Il fumetto come Arte e altri saggi

Massimo Bonura è uno storico e critico di fumetto, autore insieme a Federico Provenzano di Teorie e storia dei fumetti. Il fumetto e le sue teorie comunicative pubblicato da Zap Edizioni. Laureato in studi filosofici e storici all’università di Palermo, Bonura è uno dei volti più noti e interessanti della new wave di critici fumettistici in Italia, con un curriculum già molto ricco alle spalle. Circa cinque mesi fa è uscito il suo primo saggio da autore completo, Il fumetto come Arte e altri saggi, in cui esplora, con il rigore tipico degli esordienti, i motivi per cui il fumetto ha saputo ritagliarsi «un ruolo centrale nella comunicazione e nella nuova concezione dell’arte». Un tema arduo e interessante, non certo inedito, che grazie a Bonura assume nuova linfa critica e argomentativa, dal paragone delle varie teorie estetiche e sociologiche sul ‘fumetto-in-quanto-medium’ del secolo scorso (Eisner e McCloud, ad esempio, ma anche Dickie e Canudo). Un metodo -questo sì- davvero inedito, che tiene conto di frasi, nozioni e concetti mai accostati al fumetto: uno splendido approccio interdisciplinare. Edito da Ex Libris, neonata “etichetta” di saggistica impiantata a Palermo, il libro segna un altro importante primato: è la prima pubblicazione accademica in materia, germinata altrove rispetto al polo centro-settentrionale Roma-Bologna-Lucca Milano. Anche per questo motivo, insieme alla stima che nutro nei confronti di Massimo, ho deciso di chiacchierare brevemente con lui, presentandovi un po’ in anticipo -per modo di dire- alcune novità e aspetti di questo volume.

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Massimo, partiamo dalle definizioni. La tua analisi tiene conto di svariate teorie, fumettistiche e non. Da che idea sei partito? Quali sono secondo te le principali analogie fra queste scuole di pensiero?

L’idea è che il fumetto sia arte e si debba rapportare con le altre arti da pari. Io credo sia possibile dare dignità artistica al fumetto inserendolo in contesti già sviluppati in altre correnti -pop art, futurismo, etc-, ma è altrettanto possibile che il fumetto oggi sia in grado di conquistarsi in buona autonomia altrettanta dignità. Per fare sì che ciò accada però, credo che i fumettisti stessi abbiano la necessità di accedere a nozioni teoriche, non solo pratiche. L’arte sequenziale insomma va riconosciuta tout court. Solo così può essere ‘confezionata’ come prodotto d’arte. In sé il trait d’union tra le varie scuole di pensiero è duplice: da un lato la sequenzialità, dall’altro il valore estetologico-artistico. Prestare una definizione universale è difficile: sicuramente il fumetto è la rappresentazione sequenziale di una situazione, ma lo è già solo una vignetta singola, se dotata di riferimenti testuali. Concordo a tal proposito con questa nuova definizione proposta da Giuseppe Pollicelli per lo Spazio Bianco.

Come hai individuato l’arte del fumetto? E qual è il “limite” del fumetto?

Ho accostato diverse teorie sociologiche ed estetiche al fumetto: innanzitutto, l’impossibilità di non comunicare della Scuola di Paolo Alto, i riscontri estetici dati da Shusterman, e soprattutto dalla teoria istituzionale dell’arte di Dickie, e inoltre vari altri studi extra-fumettistici come quelli di Canudo e Beyle. Molti degli strumenti necessari, sono sicuramente teorici e pratici: studiare la storia del fumetto con i valori semiotico-sociologici è importante tanto quanto il lato tecnico. Uno sceneggiatore in gamba deve avere punti di riferimento concreti e importanti, così come un bravo disegnatore. Il fumetto poi è arte mediatica, in quanto mass media. L’uso del fumetto dunque è di tipo comunicativo prima che artistico, sempre e comunque; a volte anche per mera propaganda. Ovvio che la fantasia è il motore dello storytelling. Raccontare storie nasce sempre o quasi dall’immaginario, sia che si tratti di una storia vera sia che sia una storia inedita. Il punto è che non esiste mai un patto esplicito -presente forse in certi fumetti promozionali-propagandistici- tra lettore e autore. Quest’ultimo opera sempre in totale libertà, scegliendo cosa fare e a chi rivolgersi. E intendiamoci su una cosa: l’artista non è mai un anarchico, ma un comunicatore. Trasmette il proprio pensiero nel rispetto di tutti, ecco perché parlo di patto implicito.

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Il fumetto influenza, oltre ad essere influenzato?

Argomento complesso. Per alcuni il fumetto nasce da sempre, alla stregua del dipingere e del guardare; nasce insomma col disegno stesso. Il fumetto di oggi per come noi lo intendiamo ha origine convenzionalmente con Töpffer, o con Yellow Kid di Outcault, che sono influenzati dalla pittura. Di contro oggigiorno il fumetto influenza tanto il cinema. Credo che il fumetto debba avere un certo suo sguardo autonomo creativo e a tempo stesso popolare. Per continuare ad affermarsi, sono dell’idea che sia più utile sviluppare storie a sfondo didattico o sociale. Ma in generale il fumetto può continuare la missione istituzionale di cui si fa carico con il cinema, e anche col rapporto con la pittura-illustrazione. Vedo degli ottimi parallelismi anche nel teatro. Tutte le arti però devono poter godere di una certa autonomia di sguardo. L’articolo sulle Silly Symphonies, a tal proposito, cerca di evidenziare i motivi per cui queste sinfonie hanno avuto più successo come cartoni che nelle loro trasposizioni a fumetti.

Che cos’è oggi l’entertainment? Per quali motivi oggettivi McCay è arte?

Credo che sia un grosso vantaggio, dal punto di vista economico. Dal punto di vista qualitativo, invece, non saprei dire. Dipende forse da due fattori: le scelte editoriali e la sensibilità dell’autore. Ancor oggi, il fumetto non lo fa il pubblico bensì uno o più autori. Il pubblico si limita a interpretare. McCay sicuramente, non aveva come obiettivo unico il semplice entertainment. McCay è arte per la bellezza delle sue tavole e perché fa parte in maniera indissolubile del system of comics istituzionalizzato da Dickie. Inoltre ha diretto film d’animazione, la settima arte, spesso basate sui fumetti. Faccio un altro esempio: Lichtenstein. Roy Lichtenstein si riferisce -quasi- sempre a vignette di fumetti già pubblicati e assieme a Warhol sdogana il fumetto in forma pittorica. Ma non si potrebbe certo identificare come figura d’influenza vera e propria per il fumetto.

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Parlami del fumetto “futurista” e delle tue abitudini fumettistiche online.

Il manifesto nasce come esercizio di stile ma poi si è pensato di proporlo come nuovo metodo fumettistico: dinamico, di rottura, in cui balza subito all’occhio il colore. Doveva essere un modo originale per istituzionalizzare il fumetto. La struttura del libro lo colloca subito dopo la tesi, insieme ad una prefazione del docente di ‘Teorie e tecniche dei nuovi media’, la professoressa Anna Fici; una collaborazione a quattro mani con Filippo Montalbano; un mio articolo lungo; una postfazione di Alessio Arena. I disegni sono di Claudio Gnoffo. Inizialmente volevo pubblicare solo la tesi, ma essendo troppo corta ho pensato ad articoli interessanti sul mondo fumettistico. Tutto si è costruito dopo. Di solito non mi espongo sull’ambiente critico che mi circonda -soprattutto online- anche se il numero di siti dedicati al fumetto è notevole e molti sono proprio curati e ben strutturati. Oggi internet è un mass media importante che ingloba altri media. Io ne faccio un uso propriamente di entertainment, leggendo tanti webcomic. Per il cartaceo consiglierei I linguaggi del fumetto di Daniele Barbieri.

Di recente hai scritto al ministro Bussetti a proposito del fumetto.
Cosa hai cercato di comunicare e quale risposta ti aspetti di ricevere?

Ho inviato una e-mail indirizzata al ministro, alla segreteria. Gli ho chiesto una maggiore attenzione accademica nei riguardi del fumetto e, nello specifico, di inserire la teoria sul fumetto negli elenchi delle materie universitarie, o anche all’accademia di belle arti. Non sono se riceverò una risposta. È fondamentale far entrare il fumetto nelle accademie per avere una presa di coscienza di arte e talento espressivo ancora più seria e per formare giovani sempre più capaci.

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