti ad arte per risultare incomprensibili…

Insomma, per farla breve. Che tutelarsi sia meglio è un fatto scontato. Lo è di meno saper trovare il modo via via più idoneo al caso concreto. Se investire del tempo in un corso di avanzamento sul tema, ad esempio, oppure colmare le lacune su Internet. Se rivolgersi direttamente all’editore o agire per via di legge. E così via. L’elenco di variabili è sterminato e ancora tutto da scoprire.

euro

Un altro concetto già abbastanza scoperto per così dire riguarda l’audacia e l’approssimazione di certi fumettisti freelance. Di chiara matrice einsteiniana la formula [€=mc2] presentata durante il talk è un chiaro esempio di come il volersi mantenere indipendenti a tutti i costi possa generare spesso notevoli svantaggi. Laddove “m” corrisponde alla mole effettiva di lavoro, mentre “c” è il rapporto tempo-velocità entro cui esso viene eseguito. Il quadrato della potenza invece rappresenta la tipologia di utilizzo di quel dato lavoro: o in breve il suo prodotto finito. Provando a eseguire l’operazione ci accorgiamo di due cose: primo; più è alta la portata di utilizzo del dato prodotto, maggiori saranno la notorietà e il guadagno generati da quel lavoro. Secondo; facendo gli stessi calcoli, al netto di una dose di lavoro neanche poi così ingente, un lavoratore medio potrà ambire a un ricavo elevato già solo confidando nella vastità di utilizzo. Che detta così può anche sembrare una teoria astrusa, ma vi assicuro che non lo è per nulla.

Non a caso, il mondo del fumetto offre dimostrazioni continue: un esempio? Prendete in analisi la produzione di Osvaldo Cavandoli e confrontatela con quella di Franco Matticchio. Al di là delle notevoli discrepanze stilistiche, focalizzatevi sul risvolto economico della faccenda e, tenuto conto dei fattori di cui sopra, provate a riflettere sull’equità della formula. Immaginatevi una situazione estrema, dove gli autori sono chiamati a realizzare in egual tempo quante più illustrazioni possibili. Diamo ora dei valori: in un mese Cavandoli crea 25 illustrazioni ed è remunerato tot. in relazione al numero di disegni consegnati. Sempre in un mese però Matticchio riesce a consegnare soltanto 10 opere, dal momento che le sue impostazioni stilistiche lo obbligano a un determinato tipo di lavoro che, seppur non meno studiato della famosa linea, richiede intuitivamente alcuni passaggi in più. Ed ecco dunque il paradosso: malgrado ad entrambi sia stata offerta la piena capacità di espressione in un periodo temporale identico in tutto e per tutto, chi ci ricava di più è proprio Cavandoli, che con 15 illustrazioni di differenza rispetto al collega raggiunge una soglia di guadagno assai più elevata, solo sulla base di stile e approccio differenti. Certo: teoricamente in un’analisi tale andrebbero considerati 100 altri fattori, come ad esempio la portata mediatica di ciascuna illustrazione, il prestigio dell’azienda che le ha commissionate etc. etc. Ma l’ipotesi seppur infantile dice molto sulla società in cui viviamo. La prospettiva cavandoliana sembra influenzare la situazione di falso-boom-economico che il fumetto ha vissuto per un certo periodo di tempo; mentre gli esperimenti di Matticchio ci riportano coi piedi ben ancorati al suolo.

Potrei persino stupirmi. Ma in fondo non è che una teoria.

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