Il furto come espediente narrativo: da Jason a Tota

Giorni fa rileggevo Non puoi arrivarci da qui, di Jason. Una stralunata rilettura in tre atti del mito del prometeo moderno di Mary Shelley, in chiave minimale-umoristica. Fumetto un po’ vecchio, a dir il vero (è del 2006) ma che a distanza di anni riesce ancora a sprigionare un senso d’incompiutezza magistrale, quasi archetipico. Ritmo ben cadenzato; regia di chiaro stampo cinematografico che alterna ampie sequenze descrittive a flashback di breve durata, scanditi da un magistrale recupero di vignette simboliche assurte a didascalie prive di parole; e un commovente sottotesto poetico. Stavo appunto rileggendolo, quando mi sono imbattuto in una sequenza assai esplicita in cui il mostro di Frankenstein medita di rubare un giornaletto porno. Chi ha letto Non puoi arrivarci da qui sa già di che cosa parlo: una scena piuttosto introduttiva, che segna l’esordio del protagonista, evaso in precedenza dall’antro di un folle scienziato ubriacone. I disegni ci catapultano in medias res nella vita, appena cominciata, del mostro: il tratto espressivo di Jason raccoglie la provocazione di una vicenda muta per i suoi tre quarti, e rilancia, ribadendo il fattore tragicomico della situazione.

Il buffo personaggio -alto, schizzato, mai visto prima- sta leggendo con avidità qualcosa, ancora non ci è dato di sapere cosa. Stacco. Soggettiva sui contenuti della rivista. Stacco. Il mostro ripone la rivista sottobraccio ben nascosta nella giacca, al riparo da sguardi indiscreti. Stacco. Si avvicina lentamente all’uscita, mani in tasca; la cassiera sullo sfondo. Stacco. I sensori d’allarme richiamano i commessi: il piano è fallito. La cassiera si volta rapidamente. Stacco. Il mostro comincia a fuggire e, suo malgrado, è costretto ad abbandonare la “refurtiva”. Dove ho già visto questa scena?, mi sono chiesto in quel momento con la netta sensazione di non stare assistendo a nulla di nuovo vedendo un ‘tizio’ darsela a gambe dopo aver tentato di rubare una rivista o una qualsiasi pubblicazione cartacea che potesse farmi risalire a.. un momento. Avevo detto pubblicazione cartacea? Quindi anche un semplice libro? Ma certo! “Il ladro di libri”, di Pierre Van Hove e Alessandro Tota, ecco dove l’avevo vista. Ho recuperato il volume, accostato le due sequenze… ed ecco i risultati.

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Due stili radicalmente opposti. Da un lato la rigidità, l’incompiutezza, la fredda posa distaccata delle inquadrature, l’onniscenza. Dall’altro invece l’occasione, la possibilità, la verosimiglianza, l’evocazione e ancora l’incompiutezza, anche se l’incompiutezza di Tota e Van Hove è antitetica rispetto a quella di Jason: di forma, non di sostanza. Un esercizio raffinato di proporzioni, in cui è talmente facile ricavarsi una dinamica della lettura che i disegni possono permettersi di spaziare dalla semplice staticità -nella prima vignetta- al duttile cartoonesco, nell’ultima. Non è certo questa l’unica differenza. Osservate la scarna graficità dell’una: confrontatela con la dovizia di particolari nell’altra: in entrambi i casi è sintomo di una precisa “dichiarazione di intenti”. Perché se da un lato Jason vuole semplicemente ‘raccontare una storia’, prescindendo da ogni sottotesto politico, sociale e persino morale, il lavoro di Tota e Van Hove è pesantemente radicato alla Storia; anzi, fa dell’inattualità storica il suo punto di forza. Potrei persino dire, azzardando un paragone un po’ criptico, che nel ‘Ladro di libri’ la Storia è coprotagonista assente, mentre in Jason è “protagonista spettatrice”: aspetta cioè -invano- che gli sviluppi la coinvolgano.

Ora, che cos’hanno in comune i due protagonisti? Perché la creatura di Jason si comporta come un pallido ladruncolo, quale è il protagonista del fumetto di Tota e Van Hove? Agiscono per delle (stesse) motivazioni? Beh, non mi pare. In entrambe le circostanze mi sembra anzi che si tratti di un gesto istintivo, poco premeditato. Con la differenza che Jason scrive e disegna storie come tramite lo sguardo di Dio, oggettivo e distaccato, mentre gli autori del ‘Ladro di libri’ le raccontano come attraverso i ‘loro’ occhi, i miei, i vostri, quelli di uno qualsiasi dei clienti della libreria. Perché di nuovo: al talento del fumettista danese non serve tenere conto del contesto, della civiltà, della gente. Bastano i characters fissi, gli individui: è su di loro che la vicenda si ricuce. Daniel Brodin, il giovane ladro di libri del fumetto, è insieme occhio e maschera di un’epoca storica ben definita, di un preciso ceto sociale, anche di un certo modo di stare al mondo.
Un certo archetipo, direbbe Jung.

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Nel caso particolare di Daniel, è proprio l’io-narrante a rendere la vicenda più coinvolgente per il lettore, fin da questa bella sequenza d’incipit. Nello stile di scrittura limpido del protagonista, oltre allo svolgersi degli eventi, c’è il senso di un’intera vita. La forma autobiografica ci eleva a interlocutori privilegiati di Brodin, che ci interpella direttamente a raccogliere le sue confidenze. Solo noi lettori arriviamo a conoscere Brodin in ogni sua sfaccettatura, rispetto a tutte le altre figure di raccordo della storia. Al contrario, nelle vignette di Jason non c’è individuo che conosca veramente se stesso o gli altri; nemmeno i lettori. E il protagonista a ben guardare, non è davvero il protagonista della vicenda, ma una sorta di “primus inter pares”. Uno stereotipo di genere in fuga dal proprio stato d’essere. Il raffronto tra le due tavole, in questo caso, non lascia dubbi: a sinistra il furto commesso è davvero ingenuo; la cassiera del sexy-shop non lo impedisce nemmeno. Tanto, è tutto automatizzato. Nella situazione di destra, invece, le cose non sono così scontate: Brodin agisce con estrema cautela, ma il commesso del negozio si dimostra più accorto e più furbo. L’unica differenza sta nell’esito. Brodin ci crede fino in fondo e fugge con la refurtiva. Al contrario della “povera” creatura di Jason, costretta a dileguarsi con le pive nel sacco.

Entrambi poi riusciranno a scamparla. Ma questa è un’altra storia.

Perché il 2019 è stato l’anno di Sio

Nell’ultimo anno sui social è cambiato ben poco dal punto di vista del fumetto: su Instagram il ventinovenne Giulio Mosca, che ha recentemente firmato una pubblicazione cartacea, è ancora l’autore di strisce più seguito; Fumettibrutti ha ottenuto il verificato -con tutti i vantaggi del caso- e Labadessa si è chiuso in una sorta di silenzio stampa di sei mesi, in cui non ha postato alcun inedito. Soltanto Sio -che pure ha dovuto ridimensionare le proprie attività, complice la nascita del primogenito a gennaio- ha saputo mantenere costante un ritmo di pubblicazione già ampiamente consolidato: più di una striscia al giorno per un piccolo totale di 438 immagini e circa dieci milioni e mezzo di like.

Notevole, vero? È un fenomeno che meriterebbe di essere studiato prima o poi. Per il momento focalizziamoci sul periodo che ci siamo prefissati: gli ultimi 12 mesi. Se volessimo fare un’analisi ‘psicografica’ del rendimento del fumettista sul social, non sarebbe sufficiente soffermarsi sui numeri dell’account (quanti commenti riceve, quanto è potente l’engagement, etc). Avremmo bisogno di fatti concreti, episodi di divulgazione, frangenti in cui la fama del personaggio travalica i confini del fumetto-mondo e arriva, sottoforma di “invito a saperne di più”, anche a chi in effetti ne sa poco o nulla. Applicato al nostro caso questo discorso assume una portata decisamente ampia, che ci porta a riconsiderare l’ecletticismo di Sio. Da un lato il fumettista; dall’altro lo youtuber. In entrambi i campi Sio lascia un’impronta indelebile capace di creare nuove mode e nuovi miti nel sottobosco della rete: la matrice da cui proviene, però, non accomuna video e fumetti. Nei primi, Sio ha il pregio di sparare battute in continuazione: non sembri accorgerti del tempo che passa, quando li guardi. E riguardandoli diresti quasi che il loro artefice ami fuggire dall’immobilità, prediligendo una ricerca del vacuo, dell’effimero, del ‘tutto-e-subito’. Molte battute ovviamente rischiano di andare perdute, ma è un rischio calcolato se consideriamo il grado di attenzione maniacale di certi spettatori.

Nei fumetti il meccanismo cambia. Non tanto da un punto di vista ricercativo: come nelle animazioni i personaggi sono anonimi, agiscono in situazioni note al pubblico e consolidate, e i temi trattati rispecchiano la ‘poetica’ dell’autore. La vera novità sta nel rendere questi temi meno effimeri, più fissi, se vogliamo dirlo diciamolo pure: pedagogizzanti. Ma di una pedagogia esemplare poiché essenziale, breve e lapidaria. Una pedagogia che Sio ha compreso di veicolare in maniera adeguata soltanto ricercando la sintesi, e dilatando il più possibile contenuti di natura istantanea. Ancor prima che di politica, società o migranti le strisce di Sio parlano di ragazzini smarriti, di boomer destinati all’estinzione e di relazioni viziate dall’incapacità di comunicare. L’uomo contemporaneo di Sio non ha però una costituzione genetica. Non ci sono legami parentali che lo legittimano, lo legano, lo fondano. Lo si può comprendere soltanto se si tiene conto del principale scopo per cui è nato: assumere di giorno in giorno, striscia dopo striscia, sembianze diverse. Fatti i dovuti distinguo, cerchiamo di capire perché il 2019 sia stato a mio avviso l’anno di Sio. In quali circostanze si è fatto conoscere “al di fuori” e quanto potrebbero incidere sul suo futuro.

11 giugno. Su Scottecs viene pubblicato un video sulla ricerca di un antonimo per l’aggettivo “preferito”. Già allora mi aveva fatto sorridere la leggerezza con cui erano sintetizzati aspetti rilevanti nella formazione delle parole e nella loro eventuale affermazione; a giudicare dai commenti e dalle views ottenute, non credo di essere stato l’unico. La neoformazione schiferito -l’antonimo coniato dallo youtuber dopo alcune dissacranti peripezie- appartiene alle cosiddette parole ‘macedonia’ (schifo+preferito) e lo fa in maniera piuttosto anomala. La lingua italiana tende a privilegiare l’unione della parte iniziale di un vocabolo con un secondo, che rimane intatto – cantante più autore uguale cantautore – ma c’è dell’altro. Le caratteristiche che rendono schiferito una parola ben fatta e distintiva sono essenzialmente cinque: è conforme alle regole morfologiche della lingua; ha lo stesso numero di sillabe di ‘preferito’; se ne comprende con facilità il significato e come è stata formata; e non si confonde con altre parole già esistenti. E soprattutto è facile da ricordare e da pronunciare.

Per potersi affermare nell’uso quotidiano “schiferito” doveva essere utilizzato da un numero sufficiente di parlanti, come giustamente ricordava il video, ma non solo. Doveva essere usato spesso, ovunque, e in diversi registri linguistici, dimostrando di saper colmare il vuoto lessicale, generando a sua volta parole nuove -nei commenti era stato proposto “schiferire”, contrario di “preferire”. A distanza di sette-otto mesi, il fenomeno non si è dimostrato sufficientemente virale ma la parola è stata oggetto di numerosi dibattiti, e persino l’Accademia della Crusca ha manifestato interesse. Sfruttando la concisione del format, gli standard della prorompente comicità tipica del suo stile e un linguaggio facile ed essenziale, Sio aveva trasformato un semplice video di entertainment in un prodotto di servizio pubblico con protagonista se stesso in una versione buffa e surreale tanto quanto lo sono i personaggi dei suoi fumetti. Con la differenza che Sio esiste veramente mentre gli eroi nonsense del mondo di Scottecs -per fortuna o purtroppo- no. E qui si apre una riflessione. Sio, in genere, non ama ritrarsi nei suoi prodotti, video-fumetti che siano. Quando lo fa è per assicurarsi che il pubblico non si stia facendo di lui l’immagine sbagliata, o che non se la stia facendo affatto -molti lo conoscono per la sua voce, senza neanche averlo mai visto in faccia. È sempre rischioso filtrare se stessi nello stile per il quale si è noti, specie quando non si è noti alla totalità del proprio pubblico. Eppure le circostanze in cui Sio lo fa sono molto fortunate. Sotto due aspetti: ‘numerico’ -montagne di like- e mediatico –‘ah, ma quindi questo tizio ha anche un volto!’. Se il suo autore non ci avesse messo la faccia, le visualizzazioni di questo video non sarebbero granché cambiate, ma l’impatto che ha avuto sul pubblico sì.

10 luglio. Per chi, come me, segue Sio su Instagram -parliamo naturalmente di centinaia di migliaia di persone- nelle storie appare un sondaggio curioso. Agli utenti viene mostrato un post -uno dei tanti pubblicati da Sio- e viene chiesto loro di specificare se si tratti di una vignetta o di una striscia a fumetti. Tempo qualche minuto e il fumettista, visibilmente sconcertato, pubblica gli esiti del sondaggio: per il 54% dei votanti l’immagine di cui sopra -una classica striscia rimontata secondo il design di Instagram- è una vignetta. Risultato: una buona parte dei seguaci di Sio non ha idea – non se ne cura? è disinformata? crede di aver ragione?- di che cosa effettivamente Sio pubblichi. Ed è un aspetto che ci coinvolge tutti; forse quello di maggior rilievo quando si parla di social media. I contenuti che recepiamo non sono destinati, per nascita, ad essere classificati. Nessuno mai si porrebbe troppe domande sulla bontà del post di una fashion blogger o sull’effettiva carica umorale di una striscia di Sio, tanto è immediata la fruizione. I post devono attirare l’attenzione, dare la possibilità di “evadere” dal quotidiano. Classificarli, insomma, è costitutivamente innecessario; tanto che Instagram stesso, improntato al culto delle immagini, ci lascia imprimere segni fugaci, destinati a perdersi nel flusso ininterrotto di post. Attenzione: non sto dicendo che in virtù della loro caducità, le aziende dovrebbero smettere di farci affidamento; tutt’altro. Effimero non significa leggero, solo presume una dialettica praticamente opposta rispetto a quella a cui siamo stati abituati per tutto il secolo scorso, dall’informazione stampata, dal digitale e dal web. Sulle cosiddette social platforms a venir meno non è la profondità, ma la pesantezza del contenuto. Motivo per cui di una striscia di Sio possono essere chiari fin da subito gli intenti umoristici o “pedagogici”, la morale -ammesso che ci sia-, un messaggio qualsiasi. Ma non il fatto che essa sia una striscia, perché in genere chi la riceve non lo considera, o non ha sufficiente dimestichezza col fumetto.

Sio è un instagrammer d’antan e, come dicevo, un creator piuttosto eclettico. Motivo per cui una volta ricevuto l’appunto di un utente un po’ perplesso -che si chiedeva se una striscia non differisse da una pagina vera e propria in base a com’erano disposte le vignette- Sio decide di rispondergli pubblicamente. Se ricordo bene nessun fumettista prima di lui aveva condotto una tale relazione di critica del fumetto a distanza con i propri seguaci di Instagram. E con simile dovizia di tecnicismi, poi. Mi direte: ok ma ha soltanto fugato i dubbi di un tizio confuso, che avrà fatto di straordinario? Date un’occhiata a quest’altra storia. Siamo sempre al 10 luglio, Sio ormai deve averci preso gusto. Cita McCloud e si spende apertamente su un tema, anzi no sul tema: una definizione completa e corretta di “fumetto”. In un’epoca, peraltro, in cui stavano tornando di moda echi novecenteschi: gente che esulava dal principio di sequenzialità; che non ammetteva un’omogeneità linguistica alla base di comics e graphic novel, etc. È vero anche che nell’ultima storia che ho linkato Sio si contraddice da solo, e anche abbastanza ingenuamente, ma per questa volta lo perdono. Ciò che mi interessa davvero è l”eccezionalità’ del fenomeno. Il fatto che un fumettista si svegli, prenda in mano i propri follower e invece di chieder loro come abbiano trascorso la serata li sottoponga a un test fumettistico attendibile ed efficace -con annesso dibattito- mi sembra una ‘prima volta’ degna di essere ricordata.

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1 ottobre. Si intitola Storiemigranti ed è il primo libro a fumetti di Sio a essere premiato con il GranGuinigi a Lucca nella categoria miglior fumetto per giovani lettori. La giuria, composta, tra gli altri, da Alessandro Bilotta e Sarah Mazzetti, ne elogia soprattutto l’intento giornalistico: il volume infatti prende spunto da eventi realmente accaduti, narrando attraverso la viva voce dei protagonisti le vicissitudini di trentadue giovani migranti che hanno trovato rifugio nei centri di accoglienza straordinaria della provincia di Imperia. Un progetto coraggioso promosso da Feltrinelli Comics e realizzato a quattro mani col fotografo Nicola Bernardi, amico di Sio fin dai tempi dell’università. Perché cito Storiemigranti, vi chiederete. Beh, qualora la vittoria del GranGuinigi non bastasse -e avreste tutte le ragioni di crederlo- c’è un aspetto particolare che di questo libretto mi colpisce, e prescinde per una volta da qualsiasi sottotesto ‘socio-pedagogico’: rapporto con i lettori, perlopiù giovanissimi; peso specifico di una ‘cronaca’ di stampo serioso, antitetica rispetto al linguaggio, ‘poetico’, e via dicendo. Tutti aspetti che ritrovate in quest’ottima disamina che vi consiglio di leggere.

Il punto di Storiemigranti -dicevo- mi è sembrato in realtà un altro, ed è di tipo stilistico. Ogni racconto è preceduto da un fotoritratto del suo protagonista che Bernardi immortala sempre in posizione a mezzo busto, con uno sfondo ‘tinta unita’ dietro le spalle. Precedendo la storia vera e propria, i fotoritratti paiono non soltanto contestualizzarne l’umorismo: sembra quasi che ne legittimino il realismo, se non addirittura la veridicità dei fatti narrati. Subito, il deflagrante contrasto col fumetto vuole suggerire una rilettura ulteriore: non solo “è tutto vero”; è la rappresentazione grafica dei fatti che attesta loro una dimensione di emblematica veridicità. Telegiornali e siti web in genere non trattano migranti e profughi come esseri umani -sembrano dirci gli autori-; restituire l'”umanità perduta” si può, ma solo ricostruendo il singolo trascorso di ognuno. Efficace, in questo senso, la ripetitività dello stile minimalistico del fumetto, in antitesi all’espressività multiforme e ‘multicolore’ dei ritratti: persone sempre diverse, accomunate dal destino e dal setting, sia in foto sia su carta.

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Mi fermo. Per il momento credo di avere detto abbastanza. Avrei potuto citare molti altri avvenimenti significativi -dal podcast alle illustrazioni per il centro di accoglienza Lucha y Siesta- ma va bene così. Mi bastava esplorare questi tre “gesti” della comunicazione di Sio. Così importanti da averne accresciuto – se non la fama – perlomeno il potere mediatico.

Perché un giorno, forse, lo ricorderemo anche per questo.

Le fiere (della critica) del fumetto

La notizia: nasce un nuovo sito di critica del fumetto, dall’unione di tre storiche realtà della blogosfera –Vignettae, BeComixDuluth– e delle rispettive menti creative: Angelo Ascani, Juan Scassa e Matteo Contin. Si chiama “Le Fauci”. La formula ‘editoriale’ è quasi inedita: articolisti e collaboratori si propongono di realizzare pezzi critici d’approfondimento slegati dalle narrazioni promozionali, come scrive lo stesso Scassa su FB. In questi giorni ho dato un’occhiata al sito non senza una buona dose di ottimismo, ed ecco alcune riflessioni. I contenuti sono pieni di energia, una vitalità “pop” quasi inattesa nella “bidimensionale” Italia -fumettistica?- degli ultimi tempi. Il taglio degli articoli è estremamente specifico, foriero di insights, link e nozioni suppletive degne di un nerd duro e puro (non li consiglierei a uno che non ha mai letto un fumetto, per intenderci) e lo storytelling si adatta perfettamente allo scopo: instaurare una narrazione mobile -e anche un po’ intellettuale- su un tema tutto sommato “di nicchia”. Il lavoro che questi tre appassionati hanno condotto online negli ultimi 4-5 anni li aveva fatti notare come “dinamici”, poco convenzionali, e talvolta eccellenti. Hanno realizzato interviste, ritradotto manga, firmato importanti articoli per Fumettologica e addirittura curato rubriche su Linus. Il bello del loro percorso è che il risultato del lavoro di gruppo avrebbe sempre potuto produrre il meglio rispetto alla somma dei singoli, e un’occasione come questa ne è la conferma. La diversità -contenutistica, critica, culturale- si sta rivelando una risorsa utile per definire una cifra editoriale caratteristica e vitale. Un’idea di “critica come approfondimento”, inteso e praticato nel solco di una pluralità di competenze che sino ad ora si sta dimostrando essenziale per sopravvivere nel vasto mare magnum di critici sbucati dal nulla*, e che della ‘critica’ in quanto prassi vuole essere anche una divertita presa in giro. E fin qui tutto bene.

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Il sito nasce da un’esperienza collettiva subculturale, prima ancora che da una profonda relazione di amicizia; e non è quindi certo sua intenzione rivolgersi a un pubblico inclusivo o generalista. Tuttavia, l’impressione che ho avuto degli sviluppi, seguendoli sui social e in chat, è varia e multiforme, e contempla dei difetti. Al solito non si tratta del contenuto, ma di ‘come’ questo contenuto sia stato ‘venduto’ a chi, come me, ne ha potuto fruire. Non voglio girarci intorno: se non fossi stato in qualche modo “in contatto” con uno dei tre fondatori non ne sarei mai venuto a conoscenza. Non mi sarei mai imbattuto nel sito. Scassa e Ascani, principali addetti alla comunicazione, non mi sembra abbiano fatto altro che annunciarne l’apertura su FB, autopromuovendosi i contenuti anche più volte se necessario. Immagino facessero leva sulla ricondivisione di amici e colleghi, soprattutto fumettisti. E ci sta: ma al di là di questo non c’è mai stato alcun endorsement, né del resto alcuna dichiarazione d’intenti da parte dei tre creator. Le Fauci esiste da qualche giorno, ormai, ma è come se neanche fosse mai nato. L’ho sentito nominare a Tizzoni d’Inferno, mi pare. Poi niente più.

L’autarchia è davvero la soluzione migliore nel 2020? E come mai con tutto che sono partiti come ‘nuovi’ fautori di un ‘nuovo’ sito di critica non hanno ancora pubblicato un articolo-bomba, un editoriale, anche solo due righe introduttive per illustrare sommariamente la loro visione delle cose a chi non ha seguito la genesi del progetto, e non si è imbattuto negli aggiornamenti social?

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La più tradizionale delle analisi valuterebbe la visibilità e la rilevanza degli altri supporti. Tolti i media tradizionali, tramite quali canali ci si “promuove”, oggi? I social, certamente. E tolto Facebook, cosa rimane? Instagram, inutile dirlo. E in effetti il popolarissimo social delle immagini contempla già la presenza della gang de “Le Fauci”, e con un profilo molto particolare. È online da pochi giorni proprio come il sito, e ospita contenuti totalmente differenti che non stonano con quanto già pubblicato online, ma anzi lo implementano, lo completano, lo trattano come del materiale extra. La ‘nicchia’ del sito di ‘nicchia’ che tratta un argomento di “nicchia”, per così dire. E che, paradossalmente, rischia di avere molto più seguito del sito in sé. Contenuti curati, intenti ben manifesti, rubrica d’avvio intelligente.. Se davvero al mondo del fumetto mancava un sito di tale forma, scopo e portata mediatica, questo piccolo ma efficace profilo potrebbe fugare i dubbi a qualsiasi internauta scettico o semplicemente dubbioso come il sottoscritto. Per il resto non c’è molto da dire, almeno per ora. Il database di Le Fauci è ancora sostanzialmente vuoto, eccetto una serie di vecchi focus dal blog di BeComix (compreso l’articolo di lancio spacciato per originale). Come ho già detto, tutti gli articoli hanno chiaramente un taglio elitario, per fumetti trattati -da Cerebus a Epoxy- e per tipologia di articoli. Da qui a dire che il sito si trasformerà in un salottino di amici intimi mi sembra davvero prematuro. Ci terrei a far notare, invece, che Le Fauci non nasce “dal nulla” come l’ennesimo sito di critica/approfondimento sul fumetto, ma come fusione di quattro realtà preesistenti, un tempo -queste sì- piccole ed elitarie, che si contendevano una audience molto simile, e che adesso possono contare su un discreto bacino di utenza comune, dato che il loro ex-pubblico vi si accosterà in massa. Resta solo da capire come verranno trattati i neofiti. Se riusciranno a intercettare questa realtà di nicchia, e soprattutto se i piani dei tre creator li contemplano almeno un po’. Per il momento hanno sicuramente il mio interesse.

[*] In realtà io dovrei solo stare zitto, ma vabbè.

Radice e Turconi sulla rotta di un Topolino moderno

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Ho pensato di ripubblicare qui, parallelamente alla loro uscita, un estratto dei contributi a tema fumetti apparsi sulla rivista Digressioni. Quello che state per leggere, «Ci separa un grande mare», risale al 20-12 ed è reperibile qua.

Per alcuni racconti, essere inattuali è un gran dono. Non solo perché resistono alla rapidità del consumo editoriale, ma perché rilasciano il loro sapore molto lentamente e sono immuni da ogni riferimento temporale al trascorso dei loro autori. In breve tempo, e con un po’ di fortuna, possono diventare dei classici. L’inattualità di ‘Topolino e il grande mare di sabbia’ di Teresa Radice e Stefano Turconi è infatti triplice: è una storia autoconclusiva del 2011; si svolge all’alba del Novecento e ruota intorno a due temi molto poco frequentati, in Italia, dal fumetto disneyano: il viaggio e l’attesa. Pubblicata originariamente su T#2907 in un periodo di grande varietà stilistica della testata, racconta la fiaba di Miss Manymoney, giovane facoltosa del tutto simile a Minni nel cui petto arde forte il desiderio di conoscere lo scrittore di cui si è perdutamente innamorata, solo leggendone i pluripremiati romanzi: Trevor Traveller. Lak Salaat, paesello del deserto subsahariano dove Trevor vive e lavora, al riparo dalle mire indiscrete dei fan, è una meta difficile da raggiungere senza una preparazione adeguata. Minni si avvale così della collaborazione di una guida enigmatica e riflessiva -un certo Topolino- che però fatica a comprenderne gli intenti. Il protagonista dei lavori di Trevor, ricorrente nella ‘serialità’ della sua produzione, non è che un personaggio di fantasia, «uno che non esiste». Perché buttare via tempo a imitarne le gesta, si chiede, mettendosi sulle tracce di un tipo eccentrico di cui nemmeno si hanno notizie, uno spirito lontano?

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Radice e Turconi… visti da Turconi!

«Il tema del viaggio serviva per sottolineare l’incontro con l’altro, perché puoi incontrare l’altro anche nel tuo “piccolo” mondo però è chiaro che se ti muovi incontri altri più “altri” di te». Teresa Radice, da sempre, lavora sulla dialettica tra opposizioni formali dandogli una forte dimensione simbolica: termini come “attendere” o “itinere” non si limitano a ricoprire l’algida veste d’ufficio che ci potremmo aspettare; sono parte costituente dell’intreccio. Un personaggio in attesa nelle storie di Radice si ritrova quasi sempre alle prese con un dilemma amoroso, un mal d’amore romantico in senso ottocentesco, in contrasto con il dèmone tutelare proprio a ciascuno di noi, quella strana vocina che ci blocca dall’agire d’impulso quando temiamo di stare per compiere un errore.

S’impongono scelte molto dure: continuare sulla propria strada, proseguire il viaggio a costo di smarrirsi, inciampare durante il cammino, o peggio rendersi conto di quanto sia stato inutile? È meglio abbandonare tutto? Normalmente è il colore, supervisionato dall’autore dei disegni -e consorte- Stefano Turconi, che opera su questi incontri-scontri. Ma nel caso del “Grande mare di sabbia”, l’ambientazione non lascia scampo, nella sua abbacinante bicromia di rossi e arancioni. Segno che c’è qualcosa di diverso rispetto al solito canovaccio; così come il colore, anche il carattere dei protagonisti -dapprima agli antipodi, poi sempre più speculari- suggerisce un nuovo corso temporale, un’inattesa piega degli eventi, citando un libro cult di Enrico Brizzi. Per la prima volta una delle coppie di funny animals più celebri della narrativa mondiale viene minata sul piano sentimentale1: Topolino e Minni, due perfetti sconosciuti, appaiono agli occhi del lettore come nuovi. Lui, un tempo celebre per risolvere indagini con saccenteria e senza fatica, è ora un individuo dinamico privo di grandi rapporti col prossimo (gli altri) se non dietro richiesta e pagamento. Una maschera che ammalia. Lei, leziosa damigella borghese in -troppe- storie degli anni Ottanta, attinge ai toni migliori delle protagoniste di Jane Austen: tormentate e spesso disposte a tutto pur di mantenersi all’altezza dei propri desideri. Solo però più forte, perché coglie con precisione due stati del nostro presente, del presente della condizione femminile nella società, che sembrano ormai giunti al punto di non ritorno. Quello del senso di solitudine e alienazione, anche se non del tutto privo di speranza, di chi è preda d’un amore impossibile-non corrisposto e il conseguente bisogno d’amore che sfocia, in genere, nell’incomunicabilità.

Come la protagonista del film Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni -ogni somiglianza nel titolo è ovviamente casuale- Minni è vittima di un’angoscia che non riesce a percepire come tale, in attesa di un segno, una “scintilla” che ridia senso alla propria vita tormentata. E anche se non sembra che le facciano male «i capelli, gli occhi, la gola o la bocca», il suo sgomento è assolutamente lecito quando una volta raggiunta Lak Salaat di Trevor non v’è traccia. Ma la vicenda non si focalizza sulla borghesia tanto quanto la pellicola di Antonioni. Nel caso nostro la battuta di Monica Vitti assumerebbe i toni di un perentorio ritorno al punto di partenza, allo status quo e non certo quelli di una «allarmante critica storico sociale»2. Minni, ormai priva di punti di riferimento, si trova finalmente a dover scegliere per se stessa: le decisioni prese sinora -le incertezze- paiono irrisorie in confronto. Davvero il viaggio era «la migliore ricompensa»? Mettersi in cammino verso una meta può scardinare l’insieme di pregi e valori che alla meta stessa attribuiamo?

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In un’intervista del 2013, gli autori ammettevano di essere «molto affezionati a questa storia, perché racconta tanto del nostro amore per i viaggi insoliti e il dono degli incontri inaspettati». In tal senso, la conferma che non vi sia niente di manicheo nella sceneggiatura, come da troppo tempo ci hanno abituato gli autori di Topolino -o per lo meno alcuni di loro- ribadisce l’eccezionalità della situazione. Una storia in cui la trama è senza dubbio l’ultimo dei problemi, e i modi ricercati per farsi giustizia -compreso quello che porta alla conclusione- sono intrapresi dapprima con grande riluttanza, mai veramente considerati la ‘scelta giusta’. «Mi sono resa conto solo al mio ritorno quanto quell’esperienza sia stata preziosa e vi chiedo scusa se in qualche momento ve l’ho resa.. come dire: insopportabile» è costretta ad ammettere la protagonista in una sofferta missiva che non sa se affidare o meno alle poste. «Siete una guida premurosa e competente», continua «e vi auguro di avere tanti altri clienti da scortare nel prossimo futuro». Non riesce a farsene una ragione ma è già innamorata di lui e follemente. Il pensiero dello spirito di Trevor però si sente ancora e non può fare a meno di ripresentarsi nelle tavole finali, quando giunge la notizia di una sua nuova opera, profondamente diversa dalle precedenti: “Il grande mare di sabbia”. […] Minni vive dentro di sé gli scontri-sconvolgimenti, etici e filosofici di una belle époque in perentorio declino. Ne è il sismografo: la registrazione di un viaggio interiore, il coraggio di vivere in maniera “radicale” per amore di un sentimento viscerale che non dà adito a volersi fermare. L’ultimo atto di un primordiale processo di autoanalisi – “L’interpretazione dei sogni” è del 1899.

In questo denso tramonto di colori -tendenti al ciano e al verde acqua, in vista del finale ‘urbano’ ambientato a San Francisco- Teresa Radice opera un lavoro di fondamentale importanza sui testi: soliloqui profondi e metafore argute, in armonia con i ritmi visivi che suscitano situazioni cromatiche dissonanti: non esiste in alcuna vignetta della storia una sola parola soggettiva contrapposta a una soggettiva visione. Nei dialoghi come negli sguardi la soggettività dei temi -dei contenuti- è sempre posta in essere al cospetto di un ambiente desertico, apparentemente impossibile che il disegnatore -Stefano Turconi- ha deciso di rappresentare senza prospettiva. Sia nei fumetti per Topolino, sia in quelli per Bao Publishing -uno su tutti Non stancarti di andare3– Turconi ha selezionato, nel tempo alcuni leitmotiv grafici che ricoprono anche la funzione di elementi poetici di raccordo fra la parola scritta e l’azione disegnata. Fondali distanti “à la Friedrich”, molto sfumati; dettagli folli spesso anche minuscoli di volatili che reagiscono ai botta-e-risposta dei personaggi, segno che anche il “contesto” è parte integrante della vicenda. Con Turconi diventano ‘leitmotiv’ i personaggi stessi, visualizzati con uno stile anticonvenzionale, dinamici nel disegno come nell’indole e incapaci di resistere alle tentazioni del viaggio. Lo stesso viaggio difatti è un leitmotiv fondamentale. Non è un aspetto da poco, perché Turconi e Radice hanno ribadito nell’Italia del fumetto l’idea di non poter prescindere dalla propria esperienza personale. Vero fascino di questa storia – e di tutte le storie come questa – è l’incapacità di discernere “ciò che è fiction” da ciò che potrebbe davvero essere accaduto alla coppia di autori. Che giusto pochi anni prima di mettersi al lavoro su “Topolino e il grande mare di sabbia” ha vissuto una lunga esperienza in Algeria, in compagnia dei tuareg, e che fin da quando ha scritto e disegnato le prime pagine della storia stava raccontando, anche
emotivamente, una storia inattuale.

[1] Non è proprio la prima volta, ma ci siamo capiti.
[2] Presentazione di Maurizio Porro, riprese di Leonardo Festa e Ciak Video Produzioni, dai Contenuti speciali del DVD edito da Medusa Video.
[3] Il cui slogan, peraltro, fu “attendere: infinito del verbo amare”.

Di fumetto (povero), in radio

In leggero ritardo ho recuperato e ascoltato le prime due puntate di ‘Podcast Povero’, trasmissione radiofonica sul fumetto, condotta da Marco La Fratta e Vanessa Maran, ossia il Mecenate Povero, reperibile ogni due settimane sulla piattaforma Querty e scaricabile sul sito spreaker.it. Marco e Vanessa, come forse saprete, non sono due appassionati qualsiasi: sono degli ‘impallinati’ di fumetto; con alcune caratteristiche radiofonicamente utili: parlantina fluida, grande affiatamento e cultura fumettologica molto vasta riguardo al mondo dell’editoria indipendente. Il loro sito, mecenatepovero.it, contiene infatti un tale carico di contenuti, materiale biografico e novità, da far impallidire i più attempati archivisti della Biblioteca del Congresso e la trasmissione suddetta vorrebbe esserne un ideale upgrade. Il luogo perfetto per ospitare interviste, commenti, opinioni del pubblico e degli esperti, ma anche per imbastire una seria narrazione divulgativa che manca in effetti ai grandi siti mainstream di approfondimento, quando si parla di autoprodotto. [.] Sarà anche per questo che il loro impallinamento non soffoca la conversazione, e pur non facendone dei conduttori, ne fa sicuramente due efficaci affabulatori.

Un punto a sfavore del podcast sono però le interviste -specie nella scansione delle domande- che Maran e La Fratta pare conducano col pilota automatico, lasciando troppo campo aperto all’ospite, e anzi, quasi facendogli presentare l’intera puntata. Davvero una pecca evitabile, non solo perché compromette i toni dell’ascolto -intrattenimento ridotto al lumicino-, ma anche perché non fa emergere, degli invitati, i gusti e la personalità, trattandoli come semplici conferenzieri. Certo, la presenza come ospite di Francesco Ciaponi nel primo episodio dev’essere stata di aiuto. Su di lui si può contare, quando si desidera discutere di fumetto con sentimento e competenza. Ho proprio apprezzato, a onor del vero, le parole con cui Ciaponi è riuscito a descrivere l’impossibilità di costruire un nuovo fronte comune di editoria underground in Italia, causa l’influenza dei social e il sopraggiungere di quell’individualismo di massa ben argomentato da Baricco nel suo ultimo saggio, e qui in parte ripreso -credo- involontariamente. Orizzontalità di allora e verticalità attuale: il piacere tutto sessantottino di un approccio condiviso all’esperienza editoriale -addirittura portato all’estremo in certe circostanze, leggasi: redazione di Re Nudo adibita a comune– in opposizione a una logica settoriale che determina un brulichìo di narrazioni singolarmente fruibili, e a kilometri di distanza. Ciaponi citava autori come Max Capa, non Andrea Pazienza. Ma il ragionamento mi è parso ben più che azzeccato: se a parlare è l’esperto più punk dell’editoria indie del paese, beh, siamo di fronte a un buon esempio paradossale per riflettere sulla differenza tra ‘posso farlo’ del Sessantotto e ‘me lo faccio da me’ degli anni di piombo. Concetti ben diversi tra loro, malgrado le fanzine li abbiano praticati -a volte per fortuna, a volte purtroppo- entrambi.

C’è infine un altro motivo per parlare di Podcast Povero. Fino a pochi anni fa il fumetto era sostanzialmente assente dalla radiofonia italiana e in particolare dall’infotainment radiofonico. Qualche realtà importante era patrocinata dal canale Rai Radio3 -tipo Fahrenheit– ma altre prescindevano dalle frequenze nazionali. Pochi sanno che dal 2006 al ’10 anche Andrea Antonazzo ha curato un podcast di critica da autodidatta -e con un nome decisamente impegnativo sulle spalle, Il Garage Ermetico-, prima ancora che piattaforme come Spotify o Spreaker colonizzassero l’etere. Radio Kairos, l’emittente che l’ha supportato è stata fra le prime ad intuire che forse, promuovendo le puntate online una volta trasmesse, gli ascoltatori sarebbero potuti aumentare a dismisura anche malgrado il tema, allora non certo popolare come oggi, del fumetto d’autore.

Un’intuizione semplicissima. Sulla quale oggi, però, si basano le statistiche di Tizzoni d’Inferno -2012-, Buona China -2016- Duluth -2018- il recentissimo e interessante Bussola di Carta -germinato nel giugno di quest’anno- e lo stesso Podcast Povero, che dal confronto coi predecessori -alcuni dei quali parecchio influenti sull’impatto culturale del fumetto in Italia- esce forse ‘leggermente’ penalizzato sotto certi aspetti, ma visibilmente ‘rinforzato’ dal punto di vista della coerenza con gli intenti di base -dei conduttori e della piattaforma che li sta ospitando. I tempi cambiano, come al solito. Da Radio3 a Querty, i casi che vi ho esposto non sono più limitati dalla ‘frequenza’ dell’offerta, in quanto la regolarità degli appuntamenti, applicata su trasmissioni sempre diverse e in costante escalation, è tale da colmare quei vuoti che si creano tra una puntata e l’altra di ogni singolo programma radio. Non c’è settimana insomma, in cui non venga caricato su Spreaker un file audio che ha per argomento il fumetto: non necessariamente uno in particolare, anche un autore, un disegnatore, un elemento culturale peculiare e utile alla sua diffusione locale.

Proprio come la stampa periodica, anche la radio ha recuperato ingenti quote di attenzione verso il fumetto. Il confronto con gli USA o con la Francia in tal senso non ci sembra più così impari. Da sempre France Culture dedica molto spazio al fumetto, e non è certo l’unica se consideriamo l’interesse nutrito da France Inter e -soprattutto- France Info, che da circa trent’anni assegna il prix de la Bande dessinée d’actualité et reportage, sempre per merito di una giuria preparata. Ora che il Governo francese ha dato il via al progetto ‘BD2020‘ -la cui ambiziosa finalità è rendere il 2020 un anno dedicato al ‘fumetto’ in tutti i territori e per tutto il pubblico- sarà interessante capire se, oltre che per le mostre e le conferenze, verrà stanziato qualche fondo anche per la diffusione radio, che mai come in questi anni si sta assestando, oltralpe, dopo il boom di metà anni 2010. Forse qui in Italia un piccolo povero podcast come quello del Mecenate dovrebbe ricordarci un tema più importante. E cioè che la radio, da indicatore sottovalutato della visibilità sociale, è diventato un mezzo ancora più accessibile, online. Il podcasting, mezzo a noi sconosciuto già solo cinque anni fa, ha saputo impostare un chiaro linguaggio fin da subito, mettendo al centro il contenuto. La sua pervasività, gratuità e facilità di fruizione si sono dimostrate risorse strategiche cui il fumetto -anzi: i critici e gli appassionati- hanno fatto ricorso, senza bussare alle porte delle grandi emittenti; soltanto contando sulle proprie forze, nella maggiore. Sta a noi decidere cosa è meglio per il fumetto. La radio è un mezzo percorribile, ma che tipo di contenuto ci aspetteremmo di trovare? Le ardite riflessioni di un nerd alle prime armi? O i ragionamenti maturi di un critico navigato?