Il nuovo fumetto nazional-popolare

Paolo Bacilieri è protagonista di una succosa novità in casa Smemoranda. Per la prima volta, dopo anni di Sio, Lele Corvi e Mattia Labadessa (i tre autori di fumetti più seguiti e apprezzati sul web), anche un graphic-novelist a tutti gli effetti trova lo spazio in un’agenda giornaliera di marca. Come suo solito, ecco un Bacilieri citazionista e romantico, alle prese stavolta con il frenetico viavai di New York. Il raccontino di poche pagine e stretto formato si apre con questa, interessantissima splash page:

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Tuttavia, a parità di riferimenti artistici e narrativi davvero molto, molto attraenti (sui quali si potrebbe stare ore, tipo sul fatto che il personaggio di Zeno Porno pare effettivamente sovrapponibile al personaggio-Woody-Allen; o che la disposizione di oggetti sul tavolo della prima vignetta è uguale in tutto e per tutto a quella di Manhattan); non è di questo che parlerò oggi. Il dato su cui mi voglio soffermare è che, a parità di spazio, pubblico di fruizione e formato, anche un autore di graphic novel in quanto tali, del tutto esente dalle politiche di internet e dai processi di affermazione popolare; si è finalmente realizzato. Non certo a livello lavorativo, si badi bene. O meglio: non soltanto a livello lavorativo. Ma da un punto di vista di apertura al grande pubblico certamente. Il fatto stesso che un acquirente medio delle giornaliere Smemoranda si ritrovi in tasca un prodotto “alto” dell’editoria del fumetto certifica quell’aspetto tanto voluto da Eisner e dai suoi seguaci: quel dover “farsi piccolo” per arrivare lontano, e poi di nuovo ristabilizzarsi in una dimensione popolare, polifruibile e decisamente più pratica. [Per intenderci: io sono uno di quelli che considera il graphic novel una ripartizione effettiva del fumetto, per quanto esso derivi da una trovata commerciale]

C’è il bidone? In un certo senso sì. Sdoganare un graphic-novelist in agenda non mette a rumore pubblicamente il mondo del fumetto, ma la sua azienda eccome, e in tempi e modi che neanch’io mi immagino. Cosa ci può riservare il futuro? Crolli dell’editoria del graphic novel o innalzamenti del marketing popolare?

[Via Sweet Salgari]

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Sono dieci cartelle: che faccio, lascio?

Un recente fatto editoriale, avvenuto sulle pagine di Fumettologica e passato per la verità molto in sordina, mi fornisce lo spunto per parlare nel dettaglio di un tema controverso; e cioè quello della lunghezza critica.

Spesso non ci badiamo, ma quanto dovrebbe durare un articolo divulgativo? Quanto basta la fluidità nello scrivere a far sì che un pezzo d’analisi si presti a una lettura scorrevole? È bene includere i dettagli? O è meglio dare subito un’idea generale dello scritto? L’evento in questione è datato 21 gennaio, e porta la firma di Francesco Boille, già critico fumettistico per Internazionale da poco entrato a far parte dello staff di Matteo Stefanelli con una rubrica a dir poco retrò. Tanto breve quanto interessante. La classica column.

Quest’ultima riflessione viene a porsi come prima parte di un lungo spazio di critica estremamente specifica al modo di fare fumetto focalizzandosi sul disegno. Un metodo analitico inedito e all’avanguardia, capace di scomodare oltre ai temi canonici, tutta una serie di nozioni, aspetti storici, parallelismi, e raffronti artistici che arricchiscono la visione d’insieme e stimolano nuovo pensiero critico anche nella mente degli avventizi. (Pure con grande presa di coscienza politica.) Al netto di simili premesse tuttavia Boille non centra del tutto l’obiettivo. La mole e la pesantezza del testo infatti si rendono complici di una scarsa comunicabilità di fondo, ostacolando la lettura anche a chi già ne sa e vorrebbe solo confrontarsi con un punto di vista del web. Abbondano le note, i dettagli non si contano e sono pure maniacali. Quello che sembra in apertura un bello spunto critico di divulgazione, saturo com’è di glosse, cela in realtà una scarsa capacità di fruizione. Perde molta della sua lucentezza. E finisce col rendersi buio, inutilmente contorto, proprio per la scarsa fluidità.

Intendiamoci. Dal punto di vista critico l’articolo rappresenta una vera rarità per il fumetto-mondo su internet. Una simile costanza analitica la si ritrova, al massimo, in una qualche realtà periferica, nettamente ombelicale rispetto a un colosso mainstream come Fumettologica. Che quindi pubblicandolo si è preso carico di numerosi rischi, a cominciare da quello percettivo: cosa avrà pensato il lettore medio della testata? C’è una rivoluzione editoriale in vista? O si tratta del solito scritto divulgativo inutilmente prolisso?

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Nel dubbio mi sono informato e ho scoperto, dialogando con un articolista di Fumettologica, che in origine la prova di Boille era destinata a un progetto di natura cartacea non telematica e che per essere pubblicata sul sito ha dovuto affrontare un arduo processo di editing in un tempo tutt’altro che ristretto. Il problema andava quindi chiarendosi ma rimanevano alcuni interrogativi: ad esempio, perché reclamizzare un articolo senza averne specificato l’utilizzo? I lettori non resterebbero confusi? E perché etichettarla come nuova rubrica se si tratta solo di una riflessione peregrina? Forse per rimediare all’errore o magari, mi suggerisce l’articolista il pezzo non era pronto per il cartaceo e lo stesso Boille voleva che uscisse a breve. Ma sono solo supposizioni.

La vicenda mi ha fatto ripensare a un vecchio post di Harry Naybors sul blog apocrifo harrydice.blogspot in cui, non senza una malcelata ironia Guglielmo Nigro si chiedeva se in Italia mancasse un nuovo sito di critica sul fumetto. A chi potesse servire: se agli editori, ai fumettisti, ai lettori.. forse proprio ai critici forti dell’idea che la critica sia anche (e soprattutto scrive Nigro) una prassi il cui scopo fondamentale è ritornare alle persone, favorire un contatto umano ancorché commerciale, assistere e consigliare, magari incentivare. E è strano pensare che giusto da questo stimolo, due anni dopo, sia nata Fumettologica. Il primo network che a differenza dei precedenti quali LoSB e Badtaste, pone al centro il sistema-fumetto teorizzato da Groensteen, ma in modo del tutto verticale, ospitando scritti di fumettologi autorevoli e semplici stagisti, dando voce agli autori come anche a certe pagine FB, diramando notizie in anticipo e aggiornandosi di continuo. Ma sempre nel vincolo di una narrazione unica. Un’idea pure politica se si vuole che non vietava di schierarsi editorialmente, ma al contrario stimolava un certo dibattito interno al sistema. Parlava male di ciò che lo meritava senza mai strizzare l’occhio a nessuno, pur mettendosi nei panni e dell’autore e del lettore, provando a giungere a un compromesso.

È forse cambiato qualcosa in questi ultimi cinque anni? No, non direi. Non sul versante critico-istituzionale almeno: le recensioni approvate sono ancora di alto livello, e le notizie vengono diffuse con grande anticipo rispetto ai siti di concorrenza, persino meglio di un tempo. Il contenuto rimane critico, ma.. il contenitore? Si è mosso in parallelo o ha intrapreso una strada a sé? Come lo potremmo definire, oggi, un template dall’offerta così vasta e stuzzicante?

È un sito di critica, certo, ma non si occupa più soltanto di critica. Mantiene il presupposto di Nigro, quello per cui la critica sia una prassi, ma lo declina in moltissime nuove forme: focus crossmediali, domande agli interessati, gran parte degli addetti stampa retribuiti. Ciò che ora esercita Fumettologica non è più un atteggiamento critico verso il fumetto, ma una visione giornalistica del suo ambiente. Una narrazione politica e per la prima volta multi-fruibile, nel mezzo della quale, a maggior ragione, articoli come quello di Boille stridono per principio. Sono troppo ingannevoli, nella loro scarsa fruibilità. Rischiano di svalorizzare il lettore, espellendolo dal target di un sito che non ne ha mai avuto uno, ricco com’è di contenuti, punti di vista ed espressioni.

Nel (provare a) leggere questo articolo incriminato mi è tornato in mente un altro post, questa volta recente, in cui Simone Rastelli si riferiva alla critica come a una duplice occasione: far conoscere in breve tempo e gettare le basi, simultaneamente, per uno studio approfondito, mediante il dialogo online. Il centro del dibattito non è più “per chi” ma “che cosa e come lo scrivo”. Opto per un taglio ricercato e autoreferenziale o mi concentro di più sul lettore? I miei articoli devono poter essere dibattuti o devono essere definitivi? LoSB a differenza di Fumettologica è fisicamente aperto al dialogo: può contare su un efficacissimo pulsante “commenta” in fondo alle pagine -molto poco cliccato peraltro- e ogni giorno molti elaborati rimbalzano nelle bacheche più attive e trafficate della rete. Fumettologica non nasce con lo stesso obiettivo ma col tempo ha saputo reinventarsi: ha riorganizzato la sostanza, e ha guardato ad altri territori, sia nostrani che stranieri.

Questo le consente di mantenere un approccio ibrido, a metà tra l’idea critica di una prassi -tipicamente commerciale- e la volontà di generare dibattito. Il pensiero di Nigro e quello di Rastelli sono chiamati a convivere, ma nessuno stabilisce un limite alla lunghezza degli articoli. In questo Fumettologica si è sempre dimostrata molto flessibile, pubblicando articoli sia lunghi che brevi ma in generale nel solco di una certa coerenza. Gli scritti più corposi, infatti, erano molto spesso di infotainment, non di critica vera e propria e perciò si prestavano più facilmente ad essere letti dappertutto e da chiunque.

Remota divulgazione del fumetto (by After Hours)

L’altro ieri, al TG1 è stato annunciato il primo docufilm sugli After Hours. Intervistati, Manuel Agnelli & soci hanno scelto una location notevolmente “fumettosa”, che il sottoscritto, per pura deformazione fumettologica, non ha potuto fare a meno di notare. Eccovene uno stralcio:

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Dalle Sturmtruppen a Stranger Paradise, passando per Boulet, Bobo e alcuni numeri dei classici del fumetto di Repubblica (in basso a sinistra, per la verità, si scorge anche un fascicolo della Settimana Enigmistica). L’angolo letterario della band è una piccola cartina al tornasole della cultura odierna, che mischia letteratura e fumetto come se nulla fosse e che tiene insieme più modi di intendere l’arte sequenziale a strisce. Un fattore non da poco, visto il periodo, e una situazione (quella del vip che si abbandona al fumetto) mai come oggi necessaria. L’unica pecca, è che nessuno la noterà.

EDIT: Alcune ore fa, nuovo episodio di “involontaria diffusione del fumetto” sulla Rai. La sceneggiatrice Paola Barbato (Bonelli, Dylan Dog, etc.) si è presentata al game show I soliti ignoti in qualità di autrice di storie per fumetti. Anche in questo caso, pochissimo spazio analitico dedicato. Il contesto cambia, ma la sostanza rimane: l’idea di un medium che non riesce a spiccare il volo in TV, ma che scalpita senza sosta.

A Daft Punk’s Sci-Fi

Periodicamente accade: i performers di affermato talento si trasformano in attori. In quest’ultimo periodo il performer/personaggio-pubblico non se la passa molto bene. Conteso com’è fra salotti televisivi e set di registrazioni audio-video, fatica a trovare tempo per sé e la sua arte. Eppure in rari casi isolati si avverte ancora una certa consapevolezza dell’intimità: i Daft Punk, per esempio, sono tra gli artisti musicali più famosi quanto a nascondere la propria fama. I caschi metallizzati che li isolano, letteralmente, dalle genti hanno finito col renderli maschere di loro stessi. E anche il loro stile musicale, sempre così in bilico tra la rivelazione e il “non detto”, lascia presupporre che dietro quegli abiti robotici e piuccheperfetti si nascondano due facili prede dello sturm und drang.

Nel 2006 questa sorta di post-romanticismo compulsivo, che già Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo coltivavano da alcuni anni, sfociò in un progetto ambizioso e fragile a tempo stesso: la realizzazione di un film. Electroma fu un curioso e affascinante esperimento musicale che combinava sonorità classiche con rumori nuovi, assordanti, fastidiosi, volutamente “gravi” per lo spettatore; e ampie e dilatate sequenze mute che dovevano rappresentare con sofferenza una degna controparte emotiva. Tuttavia la prova di forza dei Daft Punk venne offuscata dai critici e, con altrettanta sbrigatività, abbandonata al suo destino. In lidi nostrani ne parlò il pimpante webzine Sentireascoltare che cautamente non si inerpicò in grandi discorsi filosofici, limitandosi a descriverlo come il semplice idillio di due robot sulla strada della metamorfosi. A torto però, poiché, rivisto oggi, Electroma pare avere ancora tanto da dire come testimonia in me il rewatch di sabato scorso, in compagnia della solitudine.

Due considerazioni: una “di servizio” e l’altra “stilistica”.

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1. Mi pare che il cinema musicale, in quanto “arte mai antologizzata”, non abbia mai goduto di particolare attenzione della critica. In contrasto a tutt’altro genere, quello molto bollywoodiano del musical, esso è una sorta di arte minoritaria, ancora troppo giovane per poter essere considerata o forse troppo poco complessa per raggiungere un livello di critica notevole. Che se ne parli è sempre un fattore positivo, anche se a vanvera; il problema è che nel concreto scarseggiano i film musicali in senso assoluto e salvo fatto alcune particolarità (The Wall in primis, ma anche il pluripremiato The Artist), non vi sono troppi “modelli” o termini di paragone cui fare riferimento. Il genere del lungometraggio musicale, insomma, è ancora tutto da scoprire e il motivo primario per cui oggi non vengano presi in considerazione prodotti come Electroma è che probabilmente si tratta di un genere evolutosi troppo tardi. O con la “data di scadenza”, come dico sempre. Una categoria di film nuova e ancora tutta da scoprire potenzialmente, ma che purtroppo si ritrova a germinare in un periodo storico dove il mondo è troppo preso da altro. Che si tratti di kolossal o serie tv, il film musicale è diventato un po’ una sorta di analogo al fumetto seriale italiano, dal quale tutto ha avuto derivazione, ma che proprio da questo “tutto” sta venendo pian piano fagocitato. Colpa del mainstream? Non credo. Penso piuttosto che sia il nuovo cinema, o meglio una gestione errata del nuovo cinema a minarne le opportunità. Di certo vi è anche una componente di moda: la nascita di una nuova cultura vintage cinematografica, grazie alla quale peraltro ha visto la luce The Artist. Ma chiunque vi dirà che non basta. Per scalzare le gerarchie, il film musicale necessita di una spinta critica che lo innalzi. Che gli consenta di colmare il divario, storico e culturale, con le altre branche della settima arte.

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2. In termini di prodotto artistico, ho trovato Electroma quasi per nulla invecchiato. Come amava dire Guy-Manuel all’uscita nelle sale esso è ancora “un videoclip robotico che tenta di diventare umano cinema”, con le sue passeggiate ad ampio spettro visivo e campiture di arancio, verde, grigio metallizzato. Bianco e nero. Ed è un messaggio, quello del “comunicare attraverso la trama ma anche attraverso l’esigenza” che ho riscontrato diverse più volte in film successivi a Electroma. Un fattore che non sono tenuto a considerare una coincidenza, ma neanche una prova certa. Il dato però resta: Electroma è un film sfacciatamente filosofico che fa del suo mezzo un karma e del suo karma una filosofia. Le citazioni si sprecano, ma bisogna andare oltre. Dietro la finta pelle robotica dei protagonisti si cela davvero un sentimento, equo o straziante che sia, ed è impossibile da interpretare scientificamente. Reputo la fiction dei Daft Punk una delle più alte prove di fanta-scienza in senso assoluto, sia nella musica sia nella fotografia di questo film. Che è geniale se visto con gli occhi giusti, ma che rischia di accecare se preso troppo poco sul serio.

EDIT: per chiunque volesse deliziarsi gli occhi capita a fagiolo questo link.

Le antilogie di Bort, ignoto umorista

A tutti voi, almeno una volta nella vita, sarà capitato fra le mani un numero della Settimana Enigmistica. E proprio qui avrete certamente conosciuto Bort, vignettista finissimo, purtroppo dimenticato, che a maggior ragione oggi è il caso di ricordare. Con tutti i rischi dell’effetto coccodrillo beninteso. Qui, ora non voglio mentirvi: Bort è stato quasi sicuramente uno fra gli innovatori più prolifici del panorama fumettistico nostrano, insieme forse al solo Carnevali, ma con una sostanziale differenza rispetto a quest’ultimo: Bort ti faceva ridere prima. […] Mi spiego peggio.

Occorre riconsiderare la vignetta muta. Tutti noi, chiaramente, ne sappiamo la finalità: a seconda della posizione, all’interno di una striscia o tra due altri riquadri, modifica la durata della narrazione, dilatandola e scaturendo paura o ilarità a seconda della circostanza. Quale che sia il contesto, tuttavia, il suo utilizzo tende a far sorgere complicazioni: sia in termini di contenuto -per via dell’innaturalità spesso assunta dal personaggio- sia sul versante del racconto -giacché il rischio di perdere il filo è dietro l’angolo. Di solito a questo genere di complicazioni, i fumettisti reagiscono differentemente l’uno dall’altro: c’è chi attribuisce alla muta un valore attivo, come Schulz, rendendola parte del gioco e costruendoci attorno un significato comico. O ancora, chi ne adopera il risvolto pratico -per il solo fatto, cioè, che sia muta-, proprio come Schulz. E infine ci sono gli autori che sanno miscelare le due cose. E in questo Schulz era davvero un fuoriclasse:

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Eloquente, ridanciana, malinconica. Piena di sé. Nell’ultima vignetta si cela il senso profondo di una striscia come i Peanuts, che nulla toglie né aggiunge a quanto detto in precedenza: semplicemente lo sottolinea. Il bravo Schulz, che ha già conquistato il lettore con la risposta tranchant di Schroeder, non deve far altro che chiudere il cerchio, completando il ragionamento. In 3 vignette. Nella prima Lucy non è soltanto speranzosa di ricevere una risposta di scuse. Ci crede profondamente ed è fisicamente appoggiata al vero oggetto cui tiene Schroeder. Quest’ultimo, nella seconda, non la degna neanche di un’occhiata tanto è rapito dal pianoforte. Solo nella terza scatta la risata. Lucy analizza il proprio -ennesimo- fallimento, e per farlo si rivolge a noi che abbiamo avuto modo di assistervi. Lentamente, anche il braccio scivola via dal pianoforte.

La muta assume quindi un’ottica nuova, perché certifica la conclusione di un ragionamento emotivo: speranza-sbigottimento-disillusione. E Bort? Funziona quasi allo stesso modo ma le cose, tanto per cambiare, si complicano un poco quando si tratta di comicità muta. Se nei piani di Schulz il mutismo è statico, e in generale avviene sempre per conseguenza di qualcosa, con Bort diventa la causa. Ed è incredibilmente più dinamico, perché anticipa le intenzioni dei personaggi. Vi faccio subito un esempio:

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Stessa situazione di avvio, eppure col passaggio al mutismo, Bort non chiude un ragionamento emotivo, né si prende la briga di moralizzare o leggere nella mente del protagonista. Semplicemente porta in avanti le lancette del tempo del racconto, volendo precedere l’azione comica -l’azione cioè che dovrebbe esplicitamente far ridere, e che qui coincide con la closure- rendendo questa sua assenza ancora più divertente. Qualora il fruitore fosse rimasto sorpreso, già alla vista di un uomo che scarica la moglie al primo che passa, è proprio la sua noncuranza nell’allontanarsi che più induce al riso. Il lettore, a detta di Bort, non va assecondato, ma va esortato a una comprensione divergente del problema. Qui è l’esasperazione coniugale, ma a seconda del contesto assume qualsiasi sembianza.

Ed è forse in questa universalità del contesto che Bort batte Carnevali. Un tipo di umorismo spiazzante, anticipatore, persino becero, a contatto con uno più raffinato, ma non meno nazionalpopolare. I caratteristici fondali abbozzati e inverosimili, e pure maschilisti, oltre alla caparbietà di non abbassarsi mai al volgare in senso linguistico, li reputo due lussuosi aspetti secondari. Del resto lo ricorderò più per le sue strisce, che per le Ultime parole famose. Eppure, sono certo sia mancato qualcosa sul suo cammino. Anonimo trovatore di non più celebri personaggi, si è lasciato ispirare da una società in mutamento. La lingua, essenziale e piatta, l’ha reso uno dei maestri del pragmatismo; scuola non certo foriera di studenti. Ma è tempo di farsene una ragione: ha segnato un’epoca in silenzio Bort. Il problema è che con altrettanto silenzio rischia di essere dimenticato.

Fumetti nel preserale: coraggio o incoscienza?

Nel suo piccolo, una foto che resterà nella storia dell’industria dei media. Ezio Greggio, sul palco di Striscia, sventola al cielo la copia di un libro a fumetti.

Il fatto risale a pochi giorni fa, ma su Internet è destinato a circolare a lungo. Non tanto perché è accaduto, ma per la dinamica con cui è accaduto. Il libro è stato infatti reclamizzato nel corso della rubrica letteraria, e il conduttore lo ha definito “una raccolta di storie di donne che meritano di essere ricordate e raccontate per la loro tenacia”. Se la definizione è ineccepibile dal punto di vista contenutistico -stiamo pur sempre parlando di questo libro- sul fronte editorial-propagandistico la cosa lancia parecchi stimoli. Non che la rete stia infrastimando la riflessione in merito anzi. Se possibile, lo sdoganamento del fumetto nel circuito librario ha allargato ancor di più gli orizzonti del social-dibattito, complici i soliti cerchiobottisti di turno. Eppure nel nostro caso c’è un’importante variabile: ossia che per la prima volta l’istituzione -il contesto di reclamizzazione del prodotto- si è dimostrato aperto e favorevole, e ne ha specificato la natura ontologica nel rispetto del suo lettore-modello.

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Mi chiedo: come mai, al netto di tanta lungimiranza, non è stato fatto cenno alla struttura a fumetti dell’opera? L’han data per scontato o è stato ritenuto inopportuno specificarla? Perché, se così fosse, la faccenda assumerebbe una chiave interpretativa davvero sollevante. Anzi: si tratterebbe del primo, vero passo in avanti nella lotta contro lo scetticismo. Intaccherebbe dall’interno il muro delle certezze pubbliche, privandolo dello scetticismo che lo certifica. E insomma, potrebbe voler dire molto. Per chi produce e per chi fruisce.

Se così non fosse? Se gli autori di Striscia avessero dato per scontato il germe di questo graphic journalism? La situazione sarebbe preoccupante, ma certo non ci stupiremmo più di tanto. La diversità del fumetto viene disconosciuta in moltissimi contesti, e altrettanti ignorano che costituisca un linguaggio in autonomia. Diciamo che conoscendo il programma non mi stupirei se le cose avessero preso una piega simile. Sono pronto a scommettere che alla base vi sia stato un iter affrettato, pedissequamente fedele al canovaccio di regola.

Ma il dubbio resta. E se davvero Greggio volesse farci riflettere sulla capacità artistica del fumetto di essere considerato letteratura? Se una tale mancanza di dettagli non fosse sintomo di faciloneria ma segnale di insperata lucidità?